Le elezioni di agosto in Kenya sono state invalidate da una sentenza senza precedenti. Le questioni nodali sulla reale possibilità di garantire l’organizzazione e il regolare svolgimento del prossimo turno elettorale.

Elettori in coda in un seggio vicino alla città di Magadi, a circa 50 km a sud di Nairobi
Elettori in coda in un seggio vicino alla città di Magadi, a circa 50 km a sud di Nairobi. GORAN TOMASEVIC/GALLO IMAGES

L’annuncio della Commissione indipendente elettorale e dei confini (IEBC) di fissare al prossimo 17 ottobre le nuove elezioni presidenziali in Kenya lascia spazio a numerosi interrogativi, primo tra tutti se il governo locale sia veramente in grado di organizzare una nuova tornata elettorale in così poco tempo.


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Il risultato dello scorso 8 agosto aveva decretato la riconferma del presidente uscente e leader della coalizione facente capo al partito Jubilee, Uhuru Kenyatta, figlio di Jomo Kenyatta, padre della patria e primo presidente dopo l’indipendenza del Paese dal Regno Unito.

Una sentenza inattesa

L’annullamento, disposto il primo settembre dalla Corte suprema di Nairobi, ha colto di sorpresa gli osservatori, molti dei quali non si aspettavano che il massimo organo giudiziario del Paese decidesse di ripetere il voto presidenziale, mettendo in discussione la validità di un terzo delle schede elettorali.

Una sentenza senza precedenti nella storia dell’intero continente africano, dove finora il risultato di un’elezione non era mai stato ribaltato dalla decisione di un tribunale. Lo sfidante di Kenyatta, Raila Odinga, capo della coalizione d’opposizione Super alleanza nazionale (National Super Alliance – NASA) ha ovviamente accolto con favore l’annullamento del voto di agosto dichiarando che il primo settembre è nato un nuovo Kenya e che la sentenza rappresenta un primo passo per garantire la giustizia elettorale nel Paese.

Odinga ha presentato una serie di condizioni per la sua partecipazione alle nuove presidenziali. Tra le richieste, il controllo del sistema elettronico della IEBC e le dimissioni di alcuni suoi membri ritenuti responsabili dei brogli, che hanno portato all’annullamento del voto dell’8 agosto. Oltre alla possibilità per gli otto candidati presidenziali in lizza alle elezioni annullate di ripresentarsi, contrariamente a quanto stabilito dalla Commissione elettorale, che intende limitare la contesa soltanto a Kenyatta e Odinga.

Nel frattempo, Uhuru Kenyatta ha dichiarato di rispettare la decisione della Corte suprema di Nairobi, pur non condividendola. Tuttavia, nei giorni scorsi il presidente uscente ha adottato una retorica poco conciliante quando rivolgendosi ai propri sostenitori nel corso di comizi a Nairobi e Nakuru, ha definito il presidente David Maranga e i giudici della Corte Suprema come «wakora», che in swahili significa truffatori. Ha inoltre affermato che dopo la ripetizione del voto, la magistratura del Paese «dovrà essere aggiustata», una dichiarazione che evidenzia un pericoloso tentativo di mettere in dubbio la futura indipendenza del tribunale.

Lo scetticismo dell’opposizione

Nell’imminenza del voto, una delle questioni nodali è se la IEBC, nella sua forma attuale, sia in grado di garantire l’organizzazione e il regolare svolgimento della ripetizione delle elezioni presidenziali.

La coalizione della NASA, già in tempi non sospetti, aveva dichiarato di «non aver fiducia nella Commissione elettorale e che buona parte dei suoi funzionari dovevano essere destituiti e messi sotto processo».

Con tutta probabilità, la NASA sarà ferma nel richiedere una revisione all’interno della IEBC, ma la richiesta della coalizione d’opposizione non sarà facile da esaudire poiché sessanta giorni sono un tempo piuttosto breve per formare una nuova Commissione in grado di preparare le nuove elezioni. Mentre Kenyatta continua a sostenere che dovrà essere la IEBC, sotto la guida dell’attuale presidente Wanyonyi Wafula Chebukati, a supervisionare la ripetizione delle operazioni di voto.

Sotto accusa c’è anche il sistema di trasmissione dei risultati, che secondo l’opposizione sarebbe stato manipolato a causa di un attacco informatico. Per questo, Raila Odinga, dopo il risultato che assegnava la vittoria al suo rivale, ha immediatamente presentato ricorso alla Corte suprema, affermando che i risultati elettorali dell’8 agosto avevano dato alla nazione «una presidenza generata dal computer». 

Le insidie delle elezioni digitali

Importante evidenziare che le accuse del candidato hanno rilanciato il dibattito intorno all’uso della tecnologia digitale nelle elezioni nazionali, mentre gli esperti si interrogano se tornare ai vecchi metodi di scrutinio su cartaceo sia la cosa migliore.

La discussione non è più teorica in Africa, dove un numero crescente di Paesi si affida al voto elettronico o include una componente digitale nel processo di voto, come i kit per il riconoscimento dei dati biometrici (impronte digitali) degli elettori e il sistema di trasmissione elettronica dei risultati, impiegato nelle elezioni invalidate in Kenya.

Già nel 2013, il sistema informatico utilizzato per il riconoscimento degli elettori e il successivo trasferimento dei risultati al centro di raccolta nazionale a Nairobi aveva registrato delle anomalie, costringendo la IEBC a ricorrere al conteggio manuale.

Quattro anni dopo, i tablet utilizzati per l’identificazione degli elettori e la trasmissione dei risultati avrebbero funzionato bene, ma l’opposizione sostiene che i server dei computer sono stati hackerati ed è stato caricato un algoritmo per gonfiare artificialmente il numero di voti a favore di Kenyatta.

Da parte sua, la IEBC afferma di aver autenticato tutte le schede dei 40.883 seggi presenti nel Paese per garantire la legittimità dei risultati della votazione, ma rimane innegabile che le elezioni presidenziali sono state invalidate per “irregolarità e illegalità nella trasmissione dei risultati”. E tutto questo lascia presuppore che forse in Africa i vecchi metodi di scrutinio sono ancora i migliori. 

@afrofocus

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