Il piano di controllo di Pechino prevede una telecamera ogni tre abitanti, e app di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale. E la tecnologia di sorveglianza cinese ormai domina anche il mercato globale, Usa in testa. Ma il rischio di cortocircuiti geopolitici è alto

Di recente in Cina è diventato virale un video dimostrativo nel quale un angolo di strada è ripreso da una telecamera: la peculiarità del video, però, è data dal fatto che ogni persona, auto, camion, edifici, ha una specie di etichetta, un corrispettivo testuale che ne indica alcune caratteristiche; nel caso delle persone il sesso, l'età, i vestiti. Con una banca dati adeguata a disposizione si potrebbe anche associare il viso a un nome.


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E nel caso - ad esempio - quel nome indichi una persona con precedenti penali e nel caso questa persona dovesse essere ripresa di fronte a una banca, ecco che dall'altra parte dello schermo qualcuno potrebbe «attivarsi» per impedire un crimine. Il video in questione è infatti stato rilasciato da un'applicazione di «video recognition» che, stando a quanto sostengono le autorità cinesi, dovrebbe consentire proprio di prevenire forme di delinquenza o qualsiasi attività che rischi di minare la «stabilità sociale».

Un po' come accadeva nel film Minority Report attraverso le attività precognitive dei precog, da tempo la Cina sembra utilizzare le più moderne tecnologie in fatto di controllo sociale con la motivazione di muoversi nella direzione di prevenzione del crimine, senza badare più di tanto a problemi legati a privacy e alla fallibilità non tanto del modello tecnologico, quanto dell'apparato umano in questione (ovvero il fatto che – molto semplicemente - una persona anche con precedenti penali potrebbe trovarsi di fronte alla banca solo per ritirare o depositare soldi).

A questo proposito c'è da chiedersi se la Cina e gli altri paesi che ormai fanno ampio uso di videosorveglianza – tanto più con scopi predittivi - potranno mai diventare come la località della Costa del Sol spagnola dove Ballard ha ambientato il suo Cocaine Nights. In quel contesto le gated community o i centri sportivi della stanca e annoiata media borghesia spagnola vengono descritti da Ballard come luoghi spenti, proprio perché ultra garantiti da strumenti di sicurezza. La devianza non è ammessa né pare possa arrivare da alcun luogo. Ma proprio quei meccanismi securitari che dovrebbero garantire la pace sociale, finiscono per creare artificialmente violenza e paura, attraverso attività criminali destinate a risvegliare comunità dormienti e ottenere un vero e proprio senso di comunità.

La prima parte della speculative fiction - come ebbe a definirla Antonio Caronia – di Ballard esprimeva un presente possibile che oggi pare pienamente realizzato, in attesa di capire se anche le conseguenza di questa ricerca costante di sonno sociale assomiglieranno a quelle di Estrella del Mar. Ma oggi, a livello globale, c'è una importante novità: l'attuale ansia di controllo non coinvolge naturalmente solo la Cina ma anche altri Paesi. La novità consiste nel fatto che oggi a vendere questa tecnologia di sorveglianza, per lo più, è la Cina. E questo, come vedremo, provoca alcuni cortocircuiti di natura geopolitica.

La passione cinese per le telecamere

Oggi la Cina utilizza già 176 milioni di telecamere di sorveglianza e si prevede ne aggiungerà altre 450 milioni entro il 2020. Pechino dunque arriverà ad avere 600 milioni di telecamere Cctv. Ogni tre persone ci sarà una videocamera di sorveglianza.

Tutto questo è suffragato dalla spinta che in Cina è stata data all'uso dell'intelligenza artificiale e alle tecnologie in grado di rendere semplicissimo il riconoscimento facciale. In questo senso, rispetto ad altri Paesi, la Cina è favorita: non c'è una legge sulla privacy equiparabile, ad esempio, a quella negli Stati Uniti; la Cina ha già tantissimi dati personali anche grazie alle esigenze governative; i cinesi non fanno ormai molto caso a queste invasioni della privacy, un po' perché il Paese è sempre stato fortemente influenzato da tecniche via via differenti di controllo e un po' perché spesso queste tecnologie facilitano quanto per molti cinesi oggi è diventato il nuovo obiettivo supremo, ovvero consumare.

