Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, martedì scorso ha rimosso dal proprio incarico una delle più potenti figure del suo apparato di potere: il capo delle forze armate, Paul Malong, senza indicare una motivazione ufficiale per la decisione.

I peacekeeper dell'Onu pattugliano le strade al confine tra Sudan e Sud Sudan. Foto: Flickr/Nazioni Unite
I peacekeeper dell'Onu pattugliano le strade al confine tra Sudan e Sud Sudan. Foto: Flickr/Nazioni Unite

Malongnon ha rilasciato alcuna dichiarazione dopo la sua estromissione dall’esecutivo, si è limitato a lasciare la capitale Juba al seguito di un convoglio militare per dirigersi nello Stato nord-orientale di Aweil. Nel frattempo, il ministro della Difesa Kuol Manyang Juuk, ha annunciato la nomina del generale James Ajong, come nuovo capo delle forze armate sudsudanesi.


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Il licenziamento di Malong, che segue quello di diversi alti ufficiali e funzionari nelle ultime settimane, rappresenta una profonda spaccatura all’interno del regime di Kiir, mentre la tensione continua a salire in tutto il territorio, come dimostra l’attacco di lunedì scorso contro il convoglio del vice-presidente, Taban Deng Gai, sulla sempre più pericolosa strada per Bor, nello Stato centrale di Jonglei. 

Aumenta il dissenso contro il presidente Kiir

Anche la popolazione sta manifestando il proprio dissenso contro il presidente Kiir, accusato di aver portato il Sud Sudan sull’orlo del baratro. Lunedì scorso, molti studenti e comuni cittadini sono scesi per le strade di Juba, per protestare contro le politiche del governo che hanno portato al collasso l’economia del Paese.

Il crollo della sterlina sudsudanese (SSP) rispetto alle valute estere ha provocato un’impennata dei beni primari, oltre a un aumento delle tasse e delle tariffe delle utenze nei centri abitati.

Mentre nelle ultime settimane sono aumentate le voci e le testimonianze su presunte violenze su base etnica commesse all’interno del Paese, in particolare, dalle milizie governative.

L’iperinflazione, la siccità che ha colpito l’Africa orientalee la guerra tra le forze di etnia dinka fedeli al presidente Kiire quelle di etnia nuer seguaci dell’ex vicepresidente Riek Machar Teny Dhurgon, hanno contribuito allo scatenarsi della carestia in alcuni Stati rurali del Sud Sudan, che adesso si trova a dover affrontare una delle più gravi crisi migratorie africane registrate dopo il genocidio in Ruanda nel 1994.

Più di un milione di bambini in fuga dalla violenze e dalla fame

Dall’inizio del conflitto, scoppiato nel dicembre 2013, più di un milione e 800mila persone sono state costrette alla fuga e hanno richiesto asilo in Uganda, Kenya, Etiopia e Sudan per sfuggire alle violenze e alla fame.

Il dato più allarmante è che bambini stiano diventando il volto decisivo di questa emergenza. Secondo gli ultimi dati dell’UNHCR, costituiscono il 62% degli oltre un milione e 800mila rifugiati originari del Sud Sudan, mentre un altro milione e 400mila vivono in campi profughi all’interno del paese.

L’agenzia ONU riporta che sono oltre mille i bambini rimasti uccisi o feriti dall’inizio del conflitto, costato la vita a decine di migliaia di persone. Oltre 75mila bambini fuggiti in Uganda, Kenya ed Etiopia hanno superato il confine da soli.

Le agenzie umanitarie internazionali si trovano a lavorare in un ambiente difficile, spesso ostile, dove dallo scoppio della crisi sono stati uccisi 82 operatori umanitari. Il governo di Juba ha inoltre aumentato le tasse di registrazione per le ONG che operano nel Paese. Quelle straniere dovranno pagare per il periodo 2017-2018 3.500 dollari americani, mentre quelle locali 500 dollari invece che 450.

Gli inutili tentativi per raggiungere un accordo di pace

Una buona parte del Paese è ormai in preda all’anarchia e agli scontri etnico tribali. Al contempo, i numerosi accordi di cessate il fuoco raggiunti sotto l’egida dei negoziatori dell’IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo), l’organizzazione regionale impegnata nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi sudsudanese, sono stati tutti disattesi.

Compreso l’ultimo siglato nell’agosto del 2015 prima da Salva Kiir ad Addis Abeba e poi da Riek Machar a Juba, che sembrava differire dai precedenti trattati di pace mai onorati.

L’intesa pareva aver messo in moto un processo effettivo di uscita dalla crisi verso una pace sostenibile e duratura, con la formazione di un nuovo governo di unità nazionale, che prevedeva anche il graduale rimpatrio degli esponenti della fazione armata dell’opposizione guidata da Machar.

Ma le ripetute difficoltà incontrate nella formazione del nuovo governo da parte dei negoziatori guidati dall’IGAD e l’ondata di violenze scoppiata nel luglio scorso a Juba e diffusa alla regione dell’Equatoria, fino ad allora praticamente non interessata dalla guerra civile, hanno fatto del tutto naufragare le speranze di una pacificazione.

Oltre alle rivalità settarie, dietro allo scoppio del conflitto c’è anche il tornaconto di mettere mano alle grandi ricchezze del Sudan meridionale, soprattutto al petrolio, particolarmente abbondante negli Stati federali del Nord.

E’ proprio negli aspri scontri che si sono registrati in quest’area che si profilano gli interessi economici celati dietro ai settarismi tribali. Interessi che costituiscono solo una delle motivazioni utili a decifrare quanto sta avvenendo in una nazione che dipende per il 60% dagli introiti petroliferi e che, nonostante le sue ricchezze, è una delle più povere del mondo.

@afrofocus

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