Da settembre dello scorso anno gli abitanti della regione nord occidentale cinese dello Xinjiang devono sottoporsi a un esame del Dna per ottenere il passaporto e poter viaggiare. La decisione delle autorità di Pechino è motivata dal rischio terrorismo nella regione dalla quale sarebbero partiti non pochi foreign fighters verso la Siria. E secondo nuove indiscrezioni il piano di raccolta dei Dna sarebbe addirittura più ampio e coinvolgerebbe anche lavoratori e migranti, oltre ai musulmani uighuri.


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Da tempo Pechino ritiene che la regione nord occidentale dello Xinjiang costituisca un problema interno, con un riferimento specifico alla minoranza uighura, musulmana e sospettata di essere soggetta a spinte autonomiste e al rischio di terrorismo.

Non c'è un numero preciso, si oscilla dalle poche centinaia alle migliaia, addirittura, del numero di uighuri che si sarebbe recato recato in Siria per combattere al fianco degli uomini dell'Isis, salvo poi tornare nella regione cinese per mettere in azioni un piano eversivo e terroristico contro Pechino.

Le autorità cinese già anni fa hanno coniato una sorta di espansione economica in quelle regioni, la «Go West» policy, per provare a fiaccare la resistenza di natura religiosa, attraverso un miglioramento delle condizioni di vita di quelle popolazioni.

Analogamente Pechino ha sempre sottolineato in sedi internazionali il pericolo terroristico nella propria regione, chiedendone con insistenza un riconoscimento internazionale; la Cina ha spesso posto la questione anche sul tavolo delle Nazioni unite, provando a usarlo come grimaldello in cambio di eventuali modifiche di propri approcci internazionali.

Nei mesi scorsi aveva fatto discutere l'emanazione di una serie di divieti nelle regioni e nuove imposizioni, come ulteriori controlli, ad esempio il Dna, per ottenere un passaporto da parte degli uighuri. Se è infatti vero che un numero di uighuri ha preso parte alle scorribande e alle nefandezze degli uomini di Al Baghdadi, è altrettanto vero che la maggioranza della popolazione uighura aspirerebbe semplicemente a una vita degna, con la libertà di poter praticare la propria religione e senza essere additati come ladri, terroristi nel resto del paese, dove soffrono una clamorosa discriminazione di natura sociale.

Secondo indiscrezioni giornalistiche di questi ultimi giorni, la raccolta dei Dna della regione non sarebbe in procinto di fermarsi, anzi sarebbe sottoposta a un clamoroso aumento, con il chiaro intento di effettuare un controllo sociale sempre più diffuso.

Secondo l'Associated Press sarebbero in ballo milioni di dollari per ottenere almeno 10mila Dna al giorno: costi per controlli, lavorazioni, raccolta che sarebbero stati confermati da una fonte del ministero della sicurezza cinese, nonostante il piano rimanga per lo più segreto.

Il costo totale di questa operazione - solo nello Xinjiang - sarebbe di almeno 10 miliardi di dollari.

Questa notizia è stata ampiamente criticata da Human Rights Watch: «In molte parti del paese la polizia può richiedere queste analisi a persone normali, né sospettati, né condannati per un crimine. Possono chiedere il sangue per il prelievo del Dna. Queste azioni possono essere effettuate su soggetti vulnerabili come i lavoratori, i migranti, la minoranza uighura musulmana. Poiché la polizia opera con ampi poteri e poiché in Cina non esistono leggi che difendono la privacy, c'è poca possibilità di rifiutare simili controlli».

«Raccogliere il Dna può essere legittimo in caso di indagini di polizia, ma solo in un contesto in cui le persone hanno la protezione significativa della privacy», ha detto Sophie Richardson, la direttrice cinese di Human Rights Watch. «Fino a quando questo non sarà possibile Cina, la raccolta di massa del Dna e l'espansione delle banche dati deve essere fermato».

@simopieranni

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