Liu Xiaobo, 61 anni, nel 2010 è stato insignito del Nobel per la pace. Un premio - il primo per la Cina - che non fu in grado di ritirare in Norvegia, perché era detenuto in un carcere cinese, condannato a 11 anni. E ora, da qualche settimana, gli sarebbe stata concessa la possibilità di curarsi in un ospedale in quanto in fase terminale per un cancro al fegato. Un esempio della durezza che in certi casi la Cina sa offrire ai suoi cittadini, nonostante le proteste di famigliari e Stati uniti che ne chiedono la liberazione.


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Liu Xiaobo è un ex insegnante e intellettuale cinese che ha cominciato molto presto la sua lotta contro le autorità cinesi. Già nel post Tiananmen – nel 1989 - venne arrestato, accusato di avere aiutato manifestanti a scappare dalla piazza. Da lì in avanti fu una specie di osservato speciale: ci furono altri fermi negli anni '90 e un controllo ferreo da parte degli apparati di polizia fino al suo definitivo arresto nel 2008, quando venne incriminato per essere stato cofirmatario, e secondo le autorità cinesi il principale ideatore, del documento Charta08 che univa critiche al sistema politico cinese, insieme ad accuse dirette contro il partito comunista.

Nel 2009 venne condannato a 11 anni di carcere con l'accusa di «sovversione dello stato»: si tratta della pena più alta comminata da quando esiste il reato. Nel 2010 fu il primo cinese a ottenere il premio Nobel: una decisione che fece infuriare la Cina e aprì una polemica che divenne addirittura uno scontro commerciale tra Pechino e Oslo (la cosiddetta «guerra del salmone»). Il premio costituì sicuramente un colpo basso alla Cina post olimpica e nel pieno della sua ascesa economica.

Tania Branigan, ex corrispondente da Pechino per il Guardian, in un articolo per il quotidiano britannico, ricorda proprio il giorno dell'arresto di Liu: dovevano incontrarsi in un bar. Liu da qualche ora era completamente sparito dai radar della giornalista, che poi avrebbe saputo del suo arresto. Branigan racconta che – come al solito – nel caso di un arresto di un dissidente, specie nel caso dei più controllati da Pechino, ci si aspettava che da lì a poco sarebbe stato liberato. Non fu il caso di Liu.

Ieri è uscita la notizia che ha riportato la storia di Liu di fronte a tutti noi: secondo fonti di stampa, famigliari e avvocati del dissidente, dal 23 maggio Liu sarebbe in cura nei pressi di un ospedale non lontano dal suo carcere, a Shenyang, in quanto il suo cancro al fegato sarebbe ormai in fase terminale. Come ha scritto Ilaria Maria Sala su Quartz, ancora non si è capito lo status legale di Liu Xiaobo, neanche dopo un comunicato ufficiale del Liaoning Prison Administrative Bureau. Ilaria Maria Sala scrive che l'unica cosa che si sa è che la Cina sembra ormai vicina a ottenere quanto vuole da tempo da Liu: «il suo completo silenzio».

Tanto che secondo la moglie, Liu Xia, ai domiciliari a Pechino, nessuna cura né operazioni sarebbero ormai possibili. In sostanza per Liu sembra esserci solo la possibilità di una morte senza troppa sofferenza, stando a quanto si sa ad oggi.

La Cina, come sostiene Tania Branigan, consentendogli una «parole» medica (Liu è in ospedale ma è sottoposto alle stesse limitazioni carcerarie), ha almeno evitato l'imbarazzo, forse, di dover dire che un premio Nobel per la pace rischia di morire all'interno delle sue carceri. Ma proprio il fatto che Liu non sia stato liberato, bensì gli sia solo consentito di trasferirsi in ospedale non rende la situazione tanto migliore.
Tanto che neanche si sa se la moglie ha potuto raggiungere l'ospedale o potrà farlo.

Sui social media cinesi ovviamente non c'è traccia di tutta questa storia: sul territorio presidiato dai segugi del governo, non c'è nessuna possibilità che il nome di Liu Xiaobo possa diventare virale sui social.

Le polemiche sulla vicenda di Liu Xiaobo non sembrano destinate a spegnersi. Ieri una portavoce dell'ambasciata degli Stati Uniti a Pechino ha reso noto che le autorità diplomatiche starebbero «lavorando per raccogliere maggiori informazioni» sullo status legale e medico di Liu. «Chiediamo alle autorità cinesi non soltanto di rilasciare Liu ma anche di revocare gli arresti domiciliari a sua moglie Liu Xia», ha detto la portavoce, aggiungendo che Pechino dovrebbe «fornire loro la protezione e la libertà - come le libertà di movimento e di accesso alle cure mediche liberamente scelte - alle quali hanno diritto in base alla costituzione e al sistema legale cinese e agli impegni internazionali».

Da parte sua la Cina ha risposto come ha sempre fatto su questa vicenda: Pechino ha respinto le «dichiarazioni irresponsabili» sul trattamento del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo, malato di cancro, dopo che gli Stati uniti hanno sollecitato Pechino a dargli libertà di movimento a seguito della sua scarcerazione per motivi di salute. «Nessun Paese ha il diritto di interferire e di fare dichiarazioni irresponsabili sugli affari interni cinesi» ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang. «In Cina si applica lo stato di diritto e tutti sono uguali davanti alla legge. Qualunque altro Paese deve rispettare la sovranità giudiziaria dellaCina e non deve usare casi singoli per interferire».

@simopieranni

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