Il Presidente della Costa d'Avorio Alassane Ouattara depone una corona di fiori sul luogo dell'attacco - Foto Reuters
Il Presidente della Costa d'Avorio Alassane Ouattara depone una corona di fiori sul luogo dell'attacco - Foto Reuters

La Costa d’Avorio ha commemorato le 19 vittime dell’attentato nella località costiera di Grand Bassam, nei pressi Abidjan, che il 13 marzo 2016 gettò per la prima volta il Paese nell’incubo del terrorismo.


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Un anno dopo l’attacco degli estremisti islamici affiliati ad al-Qaeda nel Maghreb islamico, la nazione africana ha assunto la consapevolezza della portata della minaccia jihadista sul suo territorio e rafforzato notevolmente la propria sicurezza.

Adesso, pattuglie di polizia sorvegliano ogni movimento sospetto lungo le spiagge di Grand Bassam e le strade di Abidjan sono monitorate da unità speciali, posizionate nei punti strategici della capitale economica ivoriana.

Anche le indagini per risalire agli artefici dell’attentato sono andate avanti senza sosta. L’inchiesta è ancora in corso e finora ha portato all’arresto di 38 persone, 26 delle quali sono state fermate in Costa d’Avorio, sei in Burkina Faso, quattro in Mali e in due in Senegal.

Nel corso di tutte queste operazioni, sono stati catturati anche tre dei responsabili della logistica dell’attacco a Grand-Bassam. Tra questi, figura Mimi Ould Baba Ould El Mokhtar, considerato il principale sponsor del terrorismo islamista in Costa d’Avorio.

Prima di El Mokhtar, fermato nel gennaio scorso in Mali nei pressi della città di Gossi, nella rete degli investigatori erano caduti Ibrahim Ould Mohammed, considerato il braccio destro di Kunta Dallah, la presunta mente dell’attacco, e Midy Ag Sodack Dicko, che ha ospitato il commando terrorista ad Abidjan.

Anche questi due terroristi sono stati arrestati in Mali, confermando che il Paese africano è servito da base per organizzare l’attentato, mentre i numerosi arresti eseguiti in altri tre Stati dell’Africa occidentale avvalorano l’ipotesi, che gli estremisti che hanno colpito Grand Bassam aveva ramificazioni in vari Paesi della regione.

Del resto al-Murabitun, il gruppo armato che rivendicò l’attacco è ormai da tempo un’emanazione diretta di al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) e strettamente legato agli altri movimenti estremisti islamici che agiscono nell’area sahelo-sahariana.

Nel quadro delle stesse indagini è stato aggiunto qualche tassello anche per arrivare alla cattura di tutti i responsabili dell’attacco condotto nel novembre 2015 all’hotel Radisson di Bamako e dell’assalto al bistrò Le Cappuccino e gli hotel Splendid e Yibi, a Ouagadougou, avvenuto nel gennaio 2016.

Un’intensa attività investigativa che le autorità di Yamoussoukro hanno condotto in collaborazione dell‘intelligence francese, marocchina e algerina, senza le quali non sarebbe stato possibile raggiungere questi brillanti risultati.  

Tuttavia, manca ancora all’appello Kunta Dallah, presunto comandante della brigata ivoriana di al-Murabitun, considerato l’ideatore dell’attacco e ricercato attivamente in tutta l’Africa occidentale.

Il volto di Dallah è stato ripreso in video dai monitor della sorveglianza dell’aeroporto di Abidjan ed è stato ripetutamente trasmesso su tutti i media locali. Ad oggi, però, il terrorista che avrebbe armato il comando di tre uomini che aprì il fuoco contro dei civili inermi è ancora irreperibile.

Un altro arresto eccellente eseguito nell’ambito dell’attività investigava per ricostruire l’identità degli attentatori di Gran Bassam era stato quello di Suleiman Keita, responsabile di diversi attacchi nel Mali meridionale.

Il jihadista, catturato lo scorso aprile nel suo nascondiglio nella foresta di Wagadu, vicino al confine con la Mauritania, secondo gli inquirenti sarebbe coinvolto nella pianificazione dell’assalto nella località balneare della Costa d’Avorio.

Un particolare non di poco conto è rappresentato dal fatto, che Keita è considerato il braccio destro del leader di Ansar Edine, il tuareg Iyad Ag Ghali, apparso lo scorso 2 marzo in un video postato su un forum islamista, per annunciare l’unificazione dei principali  gruppi qaedisti attivi nella regione del Sahel in un’unica organizzazione.

Il nuovo gruppo, chiamato Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen (Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani), sarà parte integrante di al-Qaeda e riunirà  in unico cartello islamista gli estremisti fulani del Fronte di liberazione della Macina, attivo nel centro di Mali; i mujaheddin dell’Emirato del Sahara di al-Qaeda nel Maghreb islamico; i jihadisti di al-Murabitun, responsabili degli ultimi attacchi in Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio.

Nel video di sette minuti, Ghaly spiega la nuova fusione nel contesto delle politiche di al-Qaeda e afferma che il nuovo gruppo avrà una dimensione transnazionale, quindi non più ristretto in una logica territoriale.

Nel filmato non vi è inoltre nessun riferimento a una specifica area geografica o a una singola azione, ma alla fine del video, il leader di Ansar Dine dichiara esplicitamente di aver voluto riunire i gruppi jihadisti, in osservanza dei principi della sharia.

Una decisione che potrebbe essere stata maturata anche in risposta all’aumento della pressione militare francese contro il terrorismo nella regione e all’attivismo delle forze di sicurezza degli Stati saheliani, che ha assicurato alla giustizia quasi tutti gli autori della carneficina di Gran Bassam.

@afrofocus

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