“Gerusalemme è la nostra linea rossa”, dice il presidente Erdogan, che si propone così come leader della “causa comune a tutti i musulmani”. E sullo status della città santa si infrange anche il riavvicinamento con lo Stato ebraico 

Un manifestante durante la protesta contro decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ankara. REUTERS/Umit Bektas
Un manifestante durante la protesta contro decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ankara. REUTERS/Umit Bektas

A un anno dalla normalizzazione dei rapporti bilaterali è ancora aria di crisi tra Turchia e Israele. Dopo la decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele Ankara ha reagito con forza, minacciando di tagliare nuovamente le relazioni diplomatiche. "Riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele sarebbe solo vantaggioso per le organizzazioni terroristiche" ha detto il presidente Recep Tayyip Erdoğan, aggiungendo che "la mossa non solo è contraria a numerose risoluzioni internazionali, ma lede il carattere multi-culturale della città". Tali dichiarazioni richiamano con forza le posizioni più volte espresse ossia che sarebbe impossibile assicurare la pace nella regione senza accettare la richiesta dei palestinesi di uno stato indipendente e sovrano- entro i confini stabiliti nel 1967- con Gerusalemme capitale.


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"Nessuno ha il diritto di giocare con il destino di miliardi di persone per ambizioni personali. Questo sarà causa di indignazione nel mondo islamico, minerà le fondamenta del processo di pace e accenderà nuovi focolai". Sottolineando che la sicurezza del Medio Oriente non può essere sacrificata per meri calcoli di politica interna, Erdoğan ha quindi convocato i leader degli stati membri dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oic) in un vertice  straordinario a Istanbul il 13 dicembre per trattare la questione in modo congiunto e coordinato. "Gerusalemme è il nostro onore, la nostra causa comune e la nostra linea rossa ed è dovere comune di tutti i musulmani abbracciare la causa palestinese ".

La decisione fa seguito alle preoccupazioni espresse dai Paesi Arabi, prima tra tutti l'Arabia Saudita, a cui si aggiungono le dichiarazioni del re Abdullah II di Giordania in visita mercoledì scorso ad Ankara "Non c'è alternativa alla soluzione dei due Stati e Gerusalemme è la chiave per qualsiasi accordo di pace. È fondamentale per la stabilità dell'intera regione pertanto ora è imperativo lavorare velocemente per raggiungere una soluzione finale e un accordo di pace tra palestinesi e israeliani. Ignorare i diritti dei musulmani e dei cristiani palestinesi a Gerusalemme alimenterà solo l'estremismo e minerà la lotta contro il terrorismo" ha aggiunto.

Quasi per ironia della sorte tali commenti arrivano in un momento in cui Israele e Turchia stanno tentando di ripristinare i rapporti diplomatici bruscamente interrotti a seguito dell’incidente della flottiglia Mavi Marmara nel Maggio 2010 quando un raid di commando israeliani ha ucciso attivisti turchi che consegnavano aiuti. Tale avvenimento era stato preceduto dalle scaramucce diplomatiche iniziate con la guerra di Gaza del dicembre 2008 e con l'escalation di toni di Erdoğan che in questi ultimi anni non si è fatto scappare occasione per criticare il modus operandi di Israele.

Certamente con il governo conservatore del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) la politica estera della Turchia riflette il desiderio di mediare direttamente nel conflitto tra Israele e Palestina anche per ragioni di emotional feeling, tuttavia oggi gran parte dell'opinione pubblica turca simpatizza apertamente per la causa palestinese. Tutti i partiti all'opposizione sono infatti concordi nel sostenere la Palestina nella sua lotta per la libertà e per il suo riconoscimento internazionale, ritenendo la decisione di Trump una sciagura per l'ordine mediorientale. "Un grande disastro per ognuno di noi" è la sensazione che riecheggia nei maggiori circoli della Turchia in un momento in cui le decisioni politiche si basano su un rinnovato orgoglio nazionale, stimolato anche dalla tenuta economica e da un sensibile dogmatismo ideologico. A questo vi è da aggiungere l'ormai cristallizzata sfiducia verso il partner d'oltreoceano: l'annosa questione dell'estradizione di Fetullah Gulen, considerato la mente del tentato golpe del 2016, le reciproche frizioni riguardo la simpatia accordata alle forze democratiche curde in Siria (Sdf) e da ultimo il processo che vede sul banco degli imputati per aver eluso le sanzioni iraniane il businessman turco- iraniano Reeza Zarab, molto vicino ai circoli governativi, non fa che offuscare un quadro già cupo. La prontezza con cui Ankara si approccia alle questioni regionali senza alcun dubbio segna un corso di azione autonomo che - basato su una propria visione e strategia - tende a smarcarsi dalla leadership degli Stati Uniti per tutelare determinati interessi e valori.

@valegiannotta

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