Dietro lo show delle superpotenze in Vietnam, c’è la crescente impotenza negli affari internazionali. Palese quella statunitense, nascosta dall’astuzia di Putin quella russa. Benvenuti nell’era in cui per capire ciò che accade in Medio Oriente bisognerà davvero guardare al Medio Oriente

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sputnik/Mikhail Klimentyev/Kremlin via REUTERS
Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sputnik/Mikhail Klimentyev/Kremlin via REUTERS

Ci vuole una certa ironia per affermare, come han fatto Trump e Putin al termine del loro incontro a latere della conferenza di Danang, che per la Siria “non ci può essere soluzione militare”. Una ironia amara, se si pensa che i due Paesi a vario titolo stanno bombardando il territorio siriano da anni e che il principale alleato della Russia di Putin, quel regime siriano di Bashar al-Assad che ora sembra tutto sommato tollerabile anche a Washington, ha scelto caparbiamente la soluzione militare sin da quando alcuni murales disegnati da ragazzini della città di Daraa innescarono la prima scintilla della rivolta.


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Ma non è solo ironia amara quella che emerge dal breve show andato in scena in Vietnam. A trasparire, infatti, è stata anche una caratteristica sempre più marcata delle due grandi potenze, diventate sempre più piccole per quanto riguarda la gestione degli affari internazionali: debolezza.

Dietro alla retorica della grande conferenza fra tutte le componenti del popolo siriano e del ritorno al processo di Ginevra c’è infatti la debolezza di due grandi potenze che stanno velocemente realizzando l’ampiezza del gap fra ciò che ancora molti si aspettano da loro e ciò che possono effettivamente realizzare.

C’è prima di tutto la debolezza della Russia, che presto o tardi emergerà chiaramente da dietro lo sciovinismo machista e i brillanti espedienti tattici del Cremlino. Forse ancora per un paio d’anni leggeremo e ci scambieremo opinioni ammirate su questa o quella mossa del presidente russo, sulla sua capacità di partecipare e influenzare conflitti in tutto il Medio Oriente dalla Libia allo Yemen. Ma alla fine dovremo riconoscere il nulla strategico dietro allo show pirotecnico, l’incapacità di pesare veramente in alcun contesto, persino in quel contesto siriano oggi fiore all’occhiello della proiezione mediorientale russa.

Dietro la scorza di armi e missili balistici che fanno apparire la Russia ancora una corazzata emergerà il peso piuma di una potenza priva di qualsivoglia capacità di penetrazione economica, con una popolazione impoverita da corruzione, mala gestione e sanzioni. Una potenza che ai tempi dell’Unione Sovietica, oltre a proiezione militare ed economica, esportava anche un modello politico sui generis che altri ambivano ad importare. Ma la maggior parte del Medio Oriente di oggi di dittature personalistiche e repressive sa già tutto, e non ha certo bisogno di farsi guidare da Mosca e da Putin per realizzarne di proprie. Tutti elementi di una realtà che cambierà presto lo scenario in Siria, in cui oggi Putin sembra agire indisturbato come plenipotenziario del regime e dei suoi alleati, trattando con Israele, con Washington e con le altre potenze regionali preoccupate dell’espansionismo iraniano nel Levante.

Ma se dovremo attendere ancora del tempo per vedere chiaramente la debolezza di Mosca, nascosta com’è dall’astuzia di Putin e dalla fascinazione tipica dei nostri tempi per prove di forza e uomini forti, un’altra debolezza è invece già palese da tempo: quella di Washington. È palese nel momento in cui il presidente statunitense smentisce mesi di lavoro della propria intelligence dicendo di credere al presidente russo, quando giura di non aver in alcun modo tentato di influenzare le elezioni statunitensi. È palese quando si congratula con Mosca degli sforzi congiunti per combattere il terrorismo in Siria, quando per mesi gli Stati Uniti e i loro alleati curdo-siriani hanno agito soli contro Isis, mentre russi, regime e milizie sciite erano impegnate a combattere altrove, ad affamare Ghouta o Yarmouk, o a coprire i propri bombardamenti chimici a Khan Sheikhoun. È palesequando un presidente americano avvalla via social media gli avventurismi di un giovane principe saudita che detiene illegalmente il primo ministro di un altro Paese. Ed è palese ed inquietante, infine, quando nel dibattito pubblico americano si può dire, senza troppa vergogna, che ora che Isis è sconfitto è tempo di andarsene dalla Siria e lasciare le Forze Democratiche Siriane – quella formazione eterogenea curdo-araba guidata dal Ypg curdo che dopo aver scacciato Isis dal nord della Siria ha recentemente ripreso Raqqa – al loro destino, ovvero alla morsa composta dal regime siriano a sud e la Turchia di Erdogan a nord.

Ma se ancora molti, forse perfino gli stessi Trump e Putin, sembrano credere alla fattibilità di dichiarazioni di intenti e accordi come quelli di Danang, c’è da tempo chi ha cominciato a farsi i propri conti ben consapevole della debolezza di questi due minuscoli giganti.

Ci sono, prima di tutto, il regime di Damasco e l’alleato iraniano. Due anni di guerra combattuta fianco a fianco coi russi sono serviti a conoscersi bene e da vicino. Sanno che Mosca non ha né l’intenzione né le capacità per rimanere a dettare le regole in Siria nel lungo periodo. Sanno che i russi sono in Siria per andarsene, e nemmeno tanto in là nel tempo. Mentre Teheran e Assad sono in Siria per restare.

C’è poi Israele, che per niente persuasa dalle solenni dichiarazioni di intenti russo-americane, ha già fatto sapere che si ritiene libera di continuare ad agire militarmente nel sud-ovest siriano come ha fatto negli ultimi anni per impedire a Hezbollah e ad altri alleati dell'Iran di stabilirsi continuativamente da quelle parti.

E se anche il governo israeliano difficilmente si farà trascinare dai sauditi in una guerra in Libano nel breve periodo, l’incapacità di Russia e Stati Uniti di regolare la questione nel lungo termine rende un confronto fra Israele (con benedizione saudita) e Hezbollah in Siria o in Libano sempre più probabile. Perché sono loro, potenze regionali come Iran, Arabia Saudita e Israele, che fanno davvero le regole oggi. E lo saranno ancor più domani, privi ormai di qualunque seria influenza egemonica esterna. Benvenuti nell’era in cui per capire ciò che accade in Medio Oriente bisognerà davvero guardare al Medio Oriente. Un’era diversa, ma non necessariamente migliore. Anzi. 

@Ibn_Trovarelli 

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