“Il Marocco sta tornando a riprendere il suo posto naturale nell’Unione africana, dopo 32 anni di separazione”. Con queste parole pronunciate lo scorso 6 novembre a Dakar, capitale del Senegal, durante il discorso per commemorare il quarantunesimo anniversario della Marcia Verde, il re Mohamed VI ha ribadito la sua richiesta di reintegrazione del Marocco nell’Unione africana (UA).

Una sessione ordinaria dell'Assemblea dell'Unione africana (UA) nella capitale dell'Etiopia, Addis Abeba. REUTERS/Tiksa Negeri
Una sessione ordinaria dell'Assemblea dell'Unione africana (UA) nella capitale dell'Etiopia, Addis Abeba. REUTERS/Tiksa Negeri

È la prima volta che il sovrano marocchino si rivolge alla nazione al di fuori dei suoi confini e lo ha fatto in uno dei viaggi intrapresi negli ultimi due mesi in diversi Paesi africani, con l’obiettivo di consolidare un fronte politico-diplomatico funzionale a sostenere il rientro del Marocco nell’organismo panafricano.


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Il tour africano del re del Marocco, iniziato due mesi fa con le visite in diversi paesi dell’Africa orientale, proseguirà fino alla metà di dicembre in altri Paesi del continente, in vista del voto per l’adesione del Marocco all’UA, previsto entro il nuovo anno.

Rabat abbandonò il seggio dell’allora Organizzazione dell’unità africana (OUA) nel 1984, in seguito all’ammissione della Repubblica democratica araba dei sahrawi (RASD), lo Stato autoproclamato nel 1976 dal Fronte POLISARIO (Fronte Popolare di Liberazione del Sanguía el-Hamra e del Río de Oro), un movimento armato sostenuto dall’Algeria.

L’ammissione della RASD nell’organizzazione di Addis Abeba ha sancito di fatto il riconoscimento dell’indipendenza del Sahara Occidentale, un’ex colonia iberica che Madrid cedette nel 1975 a Marocco e Mauritania con un accordo segreto contrario al diritto di autodeterminazione.

Nella successiva spartizione della regione tra Mauritania e Marocco, a quest’ultimo andò il controllo di tutto il Sanguía el-Hamra e della parte settentrionale del Río de Oro, mentre il resto del territorio passò sotto la giurisdizione di Nouakchott.

Con l’occupazione militare marocchina, iniziò la guerra, la Mauritania, invece, si ritirò dalla disputa nel 1979 e la zona che le era stata assegnata con gli accordi di Madrid fu in gran parte occupata dal Marocco.

La lotta per il diritto all’autodeterminazione dei saharawi, fin dall’inizio è stata condotta dal POLISARIO, che ha opposto un’aspra resistenza fino al 1991, quando con la mediazione della Nazioni Unite, si è arrivati a un cessate il fuoco e la promessa di un referendum di autodeterminazione per definire la questione, su cui ancora però non esiste un punto di incontro tra Marocco e la RASD.

Fino a oggi, la consultazione non è stata mai tenuta e il territorio desertico meridionale, ricco di fosfati e di potenziali giacimenti di idrocarburi, è ancora sotto occupazione marocchina.

Molti saharawi, vivono da oltre quarant’anni come rifugiati in sei campi della regione algerina di Tindouf, costretti in accampamenti di tende e case di mattoni di sabbia.  In tutto questo, migliaia di giovani, nati nei campi profughi, vivono con fatica l’isolamento e la mancanza di prospettive.

Ad oggi l’Unione Africana, continua a riconoscere il Sahara Occidentale come Stato de facto e ha più volte richiesto che venga indetto un referendum per verificare la reale volontà del popolo saharawi a perseguire l’autodeterminazione e l’indipendenza dal Marocco.

Tale orientamento ha allontanato per oltre tre decenni il Marocco dalla più importante istituzione intergovernativa africana. La posizione di Rabat è cambiata negli ultimi anni con l’adozione una strategia di lungo termine che prevede un approccio politico multidimensionale concentrato sul consolidamento e la diversificazione delle sue relazioni con i partner africani.

Un orientamento mirato a consentire il Marocco di esercitare un ruolo di primo piano nel continente africano, sia nel breve che nel lungo termine.

La nuova dimensione in politica estera del regno marocchino si è materializzata lo scorso luglio, quando alla 27esima riunione dei capi di Stato e di governo dell’UA, re Mohammed VI ha inviato un comunicato nel quale ha espresso l’intenzione di far rientrare il Marocco all’interno dell’organizzazione.

Due le condizioni fondamentali poste dal Marocco all’assemblea dell’UA per tornare all’interno dell’organizzazione: correggere un “errore emblematico” e adottare una “neutralità costruttiva” sulla questione del Sahara Occidentale, che da oltre quattro decenni costituisce una spina nel fianco per le relazioni diplomatiche di Rabat.

La “neutralità costruttiva” non intende un netto cambiamento di posizione del Marocco sulla questione dei sahrawi, bensì rappresenta il tentativo di promuovere una linea di mediazione, basata sull’equilibrio tra autodeterminazione e integrità territoriale, che sfoci possibilmente nella concessione dello status di regione autonoma per il Sahara Occidentale.

Da parte sua, la RASD, che all’interno dell’UA può contare sull’appoggio di Nigeria e Sudafrica, sostiene che al Marocco non dovrebbe essere consentito di tornare a far parte dell’organizzazione di Addis Abeba, a meno che non si ritiri dal territorio conteso.

Il cambio di passo di Rabat sulla questione saharawi può essere anche letto in un’ottica di pragmatismo, attraverso la quale Mohammed VI si è reso conto che il suo Paese era rimasto ai margini di un’organizzazione intergovernativa di notevole importanza e forza diplomatica sul palcoscenico regionale e internazionale, comportando una significativa perdita di potere negoziale per il suo Paese. 

Nella stessa ottica, non è da escludere che nel caso Mohammed VI riuscisse a riportare il Marocco all’interno dell’UA, potrebbe esercitare una notevole pressione sul POLISARIO per spingerlo ad accettare la proposta autonomista del Marocco o addirittura indurre l’Assemblea dell’organizzazione panafricana a ritirare l’adesione del Sahara Occidentale.

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