Se n’è andato il despota Mugabe, non il dispotismo. Il golpe consegna il potere al suo ex fedelissimo Mnangagwa, che si è guadagnato un truce soprannome per il massacro di migliaia di civili. Ma nel processo di transizione verso il voto di agosto cerca spazio anche l’opposizione

Persone che festeggiano in strada ad Harare per le dimissioni di Mugabe. REUTERS/Mike Hutchings
Persone che festeggiano in strada ad Harare per le dimissioni di Mugabe. REUTERS/Mike Hutchings

Il dominio assoluto di Robert Gabriel Mugabe sullo Zimbabwe è giunto al suo epilogo. Dopo 37 anni, il presidente ha lasciato il potere con una lettera di dimissioni letta dallo speaker del Parlamento Jacob Mudenda, il quale ha aggiunto che il nuovo leader sarà scelto entro domani.


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Dopo l’annuncio, i deputati presenti in aula hanno cominciato ad applaudire e qualcuno si è alzato in piedi sui banchi dell’aula. Poi, quando si è diffusa la notizia le persone hanno cominciato a scendere per le strade di Harare per festeggiare la dipartita politica dell’anziano leader.

Il capo di stato più vecchio dell’Africa domenica scorsa era stato formalmente espulso dal partito di governo Zanu-PF, insieme a sua moglie Grace e molti dei loro più stretti alleati. Dopo aver sfidato per quasi quattro decenni i suoi avversari, era prevedibile che l’ostinato Mugabe avesse un ultimo asso nella manica, ma la procedura d’impeachment che il Parlamento stava per avviare nei suoi confronti l’ha convinto a ritirarsi definitivamente dalla scena politica dello Zimbabwe.

Tuttavia, sembra scontato che l’ombra del “Dinosauro” negli anni a venire influenzerà ancora la politica del suo Paese, per il quale adesso si profila un governo di transizione presieduto da Emmerson Mnangagwa. L’ex vicepresidente è appena tornato dal Sudafrica dopo essere stato destituito lo scorso 6 novembre da Mugabe, decisione che ha provocato il decisivo colpo di mano dei militari.

Lo Zanu-PF ha già annunciato che Mnangagwa sarà il prossimo presidente dello Zimbabwe e che assumerà l’incarico nel giro di 48 ore. Il Coccodrillo, come è soprannominato Mnangagwa, formerà un governo transitorio per gestire il Paese fino a che non si terranno nuove elezioni, previste per l’inizio del prossimo agosto.

Questo consentirà alle nuove autorità di avviare negoziati di emergenza con i creditori del Paese, che è soffocato da una grave crisi economica e da un altrettanto grave carenza di liquidità. Una situazione che non sarà risolta fino a quando il governo non rimborserà i circa 5 miliardi di dollari di insoluti arretrati e rinegozierà il debito con i creditori esteri.

Per risultare credibile, però, l’autorità di transizione dovrebbe includere figure di spicco in rappresentanza dell’opposizione cominciando dal leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc), Morgan Tsvangirai. La presenza di membri del principale partito oppositore dello Zanu-PF garantirebbe maggiori assicurazioni sulle urgenti riforme che dovrà adottare il nuovo governo, soprattutto quella del sistema elettorale.

Appare, però, molto più probabile l’ipotesi che Mnangagwa assuma semplicemente il potere con altri membri dello Zanu-PF, che in quasi quattro decenni ha costruito una macchina ben rodata per dominare il Paese e controllare le elezioni. È altresì possibile che il Coccodrillo conceda un ruolo all’interno della nuova compagine governativa a un paio di leader dell’opposizione,come la ex vice presidente Joice Mujuru e l’attuale presidente dell’Mdc, Welshman Ncube. Tuttavia si tratterebbe di un ruolo marginale, quindi è improbabile che nell’esecutivo di transizione Mnangagwa ceda qualsiasi influenza reale al dissenso.

Non va dimenticato che il settantacinquenne Mnangagwa è un veterano della guerra d’indipendenza che è stato più volte ministro e uno dei più fedeli collaboratori di Mugabe. Oltre a essere uno degli artefici dell’apparato repressivo, che ha favorito l’incontrastato dominio dello Zanu-PF in un Paese dilaniato dall’inflazione, dalla crisi economica e dalla corruzione.

Senza dimenticare, che Mnangagwa ha svolto un ruolo centrale nella repressione seguita alle elezioni del 2008 e ha guadagnato l’appellativo di Coccodrillo per il ruolo fondamentale avuto negli eccidi nella regione del Matabelelandtra il 1983 e il 1987. In questo periodo, un’unità d’élite dell’Esercito conosciuta come la Quinta Brigata e addestrata dalla Corea del Nord massacrò 20mila di civili di etnia ndebele, perché sostenevano l’avversario politico di Mugabe Joshua Nkomo.

Le esecuzioni massa di quel periodo sono passate alla storia dello Zimbabwe come Gukurahundi, una parola della lingua Shona usata per indicare le piogge primaverili che pongono termine alla stagione secca. Mnangagwa ha sempre negato di aver avuto una qualunque responsabilità riguardo quei massacri, ma per intraprendere il cammino verso la democrazia e la riconciliazione nazionale, dovrebbe anche chiarire il ruolo che ha avuto nei crimini del regime di Mugabe.

Nell’avvio della transizione, non è nemmeno da escludere il rischio di violenze claniche. Per questo, l’ex colonizzatore britannico e il Sudafrica sembrano disposti a favorire un esecutivo monopartitico Zanu-PF, in grado di assicurare uno scenario di stabilità nel breve termine e di reprimere eventuali tentativi di ribellione, che potrebbero condurre il Paese verso la guerra civile.

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