Domenica il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha adottato una risoluzione che mira soprattutto a colpire l’export di Pyongyang, provando a privare il regime di Kim di un miliardo di dollari annuali di introiti generati dall'export. Il testo è stato adottato all'unanimità dal Consiglio delle Nazioni Unite e questa volta anche la Cina, unico e vero e proprio alleato e di fatto garante dell’esistenza del regno di Kim, ha votato a favore, senza esercitare come più volte avvenuto in passato il suo diritto di veto. 

La risoluzione è stata proposta da Washington con lo scopo di costringere Pyongyang ad aprire negoziati sul suo programma nucleare e balistico, dopo l'ultimo test compiuto con un missile intercontinentale il 4 luglio scorso. A margine del forum dell'Asean, l'Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, in svolgimento a Manila, il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson ha dichiarato che la comunità internazionale è unita contro la minaccia nucleare coreana.


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"È evidente che la comunità internazionale è solidamente compatta nel chiedere alla Corea del Nord di aprire negoziati per la costruzione di una penisola coreana denuclearizzata", ha detto Tillerson. A stretto giro di posta è arrivata la replica di Pyongyang che ha denunciato le nuove sanzioni imposte dal Consiglio di sicurezza dell'Onu come una drammatica violazione della sua sovranità facendo sapere che non parteciperà ad alcun negoziato sul nucleare fino a quando gli Stati Uniti minacceranno il paese. 

“Non metteremo il nostro deterrente nucleare di autodifesa sul tavolo delle trattative quando dobbiamo affrontare le minacce di Washington”, ha fatto sapere Pyongyang in un comunicato rilanciato dall'agenzia ufficiale nordcoreana. "E non faremo mai un solo passo indietro per impedire il rafforzamento della nostra potenza nucleare", ha concluso la nota.

Ma, al di là delle ovvie reazioni nervose da parte di Kim jong-un, perché la Cina questa volta ha dato l’ok, non si è opposta e ha ribadito poco dopo la convinzione della propria scelta? Di sicuro c’è la volontà di dare un segnale forte al regime di Pyongyang, dopo mesi di trattative, negoziati e richieste cinesi, spesso perse nel vuoto o non prese in considerazione da Kim Jong-un.

Ma proprio perché le reazioni della Corea del Nord hanno spesso, di recente, peggiorato i rapporti tra Cina e Usa, Pechino ha ritenuto di seguire una strategia molto compiacente nei confronti di Washington.

Nei giorni precedenti alla risoluzione dell’Onu, infatti, le cose tra le due mega potenze mondiali non si erano messe molto bene: il segretario di Stato Rex Tillerson aveva parlato proprio di un “conflitto aperto” in termini commerciali, e ormai inevitabile. Secondo Washington le lobby americane spingerebbero per decisioni americane finalmente contrarie alla gestione cinese delle sue modalità commerciali.

E proprio venerdì Trump, il presidente Usa, aveva un appuntamento con il suo team per dare il via a una procedura di indagine sul comportamento commerciale cinese, che avrebbe potuto scatenare una guerra commerciale proprio nel momento peggiore per la Cina, ormai concentrata sul Diciannovesimo congresso del Pcc in ottobre.

Ma Trump ha rimandato l’incontro, forse proprio per mettere alla prova cinese sul voto dell’Onu a proposito della Corea del Nord. E Pechino, probabilmente per evitare un precipitare di una situazione che prima o poi comunque arriverà alla sua fase più delicata, ha deciso di non porre un altro elemento di rottura con Washington, evidenziando con un atto internazionale la propria attuale distanza dal regime del giovane Kim Jong-un in Corea del Nord. 

Infine, ieri c’è stato un importante incontro tra i capi delle diplomazie russo e cinese Sergej Lavrov e Wang Yi, in cui è stato ribadito l'impegno “a rafforzare la cooperazione strategica bilaterale”. Sulla Corea del Nord, è stato specificata inoltre la volontà di voler portare Pyongyang a un nuovo “dialogo a sei”, da sempre richiesto proprio da Pechino.

@simopieranni 

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