«L’annuncio del primo giugno, con cui il presidente Trump ha dichiarato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo mondiale sul clima, firmato un anno e mezzo fa alla Cop 21 di Parigi, potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Africa per iniziare ad affrontare direttamente il problema dei cambiamenti climatici».

Una donna cammina in un paesaggio arso dalla mancanza di acqua. Photo from website swissinfo.ch
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Lo sostiene il presidente della African Wildlife Foundation, Kaddu Kiwe Sebunya, in un editoriale pubblicato sull’edizione online del quotidiano keniano ‘Daily Nation’. L’esperto ugandese ritiene che se il secondo maggior paese inquinatore del mondo non è più disposto a impegnarsi per ridurre le emissioni di gas serra, gli africani devono essere pronti a rimboccarsi le maniche e impegnarsi per riuscire a dare una svolta in chiave sostenibile al loro sviluppo.


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La questione climatica è diventata da tempo centrale per l’Africa, che secondo l’ultimo rapporto annuale stilato dall’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), pur essendo l’unico continente ancora non industrializzato, a livello globale ha contribuito solo al 4% allo storico accumulo dei gas serra attraverso le emissioni di carbonio.

Previsioni catastrofiche

Lo studio sottolinea pure che il riscaldamento climatico ha avuto e avrà notevoli conseguenze sullo sviluppo e sulla crescita economica africana, con perdite che oscillano tra i 7 e i 15 miliardi di dollari all’anno. Inoltre, il fattore climatico rappresenta una barriera agli investimenti e complica la progettazione di infrastrutture.

Il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (IPCC) ha rilevato che l’Africa si scalderà una volta e mezzo più rispetto alla media globale, con conseguenze devastanti. Mentre un rapporto pubblicato nel marzo scorso ha previsto un calo del 40% della produzione di mais in Zambia entro il 2090, a causa dei cambiamenti climatici. Nel contempo eminenti climatologi, che hanno utilizzato i dati dell’IPCC, hanno rilevato che Ciad, Niger e Zambia potrebbero perdere il loro intero settore agricolo entro il 2100, se il riscaldamento globale continua al ritmo attuale.

Nondimeno, tra le implicazioni per l’Africa derivanti cambiamento climatico, c’è anche il rischio dell’aumento di conflitti, come testimoniato da un recente report apparso sull’autorevole rivista scientifica americana ‘Science’.

Al cambiamento dei modelli meteorologici causato dai cambiamenti climatici può essere attribuita anche l’attuale carestia e la scarsità di cibo nella regione del Corno d’Africa, così come i magri raccolti che hanno portato all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari in Kenya e in altre Paesi dell’Africa orientale.

Lo scarso impegno dei governi africani

Un altro studio coordinato dall’Overseas Development Institute (ODI) e dal Climate and Develpment Knowledge Network (CDKN), che ha preso in esame l’intera area sub-sahariana, ha invece riscontrato che i governi africani non si stanno impegnando in maniera efficace per arginare il fenomeno del climate change.

Secondo il rapporto, nei loro progetti e negli investimenti, i governi e le imprese di molti paesi della regione non riescono a prendere in considerazione le informazioni sulle conseguenze climatiche a lungo termine.

A influenzare negativamente la situazione ci sono vari fattori, tra questi il fatto che spesso gli impegni climatici a lungo termine mal si adattano al trasferimento nei contesti economici sub-sahariani, sempre protesi al raggiungimento del profitto immediato.

Il report tra gli elementi che incidono in maniera sfavorevole indica anche l’insufficienza di competenze e risorse economiche, oltre alla mancanza di comunicazione tra i produttori e gli utilizzatori delle informazioni sul clima.

Il nuovo asse sul clima UE-Cina

Una serie di elementi con i quali l’Africa si trova a confrontarsi e che potrebbe superare con il sostegno il nuovo asse sul clima UE-Cina, scaturito dalla scelta di Donald Trump di ritirare gli Usa dall’accordo di Parigi.

La decisione del presidente Usa di recedere dall’impegno sul clima, preso dal suo predecessore Barak Obama, ha di fatto avvicinato la Cina e l’Unione europea nel ribadire le promesse fatte, quando hanno accettato di limitare il riscaldamento globale al di sotto di 2°C, rispetto ai livelli preindustriali.

Le due parti si sono impegnate a raccogliere cento miliardi di dollari l’anno, fino al 2020, per aiutare i Paesi più poveri a ridurre le proprie emissioni. Un impegno comune che getta le basi per una diplomazia del clima, come si intuisce da quanto riportato nella dichiarazione congiunta delle due potenze, dove è considerata la determinazione a “esplorare le possibilità di cooperazioni triangolari” per la promozione dell’energia sostenibile, dell’efficienza energetica e della riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo, Africa in primis.

Lo strappo sul clima consumato otto giorni fa da Donald Trump nel Rose Garden della Casa Bianca, sembra aver sancito la consacrazione dell’asse UE-Cina sulla questione ambientale e confermato le conclusioni del recente studio del German Development Institute, secondo cui la nuova alleanza sul clima e l’approccio trilaterale allo sviluppo sostenibile potrebbero offrire ai governi africani l’occasione giusta per adottare nuove strategie volte a contrastare i disastrosi effetti del riscaldamento globale.

@afrofocus

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