La Rabobank ha pagato una maxi multa agli Usa per aver “voltato la testa” davanti al denaro sporco. Non è l’unica. Il riciclaggio è un affare da decine di miliardi di dollari l'anno. E il Messico investe più nella lotta militare al narcotraffico che in quella contro l’economia criminale

Il logo di Rabobank. REUTERS/Michael Kooren
Il logo di Rabobank. REUTERS/Michael Kooren

La scorsa settimana la banca Rabobank ha accettato di pagare 369 milioni di dollari al governo statunitense dopo essersi dichiarata colpevole di riciclaggio di denaro sporco proveniente dal Messico. Come fa sapere il dipartimento di Giustizia con un comunicato, dal 2009 al 2012 due filiali californiane dell’istituto di credito olandese (nello specifico, quelle di Calexico e Tecate, vicinissime al confine messicano) hanno permesso il deposito nei loro conti di «centinaia di milioni di dollari» provenienti dal Messico, che sono stati poi trasferiti altrove attraverso bonifici e prelievi.


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Secondo la giustizia americana Rabobank, una volta compresa la probabile origine illecita dei fondi, si sarebbe semplicemente «voltata dall’altra parte». Ogni giorno, per più volte, da quei conti venivano infatti ritirati 9500 dollari in contante – appena sotto la soglia massima di 10.000 dollari, indizio inequivocabile di transazione sospetta – per un totale stimato di 1 milione di dollari l’anno. La filiale di Rabobank a Calexico era quella con il rendimento migliore in tutta la regione di Imperial Valley, in California.

La banca è inoltre colpevole di ostruzione della giustizia: nel 2012 tre suoi ex-dipendenti hanno cercato di ostacolare i controlli dell’Occ (l’organo del dipartimento del Tesoro responsabile della supervisione delle attività bancarie), che stava indagando proprio sulle debolezze dei meccanismi anti-riciclaggio nelle sedi californiane dell’istituto.

Accettando la sua colpevolezza e il pagamento di una multa, Rabobank mette così termine ad un’indagine aperta circa quattro anni fa e che ha coinvolto anche funzionari di alto livello, come l’ex-manager George Martin, che ha ammesso le sue responsabilità e iniziato poi a collaborare con la giustizia statunitense.

La sanzione imposta a Rabobank è più alta di quella (160 milioni di dollari) che venne applicata alla banca Wachovia nel 2010, che fu accusata dagli Stati Uniti di non aver volontariamente rafforzato i propri sistemi anti-riciclaggio e di aver così permesso la “pulizia” di milioni di dollari appartenenti ai narcotrafficanti messicani e colombiani. L’ammontare della multa a Rabobank non è però paragonabile con gli 1,9 miliardi imposti ad Hsbc nel 2012: secondo il dipartimento di Giustizia, il colosso bancario era stato utilizzato dal cartello messicano di Sinaloa e da quello colombiano di Norte del Valle per riciclare almeno 881 milioni di dollari. Lo scorso 11 dicembre Hsbc ha fatto sapere che il dipartimento di Giustizia avrebbe intenzione di archiviare le accuse nei suoi confronti.

Per quanto riguarda Rabobank, non conosciamo l’identità – i documenti pubblici utilizzano termini generici – della o delle organizzazioni criminali coinvolte nell’operazione di riciclaggio. Le modalità di quest’ultima sono però un po’ più chiare: come già nello scandalo Wachovia e in quello Hsbc, anche stavolta al centro delle transazioni sporche ci sono le casas de cambio messicane.

Il riciclaggio attraverso le agenzie di cambio valuta è forse il procedimento più noto utilizzato dai narcotrafficanti messicani per riciclare denaro. Consiste, in breve, nel portare di nascosto in Messico grosse quantità di dollari (ossia il profitto del contrabbando di droghe negli Stati Uniti) per poi depositarli nelle agenzie di cambio valuta; da queste agenzie il denaro viene spostato nei conti bancari americani, da cui viene ritirato in banconote e infine riportato nuovamente in Messico. Si tratta di un metodo ormai ben documentato e pertanto probabilmente obsoleto, che si regge sull’assenza di controlli da parte degli istituti creditizi.

Il riciclaggio di denaro in Messico è un affare di proporzioni enormi. Secondo il governo statunitense ogni anno oltre 25 miliardi di dollari sporchi attraversano in entrambi i sensi il confine; quello messicano stima invece che il crimine organizzato fatturi circa 58 miliardi e mezzo di dollari l’anno. Secondo un corposo studio del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Fatf), nel 2016 le autorità messicane hanno però sequestrato appena 32,5 milioni di dollari provenienti da attività illecite. Dal 2010 il Paese ha inasprito le leggi contro il riciclaggio, ma la loro applicazione è rimasta scarsa, nota il Fatf, con il risultato che il numero di processi e condanne per questo tipo di reato è ancora estremamente basso. Nel 2016 la Procura generale messicana ha ad esempio avviato un centinaio di indagini contro presunte operazioni di riciclaggio, ma solamente cinque sono state risolte.

Lo scorso aprile è stato catturato a Firenze un ex-governatore messicano, Tomás Yarrington, latitante dal 2012 e ricercato anche dagli Stati Uniti per riciclaggio di denaro e collusione con il cartello del Golfo e con gli Zetas. L’Italia si è detta favorevole all’estradizione (non è chiaro dove), ma la difesa di Yarrington ha intenzione di fare ricorso in cassazione. Nel gennaio del 2016 un altro ex-governatore messicano, Humberto Moreira, era stato arrestato in Spagna con accuse simili, salvo venire scagionato per mancanza di prove.

Il Messico destina più soldi alla strategia militare contro il narcotraffico che alla comprensione e alla soppressione dell’economia criminale. Per quanto i cartelli stiano progressivamente scomparendo, sul territorio della nazione sono ancora attive grosse organizzazioni dall’enorme potere economico e in grado di mettere a punto strutture finanziarie complesse, come il cartello di Sinaloa e soprattutto quello Nuova Generazione di Jalisco (Cjng).

A fine dicembre la polizia brasiliana ha catturato un membro della ricchissima famiglia criminale dei González Valencia, che si occupa di riciclare denaro per conto del Cjng; nel luglio 2016 le autorità uruguayane ne avevano arrestato un altro: come questi due fatti di cronaca dimostrano, la mano economica del Cjng si estende anche in Sudamerica. Guadalajara, capitale dello stato di Jalisco, è la città messicana con la più alta concentrazione di attività commerciali finalizzate al riciclaggio di denaro, secondo il dipartimento del Tesoro statunitense: appartamenti, ristoranti, night-club, centri commerciali, cantieri edili…

Per quanto riguarda il cartello di Sinaloa, l’arresto e l’estradizione a New York del suo leader, Joaquín El Chapo Guzmán, hanno indebolito non poco l’organizzazione, che rimane comunque molto influente in Messico, in Nordamerica e nel mondo. Nel 2009 la rivista Forbes aveva incluso Guzmán nella lista degli uomini più ricchi del pianeta, stimandone (con tanta approssimazione) il patrimonio in almeno un miliardo. Di quella cifra, gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a trovare «nemmeno un dollaro»: segno che la volontà politica, per quanto imprescindibile, può non bastare.

@marcodellaguzzo

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