Hanno composto un inno nazionale, stampato passaporti e coniato una nuova moneta e, ovviamente, nominato il loro presidente. Sono i separatisti anglofoni del Camerun. Ma il governo centrale non ha nessuna intenzione di concedere l'indipendenza e fa sparare sulla folla.

Dimostranti durante una marcia in opposizione all'indipendenza per le regioni anglofone portano cartelli con scritto "Io non sono francofono", "Io sono non anglofono ".  Douala, in Camerun il 1 ottobre 2017. REUTERS / Joel Kouam
Dimostranti durante una marcia in opposizione all'indipendenza per le regioni anglofone portano cartelli con scritto "Io non sono francofono", "Io sono non anglofono ". Douala, in Camerun il 1 ottobre 2017. REUTERS / Joel Kouam

Mentre i media internazionali sono concentrati sulle istanze indipendentiste del Kurdistan iracheno e della Catalogna, in molti ignorano che anche in Africa c’è una nazione dove soffia impetuoso il vento della secessione. Si tratta del Camerun, dove un anno di dura repressione statale non ha affievolito la rivendicazione d’indipendenza in due delle dieci regioni del Paese.


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Un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza, indette domenica scorsa per celebrare il 56esimo anniversario dell’indipendenza del Camerun anglofono dalla Gran Bretagna. L’operato delle forze dell’ordine ha provocato l’uccisione di almeno otto persone e il ferimento di altre cinquanta, in diverse città come Bamenda, Ndop Kumbo e Kumba, situate nelle due regioni occidentali di lingua anglofona.

Secondo Amnesty International, il bilancio totale delle vittime sarebbe ancora più pesante con 17 dimostranti uccisi nel corso delle manifestazioni. La violenta reazione delle autorità di Yaoundé, che hanno imposto il coprifuoco e isolato le aree anglofone, lascia presagire un aggravarsi della crisi scaturita da un problema generalmente poco compreso dalla maggioranza francofona.

Un problema che risale al periodo dell’indipendenza del Camerun, raggiunta il primo ottobre 1961 grazie alla riunificazione sancita l’11 febbraio 1960 da un referendum delle regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest con il resto del Paese, che il primo gennaio 1960 si era affrancato dalla dominazione francese.

Lo strappo di Ahidjo

La fusione dei due Camerun diede vita a una federazione bilingue, che ha mantenuto una forte autonomia regionale fino al 1972, quando l’allora presidente francofono Ahmadou Ahidjo abolì il regime federale per introdurre un sistema di potere sempre più accentratore.

Un passaggio gestito in maniera approssimativa dal governo di Ahidjo, basato sulla centralizzazione e sull’assimilazione, che ha portato la minoranza anglofona a sentirsi politicamente ed economicamente emarginata, oltre che culturalmente discriminata.

Trascorsi 45 anni, le politiche delle autorità centrali di Yaoundé ancora pesano sulla parte occidentale del Paese, discriminando l’uso della lingua inglese e del diritto di origine anglosassone (Common Law), a beneficio della lingua francese e del diritto di stampo francese.

La crisi attuale è dunque la preoccupante ripresa di un vecchio problema, che potrebbe portare all’instabilità il Paese dell’Africa centrale, specialmente dopo che lo scorso primo ottobre i secessionisti hanno proclamato simbolicamente l’indipendenza dell’Ambazonia e nominato suo “presidente” Sisiku Ayuk. Inoltre, avrebbero già composto un inno nazionale, stampato passaporti e coniato una nuova moneta.

La mobilitazione di avvocati, insegnanti e studenti iniziata nell’ottobre 2016, prima ignorata poi repressa dal governo, ha rilanciato movimenti basati sull’identità che chiedono un ritorno al modello federale, che regolava il Camerun dal 1961 al 1972.

Tre mesi senza internet

Il dialogo tra gli attivisti anglofoni e il governo è stato minato dall’arresto dei leader del movimento autonomista e dal blocco di Internet nelle regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest, deciso dal governo lo scorso 17 gennaio e durato più di tre mesi.

Un blocco, che tra i vari disagi arrecati, ha impedito a molte aziende locali e alle banche di lavorare, rallentando le attività economiche e annullando la possibilità di prelevare denaro. Ma soprattutto, ha bloccato la diffusione di informazioni con il rischio che abusi e violazioni delle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti potessero passare inosservati e impuniti.

Da allora, le due regioni anglofone hanno vissuto scioperi generali, boicottaggi scolastici e sporadiche violenze. Adesso, però, la pesante repressione messa in atto dal governo non appare più sufficiente a controllare la situazione che col passare dei mesi è diventata sempre più esplosiva, costringendo l’esecutivo a negoziare con i sindacati anglofoni e operare alcune concessioni.

In vista delle elezioni presidenziali, previste per l’anno prossimo, la crescente influenza dei separatisti rappresenta una delle minacce più gravi alla stabilità del Paese produttore di petrolio, governato con mano ferma dal novembre 1982 dall’ottantaquattrenne presidente Paul Biya.

La mancanza di un’alternanza al potere in 35 anni ha accentuato il carattere autoritario dello Stato, i fallimenti della governance, l’assenza di legittimità delle élite locali, le tensioni sociali e anche quelle generazionali. Tutti questi problemi col tempo sono diventati strutturali, soprattutto tra la minoranza delle regioni anglofone, sempre più insoddisfatta e inasprita dalla dura repressione del governo.

@afrofocus

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