L’operazione è iniziata con il tacito assenso di Mosca, che aveva fin qui garantito la presenza curda ad Afrin. Il parallello attacco del regime a Idlib fa intravedere un disegno più complesso. Che può cambiare la mappa del conflitto, sbloccando la conferenza di pace di Sochi

Soldati dell'Esercito siriano Libero nel campo di addestramento di Azaz. REUTERS/Osman Orsal
Soldati dell'Esercito siriano Libero nel campo di addestramento di Azaz. REUTERS/Osman Orsal

Nella giornata di sabato 20 gennaio l’esercito turco ha lanciato l’operazione “Ramo d’Ulivo” sulla regione di Afrin, nel nord-ovest della Siria. L’aviazione ha prima portato a termine numerosi bombardamenti all’interno dell’area, a cui il giorno seguente è seguita l’invasione di terra sia dal confine settentrionale con la Turchia, portata avanti da truppe di fanteria e corazzate turche, sia dal confine orientale, da dove si sarebbero mosse alcune migliaia di combattenti appartenenti all’opposizione siriana filo-turca dell’Esercito Libero. Questi ultimi dal 2017 occupano infatti la striscia di territorio intorno alle cittadine di Azaz, Al-Bab e Jarablus, conquistate con l’aiuto di Ankara nell’ambito dell’operazione Euphrates Shield.


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Gli attacchi sono stati diretti contro obiettivi del Ypg, la milizia curda che fa capo al partito Pyd, oggi la principale forza che controlla il nord della Siria. Il Ypg è anche il principale componente delle Syrian Democratic Forces (Sdf), la milizia creata l’anno scorso su spinta americana nel nord-est della Siria per combattere la presenza dello Stato Islamico, e che alla fine del 2017 ha occupato Raqqa, l’ex capitale del Califfato.

L’operazione di Afrin è una di quelle strane notizie a cui la guerra in Siria ci ha abituato, capace di essere sorprendente nonostante se ne parlasse da mesi. È infatti almeno dalla metà del 2017 che Ankara aveva fatto trapelare la propria volontà di sottrarre Afrin dal controllo del Ypg, anche attraverso una operazione militare sull’esempio di Euphrates Shield. Togliere ai curdi del Pyd il cantone di Afrin significa infatti mettere definitivamente fine a ogni loro speranza di controllare l’intero nord della Siria lungo il confine turco-siriano e di avere un accesso al Mediterraneo.

Il principale ostacolo a una operazione che molti dicevano essere pianificata da mesi era stata però finora la mancanza del via libera russo. È infatti da quasi un anno e mezzo, ovvero da poco dopo l’inizio del suo intervento in Siria, che Mosca si è fatta garante, insieme agli Stati Uniti, dei territori sotto il controllo del Pyd in virtù del contributo che quest’ultimo ha dato alla lotta contro lo Stato Islamico. L’accordo tacito, ma trapelato a più riprese, era che gli Stati Uniti si fossero impegnati a garantire le conquiste curde a est dell’Eufrate, armando e assistendo le Sdf nell’offensiva su Raqqa, mentre la parte occidentale sarebbe rimasta sotto tutela della Russia, la quale per garantire la presenza curda ad Afrin, aveva anche provveduto a mandare nella città un contingente di osservatori militari.

Ebbene, con l’attacco turco questa tutela sembra essere definitivamente venuta meno. La retorica è rimasta ovviamente tesa, con la Russia, accompagnata dal regime di Assad, che ha condannato duramente l’operazione unilaterale turca. Una retorica che però stona con il ritiro, avvenuto poche ore prima dell’attacco, degli osservatori militari da Afrin, e con l’incontro che più fonti confermano di giovedì 18 gennaio a Mosca tra vertici militari turchi e russi per coordinare le operazioni, come già scritto da eastwest.eu

È una retorica stonata, che ricorda molto quella usata da Ankara nelle ultime settimane per condannare l’attacco del regime di Damasco, sostenuto dall’aeronautica russa, sull’enclave ribelle di Idlib. Ankara è arrivata addirittura a convocare simbolicamente gli ambasciatori russo e iraniano e a minacciare ritorsioni, nonostante l’operazione sembrasse ricalcare quella prevista da alcune mappe trapelate al termine delle trattative di Astana tra Russia, Iran e Turchia nel settembre scorso.

