«Che tu ci creda o no, questa è la cosa meno importante di cui stiamo parlando, ma quella che politicamente potrebbe essere la più importante». A pronunciare questa frase è il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, appena una settimana dopo la cerimonia di insediamento alla Casa Bianca. Dall’altra parte del telefono c’è il suo omologo messicano, Enrique Peña Nieto.

Donald Trump e Enrique Peña Nieto. REUTERS/Carlos Barria
Donald Trump e Enrique Peña Nieto. REUTERS/Carlos Barria

La «cosa» di cui Trump sta parlando è il muro al confine con il Messico, quello che dovrebbe fermare i migranti e il traffico di droghe e che per mesi e mesi è stato la promessa principale della sua campagna elettorale: “Costruiremo un muro e lo faremo pagare al Messico”, ripeteva (e ogni tanto ripete ancora) ad ogni comizio e poi in caps lock su Twitter.


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La citazione proviene dalla trascrizione della telefonata tra i due leader nordamericani del 27 gennaio scorso – quella su cui tanto si è speculato e discusso nei mesi passati, per diverse ragioni – che il Washington Post ha pubblicato in esclusiva giovedì.

Nei primi botta e risposta con Peña Nieto Trump adotta quella strategia retorica a cui ci ha ormai abituato, un mix di autocelebrazioni, complimenti all’interlocutore e accuse dirette: chiama il presidente messicano per nome e dice di considerarlo un amico, poi parla del deficit americano nella bilancia commerciale con il Messico, dei posti di lavori che ritiene persi a causa della delocalizzazione, dei migranti irregolari (anche se più messicani lasciano gli Stati Uniti di quanti ne entrino) e dei cartelli del narcotraffico. Dopodiché, quando la conversazione comincia a virare verso il muro – per tre volte definito «la cosa meno importante di cui stiamo parlando», per di più davanti al rappresentante della nazione direttamente coinvolta nella faccenda –, Trump appare tentennante e in difficoltà davanti ad un Peña Nieto invece insolitamente fermo sulle sue posizioni. «Devo far pagare il muro al Messico, devo. Ne ho parlato per due anni», confessa “The Donald”, che prima prega Peña di non dire più in pubblico che non avrebbe accettato di sostenere le spese di costruzione («Non puoi dire questo alla stampa»), consapevole del fatto che non sarà così semplice costringerlo, e poi propone un accordo per non affrontare più la questione in pubblico. L’esistenza dell’accordo era stata rivelata alla stampa il giorno stesso in cui era stato stretto, eppure Trump non lo ha mai rispettato e Peña Nieto non ha mai risposto alle sue provocazioni: allo scorso G20, ad esempio, Trump ha detto ai giornalisti di voler «assolutamente» far pagare il muro al Messico; Peña, seduto al suo fianco, è rimasto in silenzio.

Un’altra informazione notevole che emerge immediatamente dalla lettura della telefonata è che Trump, per sua stessa ammissione, non aveva alcun interesse ed era anzi contrario a riunirsi con il ministro degli Esteri Luis Videgaray e con gli altri rappresentanti del governo messicano, facendo probabilmente riferimento alla sua visita ufficiale a Città del Messico del 31 agosto 2016. Il futuro delle relazioni tra i due paesi sembra dunque dipendere dal rapporto personale tra Luis Videgaray e Jared Kushner – il marito di Ivanka e genero di Donald, nonché uno dei suoi consulenti più influenti –, più volte indicato come l’“uomo messicano” alla Casa Bianca.

Parte del contenuto della telefonata tra i due presidenti era comunque già noto diversi mesi prima che il Washington Post ne pubblicasse la trascrizione integrale. Il 2 febbraio l’agenzia di stampa Associated Press scrisse che durante la chiamata del 27 gennaio Trump aveva minacciato l’invio di truppe statunitensi in Messico per fermare i «bad hombres», i narcotrafficanti, accusando l’amministrazione Peña Nieto di non fare abbastanza e i militari messicani di averne paura. La trascrizione del Washington Post conferma grossomodo il contenuto di quanto riportato da Associated Press, ma più che il preludio ad un’invasione quella di Trump sembra – oggi che abbiamo accesso al contesto della conversazione – piuttosto una proposta di collaborazione formulata in maniera aggressiva e molto poco diplomatica. In realtà, la cooperazione militare e politica tra i due paesi contro il narcotraffico è già abbastanza stretta, e l’allora ministro della Sicurezza John Kelly, oggi capo dello staff alla Casa Bianca, durante il suo viaggio in Messico a luglio aveva riconosciuto che «l’appetito insaziabile dell’America per le droghe è la causa di molti dei problemi in entrambi i lati della frontiera».

Il 25 gennaio, due giorni prima della telefonata in questione, Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo per l’avvio della progettazione del muro, e il 26 aveva scritto su Twitter che «se il Messico non è disposto a pagare il muro, assolutamente necessario, allora sarebbe meglio cancellare la riunione» prevista per la settimana successiva, cosa che in effetti Peña Nieto fece. Lo scorso aprile, per non incorrere nel rischio di un blocco delle attività amministrative, Trump ha dovuto rinunciare allo stanziamento dei fondi per la costruzione del muro, che sono stati però approvati – 1,6 miliardi di dollari, ma ce ne vorranno almeno altri 20 per completarlo – il 27 luglio dalla Camera dei rappresentanti come parte dei finanziamenti per la difesa. Martedì il Dipartimento della sicurezza interna ha detto di avere intenzione di costruire i primi 24 chilometri di barriera a San Diego, in California, mentre a metà luglio Trump aveva ceduto all’idea di un muro incompleto, che non percorresse cioè l’intero confine, e provvisto di aperture «per vedere cosa c’è dall’altro lato».

La trascrizione della telefonata ha generato reazioni contrastanti in Messico. Da una parte c’è chi accusa il presidente Peña Nieto di scarsa fermezza e troppa condiscendenza. Dall’altra c’è chi ne riconosce invece lo sforzo fatto per non far naufragare tanto la conversazione quanto la partnership tra i due paesi senza rinunciare a difendere gli interessi messicani. Dall’esterno, l’impressione è che Peña Nieto si sia mostrato in privato più solido e sicuro di quanto non sia in pubblico, ma più per l’inadeguatezza diplomatica di Trump che per meriti personali.

Poco prima di congedarsi e riattaccare, Donald Trump ha riconosciuto l’importanza di mantenere buoni rapporti con il Messico e si è lanciato in ulteriori elogi di Peña Nieto. «Siamo io e te contro il mondo, Enrique, non dimenticarlo».

@marcodellaguzzo

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