La marcia pacifica, indetta domenica scorsa in dieci città della Repubblica democratica del Congo per chiedere nuove elezioni politiche e presidenziali, è finita con l’arresto di centinaia di manifestanti, fermati insieme ai giornalisti che cercavano di documentare l’evento.

Photo credit newsdog.today
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Le forze dell’ordine hanno tratto in stato di fermo quaranta persone a Goma, diciassette nella capitale Kinshasa, undici a Butembo, altre invece sono state trattenute a Bukavu e Lubumbashi. Tutti i manifestanti chiedevano l’allontanamento del presidente Joseph Kabila, rimasto forzatamente e illegalmente al potere dopo la scadenza del suo secondo e ultimo mandato, lo scorso 20 dicembre.


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Kabila, divenuto presidente della Repubblica democratica del Congo all’indomani dell’assassinio di suo padre, Laurent-Désiré Kabila, avvenuto il 16 gennaio 2001, ha proibito tutte le manifestazioninel Paese dell’Africa centrale, ufficialmente per evitare disordini e nuove vittime, come accaduto durante le proteste di piazza del settembre e dicembre 2016.

La mobilitazione di domenica scorsa era stata convocata dal movimento giovanile Lucha (Lutte pour le Changement), basato a Goma, nell’est del Paese, dopo che lo scorso 7 luglio il presidente della Commissione Elettorale incaricato di organizzare le elezioni presidenziali, legislative e provinciali, aveva spostato lo scrutinio sine die.

Poi, il 18 luglio, mentre tutti attendevano la data delle elezioni, la Commissione Elettorale ha pubblicato un calendario per eleggere i governatori e vice-governatori di undici province. Una consultazione che l’opposizione giudica prive di valore, perché vi parteciperanno dei deputati provinciali illegittimi, poiché arrivati a fine mandato già da molti mesi.

Dopo questi fatti, la settimana scorsa la principale coalizione d’opposizione “Le Rassemblement”, ha indetto due giorni di sciopero generale per l’8 e 9 agosto e ha lanciato l’appello alla mobilitazione generale di piazza.

Il “nuovo” governo di unità nazionale

Il mandato di Kabila è stato prolungato grazie all’Accordo di San Silvestro raggiunto lo scorso 31 dicembre tra maggioranza e opposizione, grazie alla mediazione della Conferenza Episcopale congolese.

L’intesa, mai firmata da Kabila, prevede che il presidente rimanga al potere il tempo necessario per formare un governo di “unità nazionale” che organizzi le elezioni entro il 2017.

Le elezioni non sono state ancora messe in calendario, ma lo scorso 9 maggio il governo di “unità nazionale” è stato formato sotto la guida di Bruno Tshibala.

Il nuovo esecutivo, però, mantiene in carica la maggior parte dei membri del vecchio governo, ad eccezione di quattro posti riservati ad altrettanti deputati dell’ala dissidente dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (UDPS), il principale partito dell’opposizione e componente de “Le Rassemblement”.

La nomina di Tshibala a premier ha anche spaccato l’opposizione e rischia ora di sfociare in uno scontro aperto, anche armato, tra le diverse fazioni che vogliono la fine del “regno” di Joseph Kabila.

Nel tentativo di trovare una soluzione alla pericolosa impasse politica, una parte dell’opposizione ha lanciato la proposta di formare un governo di transizione della durata di 18 mesi, in grado di preparare le elezioni e mettere fine alla pericolosa crisi politica congolese. Il proponimento è stato avanzato lo scorso 14 luglio dall’ex ministro dell’Industria, Germain Kambinga, leader del Partito della Libertà, una piccola formazione politica di opposizione.

Kambinga ha richiesto la ripresa delle negoziazioni politiche sotto la mediazione della Conferenza Episcopale per rendere effettivo l’accordo di San Silvestro, ma la sua proposta è stata accolta con scetticismo sia dai Vescovi cattolici sia da parte dell’opinione pubblica, che sospetta l’ennesimo trucco ideato dalla compagine governativa per spostare ulteriormente la data delle elezioni.

Se dovesse essere accettata da governo e opposizione, questa proposta rinvierebbe le elezioni minimo fino al gennaio 2019. In questo modo, Kabila avrebbe tempo a sufficienza per escogitare altre soluzioni per continuare a esercitare il controllo sul Paese, dove la corruzione e il malaffare legato al suo clan continuano a farla da padroni.

Lo dimostra una recente inchiesta dell’organizzazione non governativa britannica Global Witness (GW), ripresa da Nigrizia, che ha analizzato i dati dell’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), secondo i quali un fiume di denaro proveniente dal settore minerario, si è dispersa all’interno di una vasta rete corruttiva che sarebbe anche legata al presidente congolese Joseph Kabila.

Leggendo l’indagine appare evidente che essere al potere in Congo, significa gestire affari miliardari con le multinazionali e i Paesi affamati di materie prime. Anche questo spiega perché Kabila non ha rispettato l’accordo di San Silvestro e continua ostinatamente a calpestare la Costituzione, che impone la sua uscita di scena.

@afrofocus

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