Progressivamente si mette in opera la revisione della politica estera americana, come voluto dal Presidente Trump. Il Segretario di Stato Tillerson non ha ancora proceduto alle nomine dei sottosegretari e dei direttori di area –oltre che di centinaia di quadri medio-alti a Foggy Bottom-, ma ha iniziato a delineare alcune priorità della sua amministrazione.

Il Presidente Donald Trump mentre sale sull'Air Force One. REUTERS/Kevin Lamarque
Il Presidente Donald Trump mentre sale sull'Air Force One. REUTERS/Kevin Lamarque

In cima a tutte le urgenze c’è ovviamente il dossier Corea del Nord, per il quale l’obiettivo rimane quello della “denuclearizzazione” della penisola. La relazione con la Cina dipende dal successo di tale spinosa questione: se Pechino darà una concreta mano, gli Usa la giudicheranno affidabile. Le recenti “aperture” di Trump al leader nordcoreano (a cui PyonYang sorprendentemente ha dato una risposta possibilista) fanno parte delle pressioni su Pechino. Far esplodere le contraddizioni nella relazione tra il gigante asiatico e il suo ostinato associato, potrebbe essere un vantaggio non secondario. Tra Cina e Usa presto vi saranno incontri ad alto livello sia per il dialogo diplomatico, che per quello commerciale. Su quest’ultimo capitolo, non c’è allarme: si ritiene che il corridoio della “via della seta” non sia ancora completamente viabile a causa dell’Iran; si conoscono le debolezze strutturali cinesi, ancora nel guado di una trasformazione giuridico-politica di lunga portata. Tuttavia Washington deve recuperare le relazioni con le Filippine di Duterte ed altri partner dell’Asean, sempre più tentati da un accomodamento con Pechino. Continua dunque il “pivot to Asia” voluto da Obama.


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Per ciò che riguarda il Medio Oriente ci si incammina su un terreno già battuto e sperimentato: lotta all’ISIS e al terrorismo, stabilizzazione di Sira, Iraq e Afghanistan, alleanza con i paesi del Golfo, in primis l’Arabia Saudita. Ma anche su questo dossier Washington coglie l’occasione per “mettere alla prova” alcune potenze. Alla Russia viene neanche troppo velatamente richiesto di contenere le ambizioni iraniane; alla Turchia di rivedere le sue strategie di influenza regionali. L’appoggio ai kurdi è un segnale dirimente in questo senso. Tocca a Mosca ed Ankara, si pensa, portare alla pace visto che si sono prese la responsabilità della guerra.

Sull’Africa il segnale è stato dato durante la conferenza tenutasi a Londra per la Somalia, la settimana scorsa. A rappresentare l’amministrazione Usa era il segretario alla Difesa Mattis, quasi a dire che l’accento sarà ormai posto sui temi militari della sicurezza e dell’antiterrorismo. Anche la Francia di Hollande aveva devoluto la sua politica africana alla Difesa; ora gli americani sembrano percorrere la medesima strada. Con l’America Latina invece il tema principale sarà quello –senza sorprese- del contrasto alle migrazioni.

Non è ancora chiaro come sarà impostata la politica con l’Europa. Abbiamo avuto alcuni segnali dal discorso sulla NATO, e l’impegno da assumere in termini finanziari da parte europea, oltre che da alcune visite come quella della Merkel. Il G7 sarà l’occasione per chiarire ulteriori aspetti, tra i quali i delicati dossier del clima e della cooperazione internazionale. Su entrambi sembra che gli americani vogliano tenersi le mani libere, sotto l’etichetta dell’ “interesse nazionale”, che comporterebbe –ad esempio- una riduzione dell’aiuto pubblico allo sviluppo.

@marioafrica

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