REUTERS/Kacper Pempel
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“Le foto sono più di un mezzo per catturare momenti, le foto sono uno strumento di comunicazione”. E' citando il fondatore di Snapchat Evan Spiegel che il NATO Stratcom Centre of Excellence di Riga descrive il contenuto multimediale come fondamentale per l'informazione nel suo New Trends in Social Media, ricerca che raccoglie e approfondisce i temi trattati in un seminario omonimo dedicato alle piattaforme sociali, queste ultime ormai non più solo viatico di comunicazione ma anche “arma alla quale ormai frequentemente si ricorre per la guerra dell'informazione”.


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Est Europa

Una sede a Riga e una proposta del Ministero della Difesa della Polonia di analisi dei nuovi trend dei socials: il report non può esimersi, dunque, di iniziare con il contesto europeo orientale,  evidenziandone l'alta alfabetizzazione informatica e il largo accesso al web e ai suoi servizi. Cosa, d'altronde, non nuova se si considera che già nel 2013 la Romania e la Lettonia erano nella top ten dei paesi del Vecchio Continente con maggiore velocità di connessione.

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Va bene, un profilo lo hanno più o meno tutti, ma nello specifico come interagiscono gli utenti? Secondo New Trends in Social Media circa il 92% degli internauti ricorre quotidianamente ai contenuti visivi, considerati migliori per esprimere (e condividere) sentimenti e stati d'animo. In particolare, negli ultimi 3 anni i social network dedicati al mondo della fotografia hanno avuto un grande sviluppo; ad esempio Snapchat, diventato molto popolare tra giovani fino a 35 anni, tanto da spingere il principale competitor, Instagram, a rinnovarsi per contenerne la competitività. Dunque, foto e video piacciono ma non solo ai pacifici navigatori: la propaganda dell'Is, infatti, poggia in larga parte sull'uso di filmati (The Daesh strategic narrative, Stratcom, giugno 2016) veicolati in rete e, per essere ancora più appetibile e per attecchire, è modellata in base ai gusti e alle tendenze dei giovani occidentali.

Il social ti fa guerra

“In Medio Oriente ed Ucraina siamo testimoni di come stati e gruppi terroristici ricorrano ai socials per raggiungere il proprio pubblico, per ingannare gli avversari e anche per coordinare le attività”. Il report sposta, poi, l'attenzione sull'impiego, bellico, di internet da parte del Daesh e dei russi che “stano sfruttando strumenti e tecnologie sviluppate per esigenze commerciali e di marketing al fine di influenzare il target di utenti al quale si rivolgono”. Pubblicità, come per le aziende: diversificare i canali, lanciare app (vedi Dawn of Glad Tidings, attiva già nel 2014), comunicazioni generiche sul sito internet (dove tutti possono leggere) e più specifiche e delicate su chat quali Silent Circle e Wickr, perché dispongono di sistemi di protezione della messaggistica difficili da forzare. Ma ciò che Stratcom nota dell' IS è anche la grande capacità di adattamento e il dinamismo col quale passa di piattaforma in piattaforma aggirando i controlli e ricorrendo ai bots che, stando alla relazione, rappresentano circa il 10% dei profili Facebook dell'organizzazione, percentuale che palesa le competenze informatiche degli uomini di al Baghdadi. Quanto ai russi l'analisi focalizza il controllo, stretto, che le autorità hanno sugli accessi ad internet, con particolare riferimento al servizio Roskomnadzor (Federal Service for Supervision in the Sphere of Telecom, Information Technologies and Mass Communications). Ciò che sfugge, tuttavia, è il nesso fra le operazioni belliche online dell'Isis e quelle della Federazione Russa: il primo, organizzazione del terrore che opera in semi clandestinità, la seconda è uno stato sovrano, riconosciuto internazionalmente, con una sua politica estera, una credibilità e schierato contro lo stesso Califfato. In un documento della NATO elaborato a Riga e su iniziativa della Difesa polacca la Russia, certo, non avrebbe potuto mancare dall'analisi, in particolare se si tiene conto della situzione dell'area baltica del 2016, con le tensioni seguite al programma di riarmo svedese e alle esercitazioni militari di Mosca nell'exclave di Kaliningrad. Tuttavia, appare difficile che hackers ed esperti informatici del Cremlino possano rappresentare per gli Occidentali un pericolo concreto quanto lo è il sedicente Stato Islamico. Almeno al momento...

@marco_petrelli 

 

 

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