Prima l'agguato ai “berretti verdi” in Niger, poi la strage di Mogadiscio. In difficoltà in Medio Oriente, Al Qaeda e Isis colpiscono sempre più duro in Africa. Così l'offensiva Usa è destinata a intensificarsi. Ma gli effetti potrebbero essere nefasti, come dimostra il caso somalo

I membri della famiglia piangono Mohamed Mohamud, ucciso in un attacco dalle forze somali supportate dalle truppe Usa nel villaggio di Bariire a Somadia di Mogadiscio, 29 agosto 2017. Immagine scattata il 29 agosto 2017. REUTERS / Feisal Omar
I membri della famiglia piangono Mohamed Mohamud, ucciso in un attacco dalle forze somali supportate dalle truppe Usa nel villaggio di Bariire a Somadia di Mogadiscio, 29 agosto 2017. Immagine scattata il 29 agosto 2017. REUTERS / Feisal Omar

L'attentato terroristico di Mogadiscio, in cui lo scorso 14 ottobre sono rimaste uccise almeno 358 persone, e l’agguato del 5 ottobre, nel sud-ovest del Niger, vicino al confine con il Mali, nel quale hanno perso la vita quattro “berretti verdi” delle forze speciali americane e cinque militari nigerini, hanno segnato una nuova escalation nella guerra contro il terrorismo in Africa.


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Nel continente, sono attualmente dispiegati più di 1.300 soldati delle forze speciali dell’esercito statunitense, un dato che indica l’Africa, come la regione con la più importante presenza di truppe Usa dopo il Medio Oriente. Queste unità di élite addestrano e supportano le forze di sicurezza locali in chiave anti-terrorismo per riuscire a formare reparti speciali, capaci di contrastare sanguinari gruppi jihadisti come Boko Haram e al-Shabaab.

Con molta probabilità, i due attacchi indurranno il Pentagono a incrementare la presenza militare statunitense in Africa, per dare la caccia ai terroristi di al-Qaeda e a quelli dello Stato Islamico. Un incremento giustificato dal fatto che al-Qaeda rappresenta la più temibile e ramificata rete jihadista del continente, mentre il sedicente Stato Islamico, dopo la caduta di Raqqa e Mosul, è alla ricerca di nuovi santuari.

Quest’ultima possibilità era già stata più volte evidenziata dagli analisti, come quelli dell’Africa Center for Strategic Studies di Washington, che in un’infografica realizzata nel marzo scorso enunciavano le intenzioni dell’ISIS di ampliare le proprie attività in Africa, soprattutto nell’area settentrionale, dove molti combattenti hanno fatto ritorno dopo la disfatta sul fronte siro-iracheno.

Peraltro, l’aumento della presenza di truppe americane in Africa sarebbe in linea con la strategia decisionista del Presidente americano Donald Trump per arginare il terrorismo. Perseguendo questa strategia, lo scorso marzo, Trump ha ampliato i poteri che consentono al Dipartimento della Difesa Usa di condurre attacchi aerei e partecipare a raid terrestri contro il gruppo terroristico somalo al-Shabaab.

Secondo gli inquirenti somali, proprio uno di queste incursioni aeree sarebbe stata all’origine di uno degli attacchi terroristici più devastanti degli ultimi quindici anni, consumato nel commerciale quartiere di Hodan a Mogadiscio. Il terrorista che era alla guida di uno dei due camion utilizzati per l’attentato, con a bordo oltre 350 chili di esplosivo, era un ex soldato dell’esercito somalo, nativo di Bariire, una città situata cinquanta chilometri a ovest di Mogadiscio, considerata una roccaforte di al-Shabaab.

La città è stata bersaglio di ripetuti raid aerei americani, in uno dei quali, lo scorso agosto, rimasero uccisi dieci civili, che non avevano alcuna implicazione con gli estremisti somali. I quali, a loro volta, hanno fatto tutto il possibile per denunciare l’aggressione militare statunitense, pubblicando sui siti jihadisti le immagini dei corpi martoriati dei bambini e le testimonianze di presunti superstiti.

Queste premesse, unite al fatto che gli investigatori locali hanno stabilito che, prima di essere arrestato, il proprietario di entrambe i veicoli utilizzati nell’attentato del 14 ottobre risiedeva a Bariire, da dove sono partiti anchei due camion utilizzati per l’attacco, rendono molto plausibile che l’azione sia stata pianificata nella cittadina somala.

Peraltro, Bariire era stata riconquistata da al-Shabaab poco prima dell’attentato. E già in passato, i jihadisti somali l’avevano utilizzata come base per lanciare diversi attacchi contro obiettivi di alto profilo a Mogadiscio.

La tesi della rappresaglia al raid aereo americano potrebbe essere anche confortata da un recente studio del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, nel quale emerge che il 71% degli oltre cinquecento ex membri di organizzazioni militanti intervistati ritiene che a indurli a compiere la scelta estrema sia stato l’operato del governo e gli abusi di potere, inclusa l’uccisione oppure l’arresto di un familiare o di un amico. Nel contesto africano, tale strumento di coercizione costituisce spesso il “punto di non ritorno”, che spinge le persone ad unirsi a un gruppo terroristico.

Nello stesso report, è inoltre rilevato che la disoccupazione, la disillusione e la mancanza di opportunità hanno favorito l’arruolamento dei giovani africani nei principali movimenti estremisti come Boko Haram, al-Shabaab e al Qaeda nel Maghreb islamico.

Sembra dunque evidente, che per arginare la minaccia jihadista in Africa, non sono sufficienti il sostegno alle truppe locali e le incursioni aree americane. Nei molti Paesi del continente destabilizzati dal terrorismo islamista, è necessario il supporto anche per migliorare la governance e ampliare le opportunità economiche, soprattutto nella periferie geografiche della regione.

Solo in questo modo, si potrà negare ad al-Qaeda e allo Stato islamico la possibilità di reclutare nuovi seguaci e stabilire santuari sicuri in Somalia e nel Sahel, diventati i due centri delle operazioni terroristiche in Africa.

@afrofocus

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