Un colosso dell'industria da un lato, un ex impero che cerca nuovi spazi dall'altro: SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) è l'incontro fra due grandi nazioni, Russia e Cina, che si contendono uno spazio geopolitico segnato da una profonda instabilità e, nel contempo, limitrofo a due aree strategiche: il Golfo Persico e il Sub-continente indiano.

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente mongolo Tsakhiagiin Elbegdorj partecipano al Summit SCO a Tashkent, Uzbekistan, il 23 giugno 2016. Sputnik / Kremlin / Mikhail Klimentyev / via REUTERS
Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente mongolo Tsakhiagiin Elbegdorj partecipano al Summit SCO a Tashkent, Uzbekistan, il 23 giugno 2016. Sputnik / Kremlin / Mikhail Klimentyev / via REUTERS

Il contesto

Nata nella seconda metà degli Anni '90 e con finalità di cooperazione in materia economica, di sicurezza e culturale, SCO è creata da cinque paesi: Cina, Russia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan; nel 2001 si aggiunge l'Uzbekistan; poi, dal 2013, aderiscono Pakistan, Iran, Afghanistan col ruolo di osservatori. Nello stesso anno l'India diviene membro di SCO, la Mongolia sceglie la posizione di paese osservatore mentre la Turchia di Erdogan si avvicina quale “dialogue partner”.


LEGGI ANCHE : Maduro gioca su tutti i tavoli, rilancia e si tiene il Venezuela


Tracciando una linea immaginaria sulla cartina centro-asiatica e congiungendo Pechino, Delhi e Mosca, si ottiene un triangolo all'interno del quale si trovano nazioni legate a russi, cinesi e indiani da vincoli sviluppatisi e consolidatisi nell'arco dell'ultimo ventennio. Ad esempio quelli di Mosca con Dushanbe e Tashkent, capitali di due paesi ex Urss, Tagikistan e Uzbekistan, che contano sugli aiuti economici e militari russi per far fronte alla grave crisi che li attanaglia e alla necessità di un apparato di sicurezza efficiente che li tuteli dalla diffusione di illeciti quali contrabbando di droga, traffico di esseri umani e terrorismo, permettendo anche a Putin di continuare a proteggere i confini meridionali della Federazione. Ma se gli accordi uzbeko-tagiki sono in vigore dal 1992, che senso ha avuto per il Cremlino rafforzare la cooperazione con SCO?

Nuovi spazi

Sì, come accennato il Baltico è un nuovo fronte di guerra: se in Siria si combatte (con le armi, nda), sul Mar Baltico ci si confronta nella guerra dell'informazione” spiega Mr Janis Sarts, Direttore di StratcomCoe, centro di comunicazione strategica della NATO. Il riarmo svedese e l'ampliamento, a est, dell'Alleanza Atlantica hanno fatto del Nord Est europeo un terreno di attriti con Mosca che si vede non solo ostacolato l'accesso al mare, ma anche minacciata l'exclave di Kaliningrad che sorge lungo i confini con l'Unione Europea, ultima eredità di una Guerra fredda che pare mai finita. A sud, i possedimenti russi di Tartus e di Latakia seguono, invece, le sorti della Guerra siriana: l'impegno di Putin nel paese medio orientale, come noto, è legato soprattutto al mantenimento delle basi mediterranee. Va da sé, dunque, che il Cremlino cerchi nuovi spazi nel continente asiatico, cooperando sia con nazioni un tempo parte dell'impero sovietico (Mongolia, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakhstan), sia con il “gigante cinese”, quest'ultimo impegnato in una politica economica che ha da tempo varcato i confini del Catai, estendendo la Via della Seta ad Europa ed Africa.

One Belt One Road

Il commercio cinese attraversa realtà eterogenee, da quelle sviluppate (Europa e USA) a quelle che necessitano di infrastrutture come porti, aeroporti, ferrovie, ponti. Investendo capitali in Africa, ad esempio, Pechino realizza opere pubbliche delle quali beneficiano le sue navi e i suoi aerei, ma anche le popolazioni locali. Favorire il libero scambio sostenendo nazioni emergenti? Certo, dietro agli investimenti non c'è solo la solidarietà: come un tempo le potenze coloniali, la Cina costruisce scali che, automaticamente, fungono da fondamenta e da snodo per la costruzione di un grande impero economico. Una soluzione che, seppure con minore eco mediatico, pare stia seguendo anche la Russia. D'altronde, la Storia insegna che già l'Urss ha fornito armi e tecnologie a nazioni medio orientali, asiatiche ed africane (Nord Corea, Siria, Nord Vietnam, Iraq, Cuba, Egitto, intervento in Angola a sostegno di MPLA, Repubblica Democratica Afghanistan); la medesima, attuale presenza in Siria affonda le sue radici in un accordo stipulato fra Damasco e Mosca nel 1971. E anche oggi, nell'era Putin, i russi continuano a guardare oltre il loro territorio, alla ricerca di nuovi spazi per rafforzare potere politico e per aprire nuovi mercati. Ad esempio il sub-sahara.

“Perdendo parte della sua influenza nel confronto fra USA e Cina, è probabile che la Russia si concentrerà nel breve termine sulla cooperazione politica, sulla vendita di armi e su investimenti mirati in risorse naturali necessari all'Africa sub-sahariana” scrive, nel 2013, Douglas C. Lovelace, Direttore dell'Istituto Studi Strategici della US Army War College, introducendo “Russian Interests in Sub-Saharan Africa”, dettagliato lavoro di Keir Giles ( Conflict Studies Research Centre). L'autore sostiene che l'Africa sub-sahariana è “un'area chiave per assicurare (alla Russia, nda) un ruolo nello scacchiere globale, non solo per il suo potenziale e per la crescita economica a medio termine, ma soprattutto perché può garantire (a Mosca, nda) l'accesso alle risorse naturali lì situate, pre-requisito ed elemento essenziale per lo sviluppo a lungo termine. Tuttavia, l'estrazione di queste risorse richiederebbe un investimento immenso che, nel breve termine, potrebbe superare di gran lunga i potenziali guadagni. Quindi, in attesa di sviluppare una politica coerente nella regione, la Federazione tenta di stabilire una presenza interpretabile come “segnaposto”: imprese ed investitori russi si concentrano, al momento, su operazioni strettamente commerciali”.

Non solo Asia centrale, dunque: consapevole dell'instabilità africana, ma conscia anche del grande valore dei grandi giacimenti minerari del Continente Nero, Mosca come Pechino tenta di sfruttare le risorse naturali di paesi arretrati e poveri, edulcorando l'interesse finanziario con termini quali “cooperazione”, “sviluppo” e “infrastrutture”. Una forma, velata di colonialismo che non si esprime con invasioni militari e cannonate, ma con trattati e licenze che assicurano a russi e cinesi una presenza stabile e duratura in Africa.

@marco_petrelli

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE