Continuano le proteste in Togo contro il presidente Gnassingbé, figlio del dittatore che ha governato per decenni il Paese, ed emerge la figura di un nuovo leader dell'opposizione. Intanto salta il vertice Africa-Israele che si doveva tenere ad ottobre nella capitale togolese.

Proteste di piazza per chiedere le dimissioni del presidente Faure Gnassingbe a Lomé, Togo, il 7 settembre 2017. REUTERS / Noel Kokou Tadegnon
Proteste di piazza per chiedere le dimissioni del presidente Faure Gnassingbe a Lomé, Togo, il 7 settembre 2017. REUTERS / Noel Kokou Tadegnon

Nonostante la limitazione dell’accesso a internet e ai social network, l’espulsione dei giornalisti stranieri dal Paese e la dura repressione della polizia, in Togo proseguono incessanti le proteste di piazza dell’opposizione contro il presidente Faure Essozimna Gnassingbé.


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I manifestanti, vestiti di rosso e arancione, chiedono leggi più democratiche di quelle attualmente in vigore e di reintrodurre la Costituzione adottata nel 1992 dal padre dell’attuale presidente, Gnassingbé Eyadema, che per 38 anni ha governato il Paese africano con il pugno di ferro, dopo aver preso il potere nel 1967 grazie a un colpo di Stato.

Gnassingbé padre, a seguito di un’ondata di proteste simile a quella che ha investito il Togo in questi ultimi giorni, aveva limitato a due il numero massimo di mandati presidenziali. Dieci anni dopo, però, fu il suo Parlamento a rivedere l’articolo 59 della Costituzione, eliminando il limite di mandati per consentire allo stesso presidente di essere nuovamente rieletto e abbassando l’età minima richiesta per l’eleggibilità da 45 a 35 anni, per consentire l’eventuale avvicendamento del figlio allora trentanovenne.

Il progetto di legge per modificare la Costituzione

Faure sembra voler seguire le orme paterne, come dimostra l’approvazione nello scorso 6 settembre di un progetto di legge legato al limite dei mandati presidenziali e alle elezioni a doppio turno.

Il parlamento starebbe ora esaminando il disegno di legge e per questo il presidente togolese ha ricevuto il plauso del rappresentante speciale per l’Africa occidentale e il Sahel del segretario generale delle Nazioni Unite, Mohamed Ibn Chambas, che ha incontrato lo scorso 7 settembre nella capitale Lomé.

L’inviato speciale di António Guterres ha avuto un colloquio anche con Jean-Pierre Fabre, leader del principale partito d’opposizione, l’Alleanza nazionale per il cambiamento (ANC), incoraggiandolo a partecipare ai colloqui con il governo per andare avanti con l’agenda delle riforme.

Sembrerebbe, dunque, che la crisi politica che sta interessando il Paese sia vicina a una soluzione. In realtà, non è chiaro, se Gnassingbé al potere dal 2005 e giunto al terzo mandato consecutivo che terminerà nel 2020, sia disposto a non ricandidarsi poiché i dettagli della proposta di revisione costituzionale in discussione al parlamento sono assai vaghi in proposito.

Inoltre, martedì scorso, il parlamento togolese era convocato in sessione straordinaria per discutere le modifiche costituzionali all’art. 59, ma all’ordine del giorno c’era solo la discussione della legge di bilancio.

Del resto, non è facile che Gnassingbé accetti di porre fine a più di cinquant’anni di potere assoluto esercitato dalla sua famiglia sulla nazione dell’Africa occidentale. Di contro, i togolesi che si oppongono al suo regime non sembrano minimamente mollare e per oggi (15 settembre) hanno indetto un’altra grande manifestazione popolare.

Tutti i 14 partiti di opposizione hanno inoltre denunciato le violenze perpetrate dalla polizia nella notte tra il 7 e l’8 settembre scorsi, che hanno provocato diversi feriti. Hanno anche chiesto la liberazione delle circa cento persone fermate durante le proteste del 19 e 20 agosto, nel corso della quale hanno perso la vita due manifestanti e altri 13 sono rimasti feriti, quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla.

Il rinvio del vertice Africa-Israele

Le forti proteste in corso in questi giorni in Togo hanno certamente inciso anche sulla decisione del governo di rinviare il summit Africa-Israele, che avrebbe dovuto tenersi dal 23 al 27 ottobre nella capitale Lomé.

Il vertice è stato rimandato dal governo togolese, in accordo con Tel Aviv, a data da destinarsi, ufficialmente per motivi organizzativi. È però evidente che all’origine del rinvio ci sono le turbolenze politiche interne, oltre l’opposizione all’evento da parte di influenti Paesi africani, come il Sudafrica, e di alcuni Stati arabi, che ritengono che l’iniziativa avrebbe legittimato le politiche oppressive di Israele nei confronti dei palestinesi.

La situazione è sempre più critica e in questo travagliato panorama politico è emersa una figura che fa la differenza. Si tratta del 47enne Tikpi Salifou Atchadam, il più carismatico tra i leader dell’opposizione e fondatore del Partito nazionale panafricano (PNP), che con un linguaggio chiaro e diretto continua a richiamare folle nei suoi comizi. 

Musulmano e originario del nord del Paese, come il presidente Gnassinbé, Atchadam è riuscito nell’intento di riunire l’opposizione avvicinando il PNP all’ANC di Fabre. Dopo anni di colloqui infruttuosi sulla riforma costituzionale e di campagne contro il governo, il capo del PNP ha iniziato a percorrere in lungo e in largo il Togo, cercando di tessere nuovi legami con i partiti alleati ed è riuscito a scuotere un’opposizione praticamente paralizzata.

E secondo l’esperto ghanese di Relazioni Internazionali Vladmir Antwi-Danso, le ripetute proteste dei partiti di opposizione contro la pluridecennale dinastia di Gnassingbe potranno ottenere risultati tangibili solo se la coalizione anti-governativa, con l’attivo coinvolgimento della società civile, si impadronirà del processo delle riforme avviato dal governo.

@afrofocus

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