Il leader Abubakar Shekau ricompare in video per rivendicare le violenze che insanguinano la Nigeria. E smentisce così il presidente Buhari, che aveva dichiarato il nemico battuto. Il gruppo è stato sì indebolito, ma soprattutto, ha cambiato missione. In cerca di attività più redditizie

Una donna guarda da un finestrino REUTERS/Afolabi Sotunde

Lo storico leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, martedì scorso ha pubblicato sulla rete un video messaggio in lingua hausa di 31 minuti rivendicando una serie di attacchi compiuti dal gruppo jihadista durante le festività natalizie. L’ultima apparizione in video di Shekau risaliva al 14 agosto 2017, quando venne postato su YouTube un filmato nel quale l’estremista islamico scherniva il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, il generale Yusuf Buratai.


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Dopo oltre quattro mesi, Shekau è tornato sulla rete per celebrare l’ondata di violenze che nei mesi scorsi ha insanguinato diverse località nel nord-est della Nigeria come Maiduguri, Magumeri, Gamboru, Damboa, Biu e Mubi, ma soprattutto per smentire il governo di Abuja, che dall’inizio del 2016 continua ad affermare che Boko Haram è stato sconfitto.

Il video mostra anche le immagini di un attacco del giorno di Natale contro un posto di blocco militare nel villaggio di Molai, alla periferia della città di Maiduguri, che secondo l’esercito è stato sventato dalle truppe dopo un’ora di combattimenti.

Gli attacchi continuano

Il messaggio di Shekau arriva pochi giorni dopo che 25 taglialegna sono rimasti uccisi in un agguato dei miliziani di Boko Haram a venti chilometri da Maiduguri, la città simbolo dell’insurrezione del gruppo islamista. Mentre nel mese di dicembre gli estremisti nigeriani hanno attaccato convogli dell’esercito e inviato kamikaze a fare strage di civili negli affollati mercati delle città del nord-est della Nigeria. E lo scorso 21 novembre, almeno 50 persone sono rimaste uccise, quando un giovanissimo attentatore suicida si è fatto esplodere mentre si recitavano le preghiere del mattino nella moschea di Mubi, nello stato di Adamawa.

Tuttavia, in un recente comunicato, l’esercito di Abuja ha affermato di aver indebolito il gruppo con la sua operazione “Deep Punch II”. Mentre nel suo discorso di Capodanno, il presidente Buhari ha nuovamente dichiarato che «Boko Haram è stato battuto e si registrano ancora alcuni attacchi isolati perché anche nelle città maggiormente controllate non è possibile impedire a determinati criminali di commettere terribili atti di terrore».

Successi nel contrasto al gruppo estremista

Ma i numerosi attacchi sopra citati sembrano smentire le dichiarazioni dell’esercito e del capo dello Stato. Anche se è innegabile che ultimamente sono stati registrati alcuni successi nella lotta al movimento islamista, come l’eliminazione di Mallama Fitdasi. La donna era una delle mogli di  Shekau e aveva un ruolo di coordinamento logistico all’interno di Boko Haram, dimostrato dal fatto che quando è rimasta vittima di un bombardamento dell’aviazione nigeriana stava presiedendo una riunione con alcuni membri di spicco dell’organizzazione.

Ed è vero che le operazioni militari coordinate della Multinational joint task force (Mnjtf) composta da Nigeria,  Ciad,  Camerun,  NigerBenin, hanno indebolito notevolmente Boko Haram e ridotto il territorio sotto il suo controllo, che nel 2014, all’apice della sua affermazione, si estendeva per oltre 50 mila km², estesi nelle provincie settentrionali di Borno, Yobe e Adamawa.

Inoltre, Boko Haram da quasi un anno e mezzo è minato da faide interne, che l’hanno diviso in tre fazioni, tra le quali emergono quella di Abubakar Shekau e quella di Abu Musab Al-Barnawi, figlio del fondatore della setta, Mohammed Yusuf, la cui leadership è riconosciuta dallo Stato Islamico. È inoltre innegabile, che il contrasto delle forze di sicurezza nigeriane nei confronti del gruppo terroristico continua a essere serrato.

Ciononostante, già nello scorso ottobre gli attacchi avevano registrato un significativo incremento, mentre da maggio a settembre 2017, i membri di Boko Haram hanno ucciso almeno 381 civili, oltre il doppio rispetto a quelli eliminati nei cinque mesi precedenti.

Ulteriore conferma della resilienza degli estremisti nigeriani arriva da un recente studio realizzato dal Combating Terrorism Center dell’Accademia militare di West Point, che rileva come il cospicuo aumento degli attacchi sia dovuto all’impiego di un maggior numero di kamikaze, che nei primi sei mesi del 2017 hanno lanciato 54 azioni suicide, un numero superiore a quello relativo allo stesso periodo del 2014, quando questo genere di attentati aveva raggiunto una frequenza allarmante.

La fuga di 700 ostaggi dalle isole del lago Ciad

Anche la fine della prigionia di 700 persone prese in ostaggio dal gruppo jihadista e fuggite martedì scorso da diverse isole del lago Ciad, prova che questo ingente numero di prigionieri era detenuto in strutture sotto il controllo di Boko Haram. E anche se l’esercito nigeriano le ha distrutte e ha provocato il collasso dei centri di comando nella zona, Boko Haram esercita ancora il controllo di alcune porzioni di territorio nell’area.

C’è poi chi avanza l’ipotesi, come il giornalista nigeriano Aminu Abubakar, che tutto questo abbia determinato una metamorfosi all’interno di Boko Haram. Secondo Abubakar, che segue dall’inizio le vicende del gruppo jihadista, gli estremisti nigeriani avrebbero gradualmente abbandonato l’originale missione di creare un califfato islamico nel nord-est della Nigeria, per trasformarsi in un’organizzazione criminale.

Il gruppo islamista si starebbe quindi de-radicalizzando per dedicarsi ad attività più redditizie, tra le quali primeggiano il furto di bestiame, i sequestri e le razzie, ma anche attività criminali molto più remunerative, come il traffico di droga. La specializzazione del gruppo in quest’ultimo ‘business’ è provata nell’ultimo rapporto sul traffico mondiale di droga realizzato dall’Unodc, che evidenzia come Boko Haram sia implicato nel contrabbando di eroina e cocaina in tutta l’Africa occidentale. 

@afrofocus

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