Le forze di sicurezza burkinabe al luogo dell'attentato a Ouagadougou (Reuters/Hamany Daniex)
Le forze di sicurezza burkinabe al luogo dell'attentato a Ouagadougou (Reuters/Hamany Daniex)

L’attacco terroristico che domenica scorsa ha colpito il caffè-ristorante ‘Aziz Istanbul’, situato nella Kwame Nkrumah Avenue, la strada principale di Ougadougou, la capitale del Burkina Faso, ha provocato diciotto morti e ventidue feriti.


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Tra le diciotto vittime ci sono un francese, un turco, un libanese, un algerino, un kuwaitiano, un senegalese, un nigerino e anche due giovani canadesi, che si erano sposati il mese scorso. Si tratta di un insegnante di Toronto e di sua moglie, che stava frequentando un dottorato di ricerca all’Università di Oxford e tra pochi mesi sarebbe diventata mamma.

L’attentato di domenica è il più recente di una serie di azioni terroristiche di matrice jihadista compiute negli ultimi due anni in Burkina Faso. Nel dicembre 2016, dodici militari rimasero uccisi nell’assalto alla base di Nassoumbou, nell’estremo nord del Paese vicino al confine con il Mali.

Nella stessa zona, due mesi prima un altro gruppo jihadista aveva rivendicato un’altra azione contro la base militare di Intangom, dove erano stati uccisi tre soldati. Ma l’attentato più sanguinoso ha avuto luogo nel gennaio 2016, quando furono presi d’assalto gli hotel Splendid e Yibi e il prospicente ristorante Cappuccino, situati nella stessa zona del caffè-ristorante ‘Aziz Istanbul’.

Il triplice attacco, nel quale furono uccise trenta persone tra cui nove stranieri, fu rivendicato da al-Mourabitoun, gruppo affiliato ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), che due mesi aveva compiuto un’altra azione terrorista contro l’hotel Radisson Blu a Bamako, nel vicino Mali, dove furono uccise 21 persone.

Prima dell’ondata di attentati terroristici che l’hanno colpito, il Burkina Faso era un esempio di coabitazione tra diverse etnie e di convivenza tra Islam e cristianesimo. Adesso è diventato un obiettivo privilegiato del terrorismo di matrice islamica, perché contribuisce in termini di truppe più di qualsiasi altra nazione dell’Africa Occidentale alla missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Mali (Minusma).

Uno Stato strategico nella lotta al terrorismo

Così, l’ex colonia francese è ora a tutti gli effetti uno Stato strategico nella lotta al terrorismo jihadista insieme a Mali, Ciad, Mauritania e Niger, che compongono la task force congiunta del cosiddetto gruppo G5-Sahel per affrontare la minaccia del terrorismo nella regione semidesertica.

La radicalizzazione e la diffusione di gruppi jihadisti nella vasta area non preoccupa solo gli Stati colpiti, ma anche l’intera comunità internazionale. Dopo l’attacco, la Francia ex potenza coloniale del Burkina Faso, ha ribadito la volontà di accelerare il dispiegamento della forza militare multilaterale del G5-Sahel per stabilizzare la regione, dove Parigi continua a mantenere importanti interessi economici.

Tra i maggiori ostacoli c’è ancora quello del finanziamento del progetto, che finora ha avuto assicurata la copertura finanziaria per 108 milioni di euro (costituiti dal contributo congiunto dei cinque Paesi africani interessati, quello della Francia e quello dell’Unione Europea, annunciato a giugno dall’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini), pari al 25% dei 400 milioni di euro necessari per rendere pienamente operativa la missione entro il prossimo mese.

Ancora nessuna rivendicazione

Finora nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco all’Aziz Istanbul, ma secondo Andrew Lebovich, ricercatore con focus sul Nord Africa e il Sahel presso il Consiglio Affari esteri dell’Unione europea, la strage potrebbe essere opera dal “Gruppo dei difensori dell’Islam e dei musulmani”, guidato dal ribelle tuareg maliano Iyad Ag Ghali.

Il gruppo, nato il 2 marzo scorso come risultato della fusione tra le maggiori
formazioni armate d’ispirazione jihadista attive nell’area, è lo stesso che ha rivendicato l’attacco in Mali dello scorso 18 giugno contro il resort turistico Le Campement Kangaba, a est della capitale Bamako.

La nuova organizzazione jihadista sta cercando d’imporre la sua presenza sul territorio sotto la guida di al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), l’organizzazione jihadista più importante della regione, da tempo radicata nel tessuto sociale ed economico di molte comunità e tribù saheliane.

Aqmi utilizza i matrimoni e la parentela per rafforzare i legami con le comunità e sfrutta le vaste pianure e le frontiere porose del Sahel che complicano le operazioni contro il terrorismo. Ma soprattutto sfrutta la povertà, la mancanza di istruzione e l’incapacità degli Stati della regione di assicurare le necessità primarie alle popolazioni locali.

In tutto questo gli attacchi , come quello di domenica scorsa, sono utilizzati come un richiamo alle capacità di Aqmi di colpire obiettivi civili e le truppe delle Minusma in tutta la vasta regione saheliana, dimostrando che la capacità operativa del gruppo non solo è rimasta intatta, ma si sta ulteriormente rafforzando.

@afrofocus

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