La regione separatista della Moldavia è uno dei piccoli Stati de facto sorti alla caduta dell’Urss. La ripresa dei negoziati ha risolto diverse questioni pratiche. Ma lo status politico rimane un tabù. E il governo moldavo deve trovare un difficile equilibrio tra la Russia e la Ue

Forze di polizia della Transnistria.  REUTERS/Gleb Garanich
Forze di polizia della Transnistria. REUTERS/Gleb Garanich

A margine del recente vertice sul partenariato orientale Pavel Filip ha commentato che “i conflitti congelati hanno fatto il loro tempo.” Difficile a dirsi se il primo ministro moldavo abbia fatto sfoggio di ottimismo istituzionale o ingenuità politica, certo è che il giro di negoziati con le autorità separatiste della Transnistria a fine novembre giustifica almeno in parte la fiducia del premier.


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I colloqui per uscire dall’impasse tra la regione separatista moldava e il governo di Chisinau tenuti a Vienna a fine novembre hanno fatto “sostanziali progressi” secondo l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), mediatore chiave nei negoziati. Le trattative sui micro-stati de facto spuntati come funghi alla caduta dell’Unione sovietica rispecchiano nel nome i fragili equilibri geopolitici dell’ex impero - e quelle per la Transnistria non fanno eccezione. Chiamati “5+2” i colloqui riuniscono intorno a un tavolo Osce,  Moldavia,  Russia,  Transnistria e Ucraina con Unione europea (Ue) e Stati  Uniti in qualità di osservatori. Come quelli per altre realtà emerse nel Caucaso del sud, hanno conosciuto alti e bassi - con una netta prevalenza dei secondi. Tiraspol e Chisinau hanno ricominciato a parlarsi nel giugno 2016 dopo un gelo durato due anni.

Quando l’Urss cadde sotto i colpi della sua stessa falce, il presidente di origine rumena della neonata Repubblica moldava, MirceaIon Snegur, ventilò una possibile annessione della Moldavia alla Romania. A quel punto l’uomo di Mosca, Igor Smirnov, sganciò la Transnistria, regione lungo la sponda orientale del Dniestr a maggioranza slava: alla chiamata alle armi nel giugno 1992 rispose la 14^ divisione dell’Armata Rossa. Poche settimane e mille morti dopo, un armistizio congelava il conflitto senza risolverlo. Da un quarto di secolo la regione rimane un nodo gordiano nel cuore dell’Europa – una repubblica che ufficialmente non esiste, ma c’è e vive di vita propria con sostanziali iniezioni di contante da Mosca, che però non ne riconosce l’indipendenza. Circa 1,400 soldati monitorano il cessate il fuoco e sorvegliano una massiccia riserva di armi sovietiche - alcune delle quali occasionalmente penetrano nel mercato nero, infiltrandosi attraverso la porosa frontiera con l’Ucraina e raggiungendo Odessa e il suo porto, a poco più di cento chilometri da Tiraspol.

Colloqui pragmatici

Ad oggi il dialogo non si avventura nel campo minato dello status  della  regione e si limita per lo più a questioni pratiche, comunque rilevanti perché toccano direttamente la vita quotidiana della popolazione. Le parti si sono accordate sulla garanzia dell’insegnamento in alfabeto latino nelle scuole in Transnistria, al ripristino dei collegamenti telefonici tra le due sponde del fiume Dniester, al libero accesso ai terreni agricoli nell’area di Dubasari. La riapertura del traffico sul ponte tra i villaggi di Gura Bacului e Bychok lo scorso novembre, dopo 25 anni di chiusura, oltre a riaprire la comunicazione tra le due comunità ha un rilevante significato simbolico. Aggiornata al prossimo febbraio la discussione sulla circolazione dei veicoli con targa transnistriana nel traffico stradale internazionale.

Lo status politico rimane fuori dalla porta - l’indipendenza non è nelle carte, ma Kiev è possibilista sull’apertura verso Chisinau, perché, afferma la diplomazia, i tempi sono maturi.

“Ho la sensazione che [le autorità] siano pronte a discutere la reintegrazione, [che] capiscano che non si può rimandare,” ha spiegato in una recente intervista il mediatore ucraino, Viktor Kryzhanivski. “La Federazione Russa potrà bloccare [il processo] per un po', ma non per sempre. La nuova generazione di transnistriani sa di vivere in un'enclave. Immaginate la loro posizione, i loro documenti non sono riconosciuti, non è chiaro chi rappresentino, vogliono vivere in un normale Paese europeo.”

L’equilibrio con il Cremlino

Chisinau deve sfoggiare delicate capacità da funambolo - da un lato c’è l’Unione europea alla quale la Moldavia guarda come partner naturale, tant’è che ha siglato il patto di associazione e aderito alla zona di libero scambio con Bruxelles nel giugno del 2014; dall’altra c’è Mosca, ex alma mater, attore fondamentale nel conflitto ieri e interlocutore chiave per Tiraspol oggi. La Transnistria è l’unica regione separatista sulla quale Mosca mantiene un controllo diretto a non confinare con la Russia. La Moldovia non ha aderito alle sanzioni dell’Unione contro la Russia e l’elezione a presidente del filo-russo Igor Dodon a fine 2016 ha calmierato i toni tra le due capitali, anche se più a parole che nella sostanza delle cose.

Dodon si è impegnato a cancellare il patto di associazione con annessi diritti e doveri, ma Chisinau ha regolarmente partecipato al quinto incontro tenutosi a Bruxelles a fine novembre. E la proposta del presidente di garantire alla Moldavia lo status di Paese osservatore nell’unione euroasiatica guidata dal Cremlino ha suscitato le ire del filo-europeo Filip che l’ha definita una mossa “spericolata”. Le ostruzioni del Cremlino seguite alla scelta europea del 2014 rimangono, soprattutto a livello economico con dazi doganali che non rendono la vita facile alla già fragile economia moldava.

Filip inoltre lamenta di non aver ricevuto risposta ai chiarimenti richiesti a Mosca in relazione alla cosiddetta “Russian laundromat”, la “lavanderia russa”, ovvero un complesso schema di riciclaggio di denaro che dalla Russia avrebbe pulito oltre 20 miliardi di dollari attraverso una rete di banche, molte delle quali moldave e lettoni.

@monicaellena

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