Come riportava il Financial Times in un articolo dell'8 giugno 2017, "Sebbene la ricerca per il riconoscimento facciale in Cina sia a un livello simile a quello in Europa e negli Stati Uniti, il Paese ha assunto un ruolo guida nell'applicarlo commercialmente". Al quotidiano finanziario Leng Biao, specialista nelle tecnologie di riconoscimento presso l'Università di aeronautica e astronautica di Pechino ha spiegato che "Google non sta perseguendo più di tanto le tecnologie per il riconoscimento facciale tanto perché ha aspirazioni più a lungo termine; il riconoscimento facciale è infatti, in realtà, è già realizzabile ma le grandi aziende cinesi sono più concentrate sul profitto nell'immediato futuro. Vedono il riconoscimento facciale come il modo più veloce e migliore di usare l'intelligenza artificiale per fare la differenza rispetto ad altre aziende".

In Cina, infatti, in molti negozi, compresi quelli della catena di Kfc, si può già pagare attraverso il riconoscimento facciale.

Servono i dati e la Cina ne ha tanti

Come specificato in precedenza tutta questa tecnologia non potrebbe ottenere alcun risultato se non ci fosse la possibilità di unire dei dati provenienti da centri di raccolta differenti. L'assunto base che ha permesso alla Cina di sviluppare questo tipo di intelligenza artificiale deriva dalla combinazione data dalla cospicua popolazione cinese e da leggi sulla privacy lassiste che hanno reso disponibili informazioni a basso costo.

"La Cina non regolamenta la raccolta di foto delle persone, quindi è più facile raccogliere dati qui che negli Stati Uniti - ha detto Leng al Financial Times - nei primi tempi si poteva acquistare una foto del volto di qualcuno per 5 RMB (circa 70 centesimi di euro)".

Fino a poco tempo – infatti – per la Cina e i cinesi la privacy era un concetto tutto sommato negativo: la prima legge che ha proibito esplicitamente l'uso improprio delle informazioni personali è stata pubblicata solo nel 2009. In questo modo "le aziende cinesi sono state più audaci delle loro controparti occidentali nell'elaborazione del riconoscimento facciale".

Come se non bastasse il futuro mercato cinese della tecnologia biometrica, incluso il riconoscimento facciale, "è potenziato dalle sinergie con il sistema di identificazione governativa. Il Paese ha il più grande database al mondo di foto di identificazione nazionali, più di 1 miliardo, rispetto a circa 400 milioni negli Stati Uniti».

Gli occhi cinesi: un business da esportare

Pechino, oltre a sviluppare la tecnologia per usi domestici, spinge le proprie aziende, ormai da tempo, ad affermarsi sui mercati internazionali. E poiché l'ansia securitaria unisce sia la Cina sia gli Stati Uniti, ecco che il mercato statunitense diventa un ottimo campo di sperimentazione delle aziende cinesi.

Molte delle telecamere usate negli Stati Uniti da privati, polizia e uffici governativi, arriva dalla Cina. E il caso ha finito per creare una situazione paradossale, in particolare con riferimento a un'azienda cinese, la più importante nel mercato delle videocamere, partecipata da un'azienda statale e quindi diretta emanazione del governo.

Negli Usa – e perfino in Italia – ci si è dunque chiesti se non sia rischioso utilizzare tecnologie cinesi per la «protezione» dei propri cittadini. Secondo il dipartimento della Homeland Security degli Usa, ad esempio, la Hikvision, azienda cinese partecipata al 42% dal governo di Pechino, avrebbe venduto delle videocamere i cui sistemi sarebbero facilmente vulnerabili da attacchi informatici esterni. Simile accusa è stata effettuata di recente in Italia da una deputata del Movimento Cinque Stelle.

La Hikvision naturalmente ha negato questi bug dei propri sistemi rispondendo in termini puramente commerciali: perché dovremmo vendere tecnologia a rischio ai nostri clienti, si sono chiesti a Pechino, dato che costituiscono gran parte del nostro business?

Si tratta di una domanda legittima; di sicuro però rimane il dubbio: se questi sistemi possono subire attacchi informatici dai cinesi, perché non potrebbero essere eventualmente attaccati anche da altri Paesi o da organismi governativi, anche americani?

@simopieranni

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