La visita di Francesco è stata una tappa cruciale del processo di pace. Tra i destinatari del messaggio papale c’è anche la gerarchia ecclesiastica ostile ai negoziati. Ora la “cavalcata bolivariana” del pontefice proseguirà in Cile e Perù.

Alcune goccioline di sangue macchiano l'abito bianco di Papa Francesco. Cartagena, Colombia, 10 settembre 2017.REUTERS / Alberto PIZZOLI /Piscina
Alcune goccioline di sangue macchiano l'abito bianco di Papa Francesco. Cartagena, Colombia, 10 settembre 2017.REUTERS / Alberto PIZZOLI /Piscina

Bogotá - A guardarli bene da vicino, sembra esserci un punto d'intersezione espiatorio che tiene insieme le traiettorie delle parabole disegnate dai mandati di Jorge Mario Bergoglio e Juan Manuel Santos. Da un lato il primo Papa latinoamericano, disposto a mettersi contro i settori più refrattari del Vaticano, per tirar fuori la Chiesa cattolica dall’oscurantismo in cui versava da forse troppo tempo; dall'altro il Presidente colombiano in carica, capace di mettere in discussione i trucchi di una guerra che aveva imparato a condurre da Ministro della Difesa, pur di chiudere un conflitto che è durato per oltre mezzo secolo.


LEGGI ANCHE : L’ombra del paramilitarismo sull’accordo di pace in Colombia


Il primo Papa a viaggiare in Colombia fu Paolo VI nel 1968, pochi anni dopo la chiusura della quarta sessione del Concilio Vaticano II nel 1965. Fu poi il turno di Giovanni Paolo II nel 1986, in visita ad un paese che nella sola settimana tra il 6 e il 13 novembre 1985 aveva vissuto l'esperienza di due eventi tragici come l'olocausto del Palazzo di Giustiza - alcune delle immagini di repertorio che appaiono nell sigla di Narcos, per intenderci - e il disastro naturale della cittadina tolimense di Armero, in un periodo in cui Pablo Escobar raggiungeva l'apice della sua magnificenza criminale. Ma è in assoluto la prima volta che un sommo Pontefice decide di sorvolare l'Atlantico solo ed esclusivamente per recarsi in Colombia, il che la dice lunga sulle ragioni che hanno spinto Papa Francesco a fissare l'agenda.

Per quanto numerose siano state le dichiarazioni sul significato prettamente evangelico della visita, strapperebbe un sorriso negare che il viaggio apostolico faccia parte di una tappa fondamentale nel delicato processo di pace che sta vivendo il paese. Non è un segreto che tanto il Governo, tanto le Farc, abbiano inviato varie petizioni al Vaticano affinché presenziasse al tavolo delle trattative in qualità di osservatore. Richieste rispedite per ovvie ragioni ai mittenti, senza però che il Papa facesse mai venir meno il sostegno alle negoziazioni augurandosi che fossero portare a buon fine.

Con il rientro del Pontefice a Roma direttamente da Cartagena, si è conclusa la Semana por la paz, l'iniziativa inaugurata il 3 settembre che ha fatto da cornice all'intero evento. E tra le linee tematiche principali, vi era appunto la necessità di applicare l'Accordo finale pattuito nel novembre 2016, e l’esigenza di sbloccare il tavolo delle trattative di Quito con i guerriglieri dell'Ejército de Liberación Nacional (Eln), oltre al processo di reintegrazione delle comunità più periferiche e allo smantellamento definitivo delle strutture del paramilitarismo.

Durante le quattro messe e i dodici discorsi pronunciati dal Papa tra Bogotá, Villavicencio, Medellín e Cartagena, numerosi sono stati i riferimenti in tal senso, nel contesto più ampio di alcuni dei principi già espressi nel quarto capitolo dell'Evangelii Gaudium sulla dimensione sociale dell'evangelizzazione. Applicare il concetto secondo cui il tempo è superiore allo spazio, può voler dire in un paese come la Colombia che solo attraverso un processo di riavvicinamento che contempli la dimensione del perdono tra vittime e carnefici, sarà possibile giungere a una effettiva riconciliazione nei territori devastati da anni di conflitto armato. Fare leva sull'idea di un’ unità che prevalga sul conflitto, significa dare ai colombiani la consapevolezza che così come è stato possibile normalizzare la violenza, potrebbe essere altrettanto possibile normalizzare buone pratiche di convivenza, nel pieno esercizio dei diritti sociali, etnici, lavorativi e di genere. E prendere in considerazione la possibilità che la realtà sia più importante dell'idea, indica di certo il rigetto di qualsiasi fanatismo ideologico, senza per questo dover rinunciare necessariamente alla causa sociale.

