Prima consegna il foglio di via a 200 mila salvadoregni, poi apre a un accordo che potrebbe dare la cittadinanza a 11 milioni di irregolari. E cerca di barattare i soldi per il muro con la tutela dei “dreamers”. Ma a proteggerli dalla deportazione ci ha pensato un giudice

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, affiancato da Dick Durbin e Steny Hoyer durante un incontro bipartisan con i legislatori sulla riforma dell'immigrazione alla Casa Bianca. REUTERS/Jonathan Ernst
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, affiancato da Dick Durbin e Steny Hoyer durante un incontro bipartisan con i legislatori sulla riforma dell'immigrazione alla Casa Bianca. REUTERS/Jonathan Ernst

Donald Trump ha spiazzato, di nuovo, tutti. Martedì scorso, durante una tavola rotonda alla Casa Bianca con i Repubblicani e i Democratici, il presidente ha aperto alla possibilità di una vasta riforma dell’immigrazione che, tra le altre cose, si propone di conferire la cittadinanza americana a ben 11 milioni di immigrati che vivono negli Stati Uniti senza un regolare permesso.


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Ma andiamo con ordine. Soltanto un giorno prima l’amministrazione Trump aveva deciso di non rinnovare un programma umanitario che permetteva a circa 200.000 salvadoregni di risiedere e lavorare negli Stati Uniti a seguito dei devastanti terremoti di El Salvador del 2001. Quella salvadoregna era la comunità più numerosa che beneficiava del Temporary Protected Status, che a novembre è stato rimosso anche ai cittadini di Haiti (quasi 60.000) e del Nicaragua (2.500).

Si trattava di una forma di protezione speciale introdotta da George Bush nel 1990 – e poi estesa nel corso degli anni – per tutelare in particolare i centroamericani che fuggivano dalla violenza della regione e dalle calamità naturali. Allo scadere del termine ultimo, i salvadoregni, gli haitiani e i nicaraguensi che non avranno regolarizzato la loro posizione andranno incontro al rischio di deportazione, con il pericolo concreto di dividere molte di queste persone dai propri figli, nati negli Stati Uniti, o dai propri coniugi americani.

A rischiare la deportazione sono anche i dreamers («sognatori»), i giovani immigrati arrivati irregolarmente negli Stati Uniti da bambini che beneficiavano del Daca, un programma che garantiva loro l’immunità dalle espulsioni introdotto da Obama e cancellato da Trump lo scorso settembre. I dreamers sono circa 800.000 in tutto, per la stragrande maggioranza di nazionalità messicana ma spesso senza alcun ricordo del loro Paese d’origine.

Il Daca terminerà ufficialmente il 5 marzo prossimo, e Donald Trump ha chiesto fin da subito al Congresso di sostituirlo con una nuova legge: a meno che le tutele nei loro confronti non verranno rinnovate, da quella data i dreamers diventeranno dei clandestini a tutti gli effetti. Martedì un giudice federale ha tuttavia bloccato temporaneamente la revoca del Daca, sostenendo che il programma dovrà restare attivo fintantoché la sorte dei «sognatori», oggi incerta, non verrà risolta definitivamente da una nuova norma.

L’intervento del giudice ha aggiunto ulteriore complessità alla già intricata battaglia politica per i dreamers tra Democratici e Repubblicani, legata strettamente – oltre a quella per le comunità centroamericane rimaste senza protezione – a quella per il muro al confine con il Messico e a quella per l’approvazione del budget per l’anno fiscale corrente.

E qui torniamo alla notizia di apertura. Martedì 9 Donald Trump si è riunito alla Casa Bianca con diversi membri del Congresso di entrambi gli schieramenti e ha proposto una riforma «completa» dell’immigrazione in due tempi: prima un accordo per garantire protezione legale ai dreamers e allo stesso tempo rafforzare i controlli alla frontiera e finanziare la costruzione del muro; poi un secondo accordo per assegnare la cittadinanza a 11 milioni di immigrati senza permesso che vivono negli Stati Uniti.

L’iniziativa di Trump è tanto ampia quanto ambiziosa, oltre che apparentemente in contraddizione con le sue note posizioni anti-migranti e anti-immigrazione. Il presidente ha però effettivamente già mostrato di amare le larghe intese, che gli permettono di esibirsi come un grande negoziatore capace di superare le divergenze tra i partiti: se la sua riforma dell’immigrazione dovesse andare in porto, Trump sarà riuscito ad avere successo là dove Bush e Obama hanno fallito.

Il contenuto della riforma sembra essere pensato per accontentare tutte le parti: i Democratici otterranno le tutele per i dreamers e un vasto allargamento della cittadinanza, i Repubblicani il muro e controlli più stringenti alla frontiera. Eppure tanta disomogeneità potrebbe ottenere l’effetto opposto. Il Partito Democratico è fermamente contrario all’edificazione di una barriera con il Messico, perché non vuole permettere a Trump di realizzare la sua più grande promessa elettorale e di costruire un enorme monumento fisico alla sua presidenza. Il Partito Repubblicano e soprattutto la base elettorale del presidente, invece, non gradiranno la regolarizzazione di 11 milioni di immigrati.

Il successo della «riforma completa», insomma, è tutto tranne che scontato. Ci sono dei margini di manovra per raggiungere un compromesso, che dipenderà però da quanto intransigenti si riveleranno le parti contraenti.

I Democratici sono favorevoli ad una maggiore protezione del confine, ma non accetteranno di destinare 18 miliardi di fondi federali in dieci anni – questa la cifra che ha chiesto Trump al Congresso lo scorso venerdì – alla costruzione del muro e al rafforzamento delle recinzioni già esistenti. E forse potrebbero acconsentire a scambiare un prolungamento del Temporary Protected Status con l’abolizione della cosiddetta «lotteria» per l’ottenimento del visto. Trump invece è favorevole ad un accordo sul Daca (e sembra essersi spinto anche oltre), a patto che includa dei finanziamenti per il muro, un tema su cui ha puntato moltissimo in campagna elettorale ma che finora non è riuscito a sviluppare granché.

Lo scontro su questo punto cruciale ha già fatto saltare un accordo a settembre. Sulle negoziazioni oggi pende inoltre anche lo spettro di un government shut down: il 19 gennaio scadrà il termine ultimo per l’approvazione del budget per l’anno fiscale che, se dovesse mancare – il voto dei Democratici è fondamentale –, provocherebbe la chiusura del governo. Ad aprile dell’anno scorso, alle prese con un rischio simile, Trump aveva rinunciato allo stanziamento di risorse per il muro. Il suo primo anno di presidenza però è quasi trascorso, e il «grande muro» che aveva promesso è ancora allo stato di otto prototipi nel deserto fuori San Diego.

@marcodellaguzzo

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