Il golpe nello Zimbabwe è un monito per altri leader africani a vita, come Biya in Camerun, o eredi dinastici come Kabila nella Repubblica Democratica del Congo. La loro sopravvivenza, oltre a militari e al popolo, dipende anche dalle potenze straniere. E la Cina pesa sempre di più

I cittadini dello Zimbabwe protestano ad Harare contro il governo del presidente Robert Mugabe. Crediti: Philimon Bulawayo / Reuters
I cittadini dello Zimbabwe protestano ad Harare contro il governo del presidente Robert Mugabe. Crediti: Philimon Bulawayo / Reuters

Mentre dallo Zimbabwe continuano a giungere notizie che indicano che l’uscita di scena di Mugabe potrebbe essere più lenta del previsto, alcuni analisti ritengono che quanto accaduto martedì scorso ad Harare dovrebbe rappresentare un monito per numerosi despoti africani, che dopo decenni continuano ostinatamente a rimanere al potere.


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Nondimeno, quello che si sta verificando in queste ore nell’ex Rhodesia del Sud è già avvenuto di recente in altre nazioni africane. Prima di tutte il Mali, che nel marzo 2012, sull’onda delle rivolte anti-autoritarie arabe, fu protagonista di un golpe militare, che sospese la Costituzione e portò alla destituzione del presidente Amadou Toumani Tourè, che da quasi dieci anni governava il Paese saheliano.

La stessa sorte ha subito,alla fine di ottobre 2014, il presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, eliminato dalla scena politica da un’insurrezione popolare appoggiata dall’esercito, mentre tentava di modificare la Costituzione per ricandidarsi alle elezioni, dopo 27 anni ininterrotti di potere.

In ultimo, lo scorso 21 gennaio, il presidente del Gambia, Yahya Jammeh ha ceduto alle pressioni internazionali e soprattutto alla presenza in casa dei militari della Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas). Jammeh ha lasciato la guida del Gambia al presidente eletto Adama Barrow, dopo aver governato per 22 anni il Paese con il pugno di ferro.

Tuttavia, va precisato che il colpo di mano dei militari nello Zimbabwe è la diretta conseguenza di un regolamento dei conti all’interno del partito di potere, lo Zanu-Pf, e tra le élite autocratiche. Dunque, non si tratta, come nel caso del Burkina Faso, di una rivolta popolare guidata dall’opposizione governativa, come dimostra il fatto che la principale compagine anti-governativa, il Movimento per il cambiamento Democratico, non ha minimamente provato a mobilitare la società civile del Paese.

Al potere da oltre tre decenni

Dopo aver ricordato i precedenti, è lecito anche interrogarsi su quale sarà il prossimo despota africano che potrebbe seguire il destino dei quattro predecessori. La previsione non è delle più semplici perché sono molti i leader africani che, come Mugabe, rifiutano di farsi da parte dopo decenni di governo.

Tra questi figurano tre presidenti che come Mugabe, sono al potere da più di trent’anni: quello del Camerun, Paul Biya, quello della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e il loro omologo ugandese Yoweri Museveni. Va anche ricordato, che lo scorso agosto si è dimesso il presidente angolano José Eduardo dos Santos, dopo essere rimasto 38 anni in carica.

Ci sono poi presidenti eletti per affermazione dinastica, come Faure Essozimna Gnassingbé in Togo e Ali Bongo Ondimba in Gabon.

Senza dimenticare, il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, che nell’aprile 2015, intravedendo la fine del suo potere, ha deciso di modificare la Costituzione promulgata nel 2005, che non gli consentiva di ricandidarsi per un terzo mandato. Risultato: è stato rieletto trascinando il Paese in una crisi politica, dall’inizio della quale, come certifica uno studio condotto dalla Federazione internazionale per i Diritti Umani (Fidh) sono state uccise oltre 1.200 persone, dalle 400 alle 900 sono scomparse, molte migliaia sono state torturate, oltre 10mila sono detenute senza processo e più di 400mila sono fuggite nei Paesi vicini.

Menzione speciale per Kabila

Una menzione speciale tra i capi di Stato africani affetti da quella che il Council on Foreign Relations definisce “la sindrome del leader a vita” la merita l’attuale e illegittimo presidente della Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila Kabange. Salito al potere nel 2001 senza essere eletto, in seguito all’uccisione del padre Laurent-Désiré (in carica dal 1997 al 2001), Kabila ha in seguito vinto le elezioni nel 2006 e nel 2011. Poi nel rispetto della Costituzione, che non gli permette di candidarsi per un terzo mandato, avrebbe dovuto lasciare il suo incarico a dicembre 2016.

Tuttavia, Kabila sta continuando a governare adducendo ragioni di sicurezza, dovute a rivolte interne nella regione del Gran Kasai, innescate proprio dal suo rifiuto di andarsene. Oltre a paventare la minaccia del terrorismo e i rischi dell’aggravamento della crisi economica, Kabila ha prima dichiarato di voler cambiare la Costituzione per poi rigettare ogni forma di trattativa.

In definitiva, resterà in carica almeno sino al gennaio 2019, dopo che in spregio dell’Accordo di San Silvestro,che prevedeva la convocazione di nuove elezioni entro la fine di quest’anno, lo scorso 8 novembre, ha stabilito che non si andrà al voto prima del 23 dicembre 2018. Le elezioni locali, invece, sono state fissate per il settembre 2019, garantendo al suo blocco politico di restare de facto al potere per almeno altri due anni. 

Chi sarà il prossimo?

Intuire quale tra tutti questi presidenti eterni sarà il prossimo a essere eliminato dalla scena politica africana non è facile, anche se è evidente che Kabila è seduto su una carica di tritolo che può esplodere da un momento all’altro, mentre le pressioni su Gnassingbé si fanno sempre più decise e continua a crescere il malcontento tra la popolazione togolese.

Resterebbe anche da capire se in Africa sia davvero il popolo a scegliere liberamente i presidenti. Questo non sempre avviene, soprattutto in quei Paesi che non hanno un’opposizione politica efficace e sono di conseguenza vulnerabili ai golpe costituzionali. È anche difficile spiegare come il presidente del Ruanda, Paul Kagame, che governa il Paese dal 1994, lo scorso agosto sia riuscito a ottenere un altro mandato di sette anni, con il sostegno di quasi il 99% dei votanti

Nella scelta del capo di Stato in alcuni Paesi africani, anche le potenze straniere esercitano una certa ingerenza. E non solo le vecchie potenze coloniali, Francia e Regno Unito in testa. L’ultima dimostrazione si è avuta in questi giorni, quando si è diffusa la notizia che la Cina abbia avuto un ruolo primario nella defenestrazione di Mugabe. Ed è innegabile che in più occasioni gli Stati Uniti hanno privilegiato la sicurezza rispetto alle conseguenze negative di un governo prolungato, decidendo di appoggiare leader a lungo termine come avvenuto in Camerun, Ciad e Uganda. 

@afrofocus

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