Quello che emerge dalle dichiarazioni diplomatiche potrebbe quindi essere un gioco di ruoli, per difendere, da una parte, l’immagine della Turchia paladina dei ribelli siriani e, dall’altra, l’immagine della Russia garante dei curdi del Rojava. Un’immagine forse definitivamente incrinata dalle dichiarazioni del rappresentante del governo del Rojava ad Afrin Aldar Xelil che ha confermato che i rappresentanti russi si sono offerti di fermare l’attacco turco solo in cambio della rinuncia curda ad Afrin in favore del regime di Damasco.

Ma, al di là delle cortine fumogene della propaganda, l’operazione di Afrin emerge come un importante punto di svolta del conflitto, e potrebbe cambiarne le carte in tavola ancora una volta. Due sono infatti gli sviluppi principali che potrebbero emergere nelle prossime settimane.

In primo luogo, l’organizzazione della conferenza di pace di Sochi, su cui la diplomazia russa si sta giocando molto per dirimere la matassa siriana, potrebbe uscire dallo stallo in cui versa attualmente. Uno dei principali punti di contrasto è infatti costituito ora dalla partecipazione dei curdi del Pyd, considerata fondamentale dalla Russia, ma profondamente osteggiata dalla Turchia. Su questo fronte emergono due ipotesi realistiche dopo l’attacco di Afrin: la prima è che in cambio della luce verde su Afrin, Mosca abbia preteso l’assenso di Ankara alla partecipazione del Pyd alla conferenza di Sochi.

La seconda è che la Russia abbia deciso di scaricare definitivamente i curdi, dando luce verde alla Turchia per eliminare definitivamente il problema cominciando dal nord-ovest, e scommettendo che gli Stati Uniti faranno lo stesso a nord-est, non volendo prendersi la responsabilità di rimanere gli unici alleati rimasti ai curdi in un contesto regionale diventato loro completamente ostile. Nel frattempo l’unico punto su cui sia le dichiarazioni russe che quelle turche sembrano concordare è la responsabilità americana nel generare il casus belli che ha portato la Turchia ad agire, ovvero l’istituzione di una forza di protezione dei confini addestrata da Washington nelle aree curde nel nord-est.

Il secondo sviluppo riguarda invece l’opposizione siriana. L’operazione su Afrin, condotta con il supporto dei ribelli dell’Esercito Libero controllati da Ankara, amplia infatti significativamente i territori già sotto controllo dei ribelli filo-turchi occupati nel quadro dell’operazione Euphrates Shield. Ciò avviene nelle stesse settimane in cui le massicce operazioni del regime siriano su Idlib (coadiuvate da forze iraniane e russe) rischiano di portare a una nuova diaspora di massa di civili e combattenti legati all’opposizione, com’era accaduto un anno fa dopo la presa di Aleppo. In questo modo le forze turche, che sono già disposte lungo il confine tra la provincia di Idlib e quella di Afrin, potrebbero facilitare il passaggio di civili e ribelli “moderati” verso Afrin e le zone di Euphrates Shield, intrappolando i jihadisti di Tahirir al-Sham (ex al-Nusra) a Idlib sotto l’attacco del regime.

Una tale operazione, se portata a termine con successo, avrebbe il beneficio di semplificare notevolmente il quadro strategico nel nord-ovest della Siria, eliminando l’ingombrante presenza di Tahrir al-Sham, confinando la presenza curda a ovest dell’Eufrate, e portando l’intera opposizione siriana sotto il diretto controllo della Turchia, subordinandone definitivamente l’autonomia di scelta agli interessi di Ankara. Il regime, in cambio, otterrebbe di limitare la lunghezza e l’intensità della campagna militare per riprendere Idlib, nonché il vantaggio di poter negoziare i futuri accordi di pace direttamente con una controparte più accomodante e affidabile come la Turchia mentre si occupa delle restanti sacche di resistenza nel sobborgo damasceno di Ghouta e nel sud.

È arduo al momento capire se tutto questo rientri davvero in un sofisticato disegno concordato da mesi dai principali attori in gioco sullo scacchiere del nord-ovest siriano. Di certo c’è solo che, nonostante gli accordi di Astana su Idlib e la tutela russa su Afrin, le bombe cadono da giorni sia su Idlib sia su Afrin. Contrastate, finora, solo da furenti missive diplomatiche.

@Ibn_Trovarelli

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