Oggi Washington abrogherà il Clean Power Plan di Obama. Ma in un articolo scritto per Eastwest, Michael Bloomberg spiega come una coalizione di imprese, città e Stati aggirerà il potere federale. Effettuando così i tagli promessi nell'emissione di gas serra

È importante che il mondo capisca che il futuro degli impegni presi dagli Usa con l’accordo di Parigi sul clima non dipende dal Congresso o dalla Casa Bianca. Indipendentemente dagli ostacoli posti dal governo federale, gli Usa possono (e sono convinto che lo faranno) onorare gli impegni presi nel 2015 riducendo le emissioni di gas serra che provocano il surriscaldamento del pianeta. È questo il messaggio che ho dato al Presidente francese Emmanuel Macron e al sindaco di Parigi Anne Hidalgo all'indomani dell’annuncio da parte di Donald Trump del ritiro degli Usa dall’accordo, un messaggio che molti americani stanno prendendo sul serio.


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Di fatto gli Usa sono già a metà strada nel raggiungimento dell’obiettivo di ridurre le emissioni del 26% entro il 2025, e Washington ha avuto ben poco a che fare con questi progressi. Il merito va a attribuito a città, Stati, imprese, cittadini e al mercato. Oggi questi attori stanno intensificando i propri sforzi e non c'è molto che Washington possa fare per fermarli.

Molte città, aziende e cittadini negli Usa e nel resto del mondo riconoscono i vantaggi economici e di salute pubblica che derivano dalla tutela del clima. Prendiamo ad esempio le città, che per la prima volta nella storia ospitano la maggior parte della popolazione mondiale: molti sindaci si rendono conto che gli interventi tesi a combattere il cambiamento climatico rendono le città più ospitali e di conseguenza attraggono investimenti. Per questo le città si stanno dando da fare per migliorare il trasporto pubblico, creare nuovi parchi e spazi verdi, ampliare le reti ciclabili e rendere gli edifici più efficienti dal punto di vista energetico. Questi interventi riducono le emissioni, migliorando la qualità dell'aria e quindi la salute pubblica.

Durante il mio mandato a sindaco di New York il governo cittadino è riuscito a ridurre l’impronta di carbonio del 19%, portando la qualità dell'aria al livello più alto negli ultimi 50 anni e segnando un record nella creazione di nuovi posti di lavoro. Per ottenere questi risultati abbiamo studiato le strategie messe in atto da altre città e imparato dalla loro esperienza. Abbiamo anche messo a punto nuove iniziative, alcune delle quali si sono poi diffuse in tutto il mondo.

Ciò che funziona in una città spesso funziona anche in altre. Per favorire lo scambio di idee Bloomberg Philanthropies sostiene network di città che s’impegnano a ridurre le emissioni. Da tempo sosteniamo il C40 Cities Climate Leadership Group, che vede coinvolte molte grandi città europee. Nell'insieme le città di C40 rappresentano il 25% del PIL globale, per cui possono davvero fare una grande differenza.

Ma le grandi città non sono le uniche ad attivarsi. Lo scorso anno abbiamo affiancato la Commissione Europea nel lancio del Patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, firmato da oltre 7.500 città che si sono prefissate di conseguire ambiziosi obiettivi, ma anche d’informare i cittadini e la comunità internazionale dei progressi compiuti (proprio come le nazioni che hanno firmato l’accordo di Parigi).

Molte aziende si stanno attivando in questo campo per la stessa ragione: l’interesse personale. La Bloomberg LP si è prefissata di usare il 100% di energia pulita entro il 2025 e siamo già riusciti ad aumentare notevolmente la nostra efficienza energetica, finendo per risparmiare milioni di dollari. In questo modo abbiamo anche potuto assumere nuovo personale competente e interessato alla tutela dell’ambiente, tra cui molti giovani.

Ma i progressi in questo ambito sono anche dovuti al mutare della domanda. Il carbone, che per molto tempo è stato la principale fonte di energia per la maggior parte dei Paesi, è il principale responsabile delle emissioni. Ma negli ultimi anni più di 250 impianti a carbone negli Usa (quasi la metà del totale) hanno annunciato la chiusura o l’intenzione di passare a fonti di energia meno inquinanti, e siamo sulla buona strada per superare la soglia del 50% a fine anno. Questi impianti stanno chiudendo perché è aumentata la domanda di energia da fonti che non inquinino l’aria e l’acqua, e perché oggi esistono alternative più pulite ed economiche sul mercato.

Il calo dell’uso di carbone ha fatto sì che negli ultimi dieci anni gli Usa fossero in prima linea nella riduzione delle emissioni. Un primato che è servito a salvare molte vite: nel 2010 l’inquinamento da carbone ha provocato la morte di 13.000 americani, mentre oggi il numero si è ridotto a 7.500.

Varie comunità, città, e imprese statunitensi hanno deciso di dimostrare la loro adesione all’accordo di Parigi con l’inziativa “We Are Still In”. Nei prossimi mesi la nostra fondazione e i suoi partner calcoleranno il potenziale complessivo di città, aziende, atenei e forze di mercato che stanno contribuendo a decarbonizzare l’economia americana. Con i risultati ottenuti creeremo una nostra versione del Contributo determinato a livello nazionale, come hanno fatto tutti i Paesi che hanno firmato l’accordo di Parigi.

Chiameremo il nostro contributo “America’s Pledge” (“La promessa americana”). Come ogni altro Paese firmatario specificheremo in che modo intendiamo raggiungere i nostri obiettivi e c’impegneremo a fornire informazioni trasparenti sui nostri progressi.

Per velocizzare questo processo è importante che cambiamo il nostro modo di concepire e parlare del cambiamento climatico. Per molto tempo politici e ambientalisti hanno presentato il cambiamento climatico come un problema enorme e monolitico, che solo i governi nazionali e i trattati internazionali sarebbero stati in grado di affrontare. Ma si tratta in realtà di una molteplicità di sfide, e attori quali città, aziende e cittadini possono svolgere un ruolo cruciale nell’individuare delle soluzioni valide.

Gli attivisti del clima tendono a dipingere scenari catastrofici, ma spaventare le persone non le induce ad agire; al contrario, allarmismi di questo genere possono far sembrare il problema impossibile da risolvere, un’impressione sia scoraggiante che sbagliata. Le persone si sentono motivate ad agire quando vengono a conoscenza degli immediati benefici economici e per la salute che derivano dalle iniziative in difesa del clima. Bisogna quindi diffondere la conoscenza di questi benefici.

Ciascuno di noi può contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica sul cambiamento climatico parlandone in casa, in ufficio, all’interno della propria comunità e online. Insieme possiamo migliorare le vite di milioni di persone e costruire un futuro migliore per il nostro pianeta.

Questo articolo è stato pubblicato in esclusiva sul numero 73 della rivista Eastwest.

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