Il governo ostacola la distribuzione del cibo. E in un paese gonfio di petrolio, svende le risorse per comprare armi. Padre Daniele Moschetti racconta il conflitto che devasta lo Stato più giovane al mondo. Dimenticato quasi da tutti: “Papa Francesco vuole andarci presto”

Ribelli armati nella città di Kaya, al confine con l'Uganda, Sud Sudan, il 25 agosto 2017 REUTERS / Siegfried Modola
Ribelli armati nella città di Kaya, al confine con l'Uganda, Sud Sudan, il 25 agosto 2017 REUTERS / Siegfried Modola

Nel Sud Sudan, da quattro anni è in atto una guerra dimenticata originata da una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir Mayardit e l’ex vice presidente Riek Machar Teny Dhurgon, per assicurarsi il controllo del Paese. 


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Una rivalità che ha radici lontane nel tempo, maturata nell’ambito del lunghissimo conflitto combattuto interamente sul territorio sud sudanese, che nel luglio 2011 ha portato il Sud Sudan alla secessione dal Sudan. La guerra ha provocato più di 100mila morti e ha innescato un’emergenza umanitaria di gigantesche proporzioni, che finora ha spinto più di 1,8 milioni di rifugiati, di cui un milione di bambini, a cercare riparo nei Paesi confinanti. Inoltre, il Paese africano è al collasso economico, assolutamente carente di infrastrutture e detiene anche l’infausto primato del più alto tasso al mondo di mortalità materna e analfabetismo femminile.

Per parlare di questa gravissima crisi africana abbiamo intervistato Padre Daniele Moschetti, che è stato per sette anni superiore provinciale della Congregazione dei Comboniani in Sud Sudan.

Padre Daniele ha scritto un libro sulla sua lunga esperienza nel Paese africano, dal titolo “Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso pace, giustizia e dignità”. Il testo si apre con un’introduzione di papa Francesco, cui seguono i contributi dei comboniani Tesfaye Tadesse (superiore generale), Alex Zanotelli, Giulio Albanese e del vescovo emerito di Makeni, il saveriano Giorgio Biguzzi. Il volume è pubblicato dalla casa editrice “Dissensi” e il ricavato delle vendite sarà devoluto interamente a progetti di formazione per donne e bambini in Sud Sudan.

Nei giorni scorsi, Padre Moschetti è stato a Roma per presentare il libro ed è stato anche in Vaticano, per consegnare alcune copie del libro al Papa.

Nel corso dell’Udienza generale di mercoledì 11 ottobre ha consegnato il suo libro al Santo Padre, che ha sempre manifestato grande attenzione per la drammatica situazione in Sud Sudan, manifestando più volte il desiderio di recarsi in visita nel Paese. Quando pensa che papa Francesco potrà portare conforto e dare speranza alla popolazione sudsudanese?

Papa Francesco doveva andare in Sud Sudan questo mese di ottobre, su invito delle tre comunità cristiane del Paese, anglicana, presbiteriana e cattolica, insieme al primate anglicano, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby. Purtroppo, però, l’attuale situazione nel Paese non permette di garantire la necessaria sicurezza ai rappresentanti delle due Chiese cristiane. E sia il clero sia i fedeli sud sudanesi hanno espresso il loro sconforto per la mancata visita e si augurano che il Pontefice posso recarsi nel Paese entro il 2018. Lo spera tanto anche Papa Francesco, il quale quando gli ho consegnato il libro è rimasto sorpreso positivamente e mi ha ribadito il suo forte desiderio di andare presto in Sud Sudan.

Lo scorso giugno, il Quadro integrato di classificazione della sicurezza alimentare stilato dal governo di Giuba, Fao, Unicef, Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite e altri partner umanitari, ha stabilito che la carestia scoppiata in alcune contee del Paese è stata fermata. Ciò non toglie che in Sud Sudan permanga l’insicurezza alimentare. Secondo Lei, la risposta all’emergenza in atto è efficace?

No, purtroppo direi proprio che non si sta dimostrando affatto efficace, anche perché molto spesso il governo e i militari ostacolano la distribuzione del cibo, limitando intenzionalmente gli aiuti umanitari alla regioni che si ritiene sostengano i ribelli. 

Nel marzo scorso, un rapporto riservato delle Nazioni Unite ha rilevato che Juba sta spendendo i ricavi provenienti dalle esportazioni di petrolio per comprare armi, ignorando l’emergenza alimentare che sta affliggendo la popolazione. Il governo sudanese ha smentito le accuse. Lei ritiene che siano fondate?

Le accuse sono più che fondate perché solo nel 2014 il governo del Sud Sudan ha speso un miliardo di dollari in armamenti e ipotecato pozzi di petrolio, che in questo momento non ha ancora aperto. In pratica, il regime sta svendendo il Paese per avere armi e schiacciare la ribellione, dimostrando una totale noncuranza per il futuro della popolazione stremata dal conflitto. C’è anche un rapporto pubblicato lo scorso settembre da Amnesty International, che prova un coinvolgimento diretto dell’Ucraina, che nel 2014 ha firmato un contratto con gli Emirati Arabi per la fornitura di migliaia di mitragliatrici, mortai, lanciamissili, granate e munizioni da consegnare in Sud Sudan. Ma non sono gli unici a vendere armi al governo di Giuba, lo fanno anche la Cina e gli americani, che formano pure i militari.

Si legge spesso che il conflitto in atto in Sud Sudan ha radici etniche. Quali sono e quante sono le etnie in lotta? E quali sono le ragioni del conflitto

Le due etnie principali che si contendono il potere sono i dinka e i nuer. Alla prima, che detiene il potere, appartiene Salva Kiir, mentre ai nuer appartiene il suo rivale Machar, che guida la ribellione. Ma non possiamo semplificare lo scontro in due soli gruppi etnici contrapposti. Adesso nel Paese sono attivi almeno 7-8 gruppi armati di diverse etnie coalizzate insieme ai nuer contro i dinka del presidente Kiir. C’è anche da sottolineare che le etnie in Sud Sudan sono decine e gran parte della popolazione non voleva il conflitto. Si combatte soprattutto per il petrolio, ma anche per l’acqua e i tanti terreni mai coltivati, conservati pressoché intatti da quattro decenni di conflitti intervallati da periodi di relativa pace.

Come giudica l’operato della missione Unmiss delle Nazioni Unite?

Lo giudico fallimentare. Ci sono tredicimila caschi blu divisi in vari battaglioni di varie nazionalità, che nonostante siano ben remunerati hanno dimostrato di essere pressoché impreparati e non abituati a cimentarsi in una realtà così complessa, come quella sud sudanese. I soldati hanno perso molta credibilità tra la popolazione, perché quando nelle varie città ci sono stati gli attacchi sia dei ribelli che dei governativi, le rispettive milizie sono riuscite a penetrare nei campi delle Nazioni Unite e i soldati non hanno saputo proteggere i civili dalle uccisioni e dagli stupri.

@afrofocus

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