Australia, il “miracolo politico” di Scott Morrison

Fallimento totale dei sondaggi che lo davano per sconfitto. L’agenda politica di destra peggiorerà il cambiamento climatico

Il Primo Ministro australiano Scott Morrison, Sydney, Australia, 20 ottobre 2018. REUTERS/Phil Noble
Il Primo Ministro australiano Scott Morrison, Sydney, Australia, 20 ottobre 2018. REUTERS/Phil Noble

Per i giornali una vittoria shock, per Scott Morrison un “miracolo politico”: i Conservatori mantengono il potere in Australia e si infischiano del cambiamento climatico, terreno di scontro con i Laburisti — guidati dallo sconfitto Bill Shorten — nel corso della campagna elettorale. Nonostante la grande isola-continente abbia subito i gravi effetti del surriscaldamento globale e dei fenomeni a esso legati, gli elettori australiani — molti lavoratori delle miniere impauriti dalla perdita del posto, le aziende terrorizzate da eventuali tasse sulla produzione di energia non rinnovabile — hanno preferito continuare sul solco delle politiche della destra, snobbando la chiamata dei Laburisti per un cambiamento verde e per una riforma del sistema di tassazione.

In una certa misura si è ripetuto lo scenario precedente alle elezioni statunitensi del 2016, quando Donald Trump giurò fedeltà ai lavoratori delle miniere di carbone e la maggior parte dei sondaggi davano Hillary Clinton sicura vincitrice. L’Australia, con questo risultato, prosegue nel suo cammino con i Conservatori che, oltre alle posizioni di diniego del cambiamento climatico, hanno assunto politiche rigide verso i migranti e i richiedenti asilo. Le Nazioni Unite — con l’Agenzia per i Rifugiati e il Consiglio per i Diritti Umani — hanno più volte criticato le misure decise dalle autorità australiane, che vedono i richiedenti asilo trasportati su diverse isole — Manus in Papua Nuova Guinea, Nauru, Christmas Island — trasformate in centri di detenzione a cielo aperto.

Sul fronte internazionale, il legame con gli Stati Uniti dovrà essere bilanciato con gli ottimi rapporti economici con la Cina. E il caso Huawei è un’interessante cartina di tornasole della faccenda legata alla componentistica cinese e alla tecnologia 5G. Già lo scorso agosto il Governo australiano — all’epoca guidato da Malcolm Turnbull — fermò Huawei e ZTE dalla possibilità di contribuire alla costruzione della rete di ultima generazione, sostenendo che le aziende potrebbero essere soggette al controllo di uno Stato straniero e che questo si scontrerebbe con la legge australiana. Difficilmente Morrison cambierà la linea, essendo in totale sintonia con le politiche trumpiane, ma è consapevole che le ripercussioni economiche con Pechino potrebbero contrarre la crescita del Paese, da decenni in terreno positivo anche se in flessione negli ultimi anni.

@melonimatteo

 

 

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