Un rapporto dell’ong Mighty Earth rivela che una grande quantità del cacao utilizzata dalle multinazionali del dolciario viene coltivata illegalmente nei parchi nazionali della Costa d’Avorio. Devastando foreste e animali nel paese leader della produzione.

Un lavoratore mette ad essiccare i semi del cacao. REUTERS/Thierry Gouegnon
Un lavoratore mette ad essiccare i semi del cacao. REUTERS/Thierry Gouegnon

«Le fitte foreste della Costa d’Avorio e gli animali che le popolano stanno scomparendo a grande velocità a causa delle piantagioni illegali di cacao». Lo rivela un nuovo rapporto dal titolo “Dark Chocolate’s Secret” realizzato dall’organizzazione non governativa Mighty Earth, che denuncia come una grande quantità di cacao utilizzato dalle principali aziende produttrici di cioccolato come Mars, Nestlé, Ferrero, Lindt e Cadbury, è coltivata illegalmente nei parchi nazionali e in altre aree boschive tutelate nel Paese leader mondiale della produzione di cacao.


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L’organizzazione ambientalista sostiene di aver scoperto una lunga catena di sfruttamento del cacao “illegale” proveniente da zone protette, seguendo il percorso di questo cacao fino alla vendita ai grandi nomi dell’industria del cioccolato, che viene gestita dalle maggiori aziende agroalimentari, come Olam, Cargill e Barry Callebaut, che insieme controllano circa la metà del commercio globale del prodotto.

La relazione specifica che il cacao passa dai coltivatori, attraverso intermediari, ai commercianti, che poi lo vendono in Europa e negli Stati Uniti dove le più grandi aziende del cioccolato lo trasformano in tartufi, tavolette, barrette, sciroppi e cioccolatini.

L’inchiesta mostra come una parte del cioccolato consumato nel modo provenga proprio da foreste primarie e parchi protetti in Costa d’Avorio. In particolare, il fenomeno riguarda le foreste di Goin Debé, Scio e quelle del Monte Sassandra, oltre a quelle dei parchi nazionali di Taï, Mont Peko e Marahoué.

Secondo Earth Mighty, il business è talmente vasto che le aree protette sono a volte diventate vere e proprie città, come è avvenuto nella foresta di Scio, dove vivono migliaia di abitanti e nel tempo sono sorti ventidue magazzini di cacao, una moschea, una scuola, decine di negozi e dispensari medico-sanitari.

Del resto, il commercio del cioccolato costituisce un business a livello globale, che nel 2015 ha fatturato circa cento miliardi di dollari. Ogni anno, nel mondo si consumano quasi 3 milioni di tonnellate di cioccolato e altri prodotti derivati dal cacao, mentre la domanda sale del 2-5%.

Lo studio dell’Università dell’Ohio

Il rapporto cita anche uno studio pubblicato nel marzo 2015, realizzato dai ricercatori del dipartimento di Antropologia dell’Ohio State University e da diverse istituzioni accademiche ivoriane, che hanno esaminato 23 aree protette in Costa d’Avorio, scoprendo che 7 di queste erano state quasi interamente convertite in piantagioni di cacao, mentre ben 13 non erano più popolate da primati e in altre cinque le scimmie si erano ridotte della metà. Senza contare, che la deforestazione ha praticamente decimato gli scimpanzé, che rifugiatisi in poche piccole aree, sono ormai considerati una specie in via di estinzione.

Le coltivazioni illegali hanno assottigliato anche la popolazione degli elefanti, emblema della nazione ivoriana, che da diverse centinaia di migliaia si sono ridotti a circa 200-400 esemplari, spinti dal disboscamento in minuscoli anfratti della foresta, dove i bracconieri riescono a individuarli più facilmente.

La maggior parte del cioccolato mondiale viene prodotta e consumata in Europa e in Nord America, lontano dai campi dell’Africa occidentale dove viene coltivata. E nel mondo sviluppato, il cioccolato è considerato un bene accessibile consumato dalla gente comune. 

Al contrario, in Africa Occidentale, il cioccolato è un bene raro, assolutamente non alla portata della maggioranza della popolazione e la maggior parte dei coltivatori di cacao nativi della regione non hanno mai provato il gusto del cioccolato, che ha il suo impatto ambientale maggiore proprio in questa parte dell’Africa.

Il crollo del prezzo del cacao

Senza dimenticare, che in tutto questo, l’economia ivoriana e quella ghanese sono pesantemente vessate dal calo del prezzo del cacao sui mercati internazionali, sceso di oltre il 30% negli ultimi mesi. La débâcle ha colpito duramente le entrate fiscali di Yamoussoukro, facendo passare il prezzo minimo garantito ai produttori da 1.100 a 700 franchi Cfa (1,28 dollari) e riducendo la tassa sulle spedizioni dal 22% all’attuale 16%.

Una situazione che lo scorso agosto ha indotto la Banca africana di sviluppo (Afdb) a decidere di intervenire a sostegno di Costa d’Avorio e Ghana (secondo produttore mondiale di cacao) accettando lo stanziamento della richiesta di finanziamento di 1,2 miliardi di dollari, che i governi dei due Paesi avevano inoltrato all’istituto di credito panafricano.

Purtroppo, va anche ricordato che indagare su certe questioni talvolta significa mettere a repentaglio la vita, come è accaduto al giornalista franco-canadese Guy-André Kieffer, scomparso nell’aprile 2004 ad Abidjan e mai ritrovato.

Il giornalista svanì nel nulla mentre stava lavorando a un reportage sul cacao e la corruzione del settore. Nel luglio dello scorso anno, nel corso del processo per crimini contro l’umanità contro Simone Gbabo, moglie dell’ex presidente Laurent Gbagbo, è emerso che Kieffer sarebbe stato giustiziato e il suo corpo cremato su ordine dell’ex first lady.

Tuttavia, la “Dama di ferro”, già condannata a venti anni di carcere per le violenze seguite alle elezioni 2010, ha negato qualsiasi coinvolgimento nella sparizione del reporter, la cui sorte rimane ancora avvolta nel mistero.

@afrofocus

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