Il tutto espresso attraverso una comunicazione spontanea, attuale, sempre esigente, dove parole come "bontà, misericordia, perdono, giustizia" - vocaboli in ogni caso poco comuni al lessico colombiano - sono state articolate all'interno di un discorso mai retorico, che d'altronde è anche il tratto distintivo di un Papa molto più popolare e meno teologico che sa giocare con il simbolismo ("Diamo il primo passo" è stato lo slogan del viaggio, e Isaia 43:19 il passo biblico scelto per la visita).

Chiaro che poi si tratti di parole, ma che tra le righe assumono un significato contundente se si considera che i destinatari del messaggio papale non erano circoscritti ai parchi e alle piazze, bensì includeva anche la maggioranza dei mammasantissima della Chiesa colombiana che un anno fa invitavano a votare "No" al referendum sugli accordi di pace con le Farc durante le omelie domenicali, eccezion fatta per l'arcivescovo di Cali, Darío de Jesús Monsalve, tra l'altro minacciato di morte. Parole che comunque ancor prima di essere pronunciate sono state precedute da alcuni fatti di non poca rilevanza, anzi.

Andando con ordine. Primo settembre: le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc) si trasformano ufficialmente nel partito politico della Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común. Quattro settembre: ELN e Governo fanno un primo passo, si incontrano a metà strada, e accordano una cessazione delle ostilità per centodue giorni a partire dal prossimo primo di ottobre dopo mesi di nulla totale, sebbene fosse un qualcosa per certi versi prevedibile, data la presenza di una matrice ispirata alla teologia della liberazione nell'ideologia marxista dell'ormai unico gruppo guerrigliero ancora attivo nel paese. E il cinque settembre, giorno della notizia senz'altro più inaspettata: messo alle corde dall'uccisione di Roberto Vargas - alias "Gavilán", numero due del Clan del Golfo - durante un operativo portato a termine appena cinque giorni prima, Dario Antonio Úsuga - alias "Otoniel", numero uno del Clan del Golfo - rilascia un video in cui dichiara che il gruppo narco-neo-paramilitare è disposto a sottomettersi alle leggi del Governo colombiano. Sei settembre: arrivo del Papa a Bogotá.

Il Presidente Santos potrà risultare un personaggio controverso, con indubbie responsabilità morali nell'aver esacerbato il conflitto durante l'epoca di Uribe al potere; è certo pure che non susciti né l'ammirazione né il rispetto della maggioranza del popolo colombiano. Ed è anche vero che per il momento la Colombia non è per nulla un paese in pace, se si considera che secondo il rapporto di Somos Defensores, nel primo semestre 2017 è stato rilevato un incremento delle aggressioni dirette a difensori dei diritti umani con 51 omicidi, il che dimostra che lo spettro della Unión Patriótica aleggia tuttora sulle sorti del post-conflitto. Insomma, c'è ancora molto da fare.

Però è pur vero che a livello strategico Santos si è mostrato lungimirante e concreto. Con una sterzata coraggiosa e poco condivisa, sin dal suo insediamento presso la Casa de Nariño ha fatto un all-in di tutto il capitale politico a sua disposizione per pacificare il paese, e a pochi mesi dalla conclusione del suo secondo mandato si può dire che seppur momentanemante stia riuscendo a vincere la mano. Il "seppur momentaneamente" è d'obbligo, considerando tanto l'alone di tossicità che ha cominciato a emanare la campagna elettorale del prossimo anno, tanto il fatto che tra oro, coltan, diamanti, coca, petrolio, e chi più ne ha più ne metta, la Colombia sembri destinata ad un ciclo di violenza perpetua. Nel frattempo il suo l'ha fatto, riuscendo a blindare l'intero processo anche dal punto di vista spirituale.

Dal canto suo Papa Francesco ha trovato in Santos l'alleato ideale per continuare la cavalcata bolivariana iniziata nell'estate del 2015 con il viaggio in Ecuador, Bolivia e Paraguay, e che si concluderà a gennaio con la visita in Perù e Cile, per ridare al continente latinoamericano una figura di riferimento dopo la scomparsa di Fidel Castro e Hugo Chávez - numerosi sono stati anche i riferimenti alla situazione in Venezuela - nel segno di un socialismo cristiano e non più rivoluzionario. Un connubio senz’altro reso possibile dalla radice corporativa di stampo peronista presente nella formazione intellettuale del Pontefice, che al conflitto di classe preferisce l'alleanza tra le parti sociali, e che gli ha quindi permesso di sistemare uno dei tanti "pezzi" della terza guerra mondiale di cui già tre anni fa segnalava l’inizio.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE