Il sistema automatizzato di customer service di Alibaba, uno dei giganti tech della Cina, sfrutta l'intelligenza artificiale per elaborare dati e dare risposte ai clienti. Smaltisce un milione di domande via messaggio al giorno. L'altra faccia della medaglia: il costo del lavoro per il customer care di Alibaba è calato del 90%. La Cina ha lanciato finanziamenti per diventare la prima potenza al mondo nello sviluppo di intelligenza artificiale. Ma i rischi non sono pochi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro.


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Secondo Feng Jufu, scienziato all'università di Pechino, «la Cina con il suo numero di abitanti, è il più grande contenitore di dati del mondo. È un paradiso per l'Intelligenza artificiale».

Riconoscimenti facciali, auto con guida automatizzata, app per apprendimento, robot per la logistica: la Cina sta lanciando numerosi progetti che prevedono sistemi basati sull'intelligenza artificiale in grado di gestire milioni di dati, raccolti per lo più dai giganti del mondo tech cinese: Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi.

Lo scopo è superare gli Stati Uniti e portare l'industria dell'intelligenza artificiale a diventare traino dell'intero prodotto interno lordo, fissando così un paletto in un processo ormai avviato e che vede la Cina alla ricerca di innovazione e qualità.

Il peso della Cina in questo mondo comincia a farsi sentire, oggi è il secondo investitore al mondo nel settore, dopo gli Usa. A Washington lo sanno bene: l'Association for the Advancement of Artificial Intelligence, associazione americana, avrebbe spostato il proprio meeting mondiale, perché le date scelte in precedenza corrispondevano con quelle del capodanno cinese. Temendo quindi di non avere tra ospiti e relatori i cinesi, gli organizzatori hanno spostato le date.

Gli Usa rimangono ancora al primo posto in termini di investimenti e ritorno economico dei progetti legati all'intelligenza artificiale, ma Pechino si sta muovendo in modo determinato. Nel marzo del 2017 la dirigenza del paese ha rilasciato un «piano per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale» a seguito di una Assemblea nazionale che ha visto raccogliere la sfida anche dal premier Li Keqiang.

Dal fondatore di Baidu, il più importante motore di ricerca cinese, fino al proprietario di Xiaomi, per arrivare al fondatore di Geely Automobile che ha rilevato la Volvo: si tratta di persone che hanno partecipato alle «due sessioni» a Pechino del marzo scorso. Loro e tanti altri, hanno usato quella sede istituzionale al meglio, spingendo perché arrivino fondi per la ricerca e l'applicazione di modelli di intelligenza artificiale.

Come sostenuto da Lei, membro dell'Assemblea nazionale, al Scmp «al contrario di altre rivoluzioni tecnologiche quella legata all'intelligenza artificiale (da qui in avanti «AI» ndr) può davvero portare la Cina alla leadership nel mondo della tecnologia». Da segnalare poi che non pochi accenni sono stati fatti riguardo l'impatto che la «AI» potrà avere sui sistemi di sicurezza locali e nazionali; una sottolineatura particolarmente gradita alla leadership cinese, tenendo conto che gli Usa si sono già mossi per evitare investimenti di Pechino in materia di sicurezza nella Silicon Valley.

Dopo l'approvazione di tutti gli spunti relativi all'importanza della «AI», specie grazie alla mole di Big Data che le aziende cinesi collezionano attraverso le proprie attività «consumer», sono arrivati anche i soldi. Solo l'anno scorso la Cina avrebbe investito nell'«AI» almeno 2,6 miliardi di dollari. Ma non basta, perché gli Usa ne avrebbero investito ben 17. Secondo una ricerca Pwc, entro il 2030 lo sviluppo dell'«AI» potrebbe incidere in modo significativo sul prodotto interno lordo del paese, grazie all'incremento della produttività, con la robotica, e all'aumento dei consumi.

Date queste premesse, e in attesa dei primi progetti cinesi capaci di costituire una vera e propria «killer application» nel settore, il mondo del lavoro e quello della finanzia (in Cina si parla già di «bolla» legata ai soldi che girano intorno all'«AI») sono già intaccati da questa «rivoluzione». L'uso di robot e di sistemi automatizzati sta già permettendo a molte fabbriche di sostituire i lavoratori, o almeno una parte di essi, risparmiando in costi (in alcune zone oggi un operaio cinese guadagna quanto un operaio in Brasile) e aumentando la produttività.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, alcuni proprietari di aziende che si sono convertiti alla robotica, spiegano la decisione adducendo l'ampio turn over dei lavoratori cinesi, un classico dovuto alla ricerca di più soldi e migliori condizioni (soprattutto per quanto riguarda straordinari, malattie e infortuni) e proprio il costo del lavoro ormai molto più alto rispetto ai tempi della «fabbrica del mondo». In alcune aziende piccoli robot gialli sono già teleguidati nello smistamento di materiali all'interno di magazzini. Come si ebbe a dire quando Foxconn annunciò l'acquisto di un milione di robot (settore nel quale la Cina è ormai grande produttore) «i robot, al contrario dei lavoratori, non protestano e non si ammalano».

Il problema è che i settori nei quali la «AI» potrebbe andare in aiuto agli imprenditori locali sono proprio ambiti nei quali la forza lavoro è molto presente.

In un'azienda – come raccontato dal South China Morning Post (tra l'altro di proprietà di Alibaba) - i robot riuscirebbero a evadere 200mila ordini al giorno. Essendo ricaricabili possono praticamente «lavorare» quasi 24 ore su 24. Nell'ultimo piano quinquennale la Cina ha fissato a 100mila unità all'anno la produzione di questi robot, pensando non solo al mercato nazionale, ma anche a quello estero (sia negli Usa dove già la Cina esporta robot, sia nelle varie possibili tappe della nuova via della seta).

E proprio la Foxconn non molto tempo fa ha cacciato 60mila lavoratori, per prendere i robot. Questo è accaduto in uno degli hub di produzione elettronica della Cina, nel Jiangsu (regione nella quale nel 2014 morirono oltre 100 operai a causa di un'esplosione in una fabbrica) a Kushan. Lì 35 aziende taiwanesi si sono unite e hanno sviluppato un fondo da 5miliardi di dollari per l'«AI».

In quell'area – in totale - ci sono 4.800 imprese taiwanesi, compresa la Foxconn. Oltre all'azienda che assembla – tra gli altri - gli smartphone Apple (e che è passata da 100mila lavoratori a 50mila) almeno altre 600 aziende presenti nell'hub sarebbero pronte a diminuire la forza lavoro e assumere robot.

L'amministrazione di Kunshan ha 2,5 milioni di abitanti, due terzi dei quali sono lavoratori migranti. Il comune ha emesso un documento nel quale, oltre a segnalare queste novità, ha espresso la volontà di diminuire la propria popolazione entro il 2020.

@simopieranni

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