Il Messico cerca in Cuba un alleato contro il Venezuela

Giovedì il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray ha compiuto una visita di stato di un paio di giorni a Cuba per incontrare il suo omologo Bruno Rodríguez e, secondo i comunicati ufficiali, rafforzare i legami economici e la cooperazione bilaterale. Ma il viaggio, secondo una rivelazione di Reuters, sarebbe servito al Messico anche per tentare di ampliare la sua rete di alleanze contro il Venezuela di Nicolás Maduro.

Il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray. REUTERS/Carlos Jasso
Il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray. REUTERS/Carlos Jasso

Dopo il famoso episodio del “Mangi e te ne vai” del 2002 – quando l’allora presidente messicano Vicente Fox invitò Fidel Castro ad allontanarsi in anticipo da una conferenza delle Nazioni Unite per non farlo incontrare con George W. Bush –, che aveva raffreddato i rapporti tra i due paesi, Messico e Cuba hanno cominciato a riavvicinarsi soltanto dal 2013, ad insediamento avvenuto di Enrique Peña Nieto: simbolo di questo rilancio delle relazioni fu la visita ufficiale di Raúl Castro a Mérida, Yucatán, del novembre 2015, la prima in terra messicana da quando assunse di fatto il potere nel 2006. Da allora gli incontri tra i rappresentanti delle due nazioni latinoamericane sono stati numerosi e finalizzati principalmente alla crescita del commercio e degli investimenti, ma anche della cooperazione in campo medico. Cuba è oggi il terzo maggiore partner del Messico nella regione caraibica, tuttavia l’interscambio commerciale – pari a 374 milioni di dollari nel 2014 – non costituisce ancora una percentuale significativa per il secondo. Nel 2015 il Messico è stato l’ottavo paese d’origine dei viaggiatori che si sono recati a Cuba per turismo.

Ad accompagnare il ministro degli Esteri Videgaray a L’Avana c’era anche Francisco González, il direttore generale della Banca nazionale del commercio estero (Bancomext), un ente controllato dal governo e finalizzato a fornire agevolazioni alle imprese messicane che vogliano investire all’estero. La Bancomext avrebbe acconsentito alla richiesta cubana di aumentare la linea di credito verso l’isola da 30 a 56 milioni di euro per cercare – sostiene Reuters dopo aver parlato con un funzionario e visionato un documento – di portare Cuba dalla sua parte nella disputa diplomatica contro il Venezuela di Maduro, che da diversi mesi rappresenta l’ossessione di praticamente tutta la classe politica messicana, e privarlo di un’importante alleata.

Non sarà facile. I legami economici e ideologici tra L’Avana e Caracas sono molto forti, e da più di un decennio il sostentamento energetico di Cuba dipende dalle forniture, a prezzi preferenziali, di petrolio venezuelano. Per avere un’idea di quanto sia prezioso questo legame e quanto gli stati che ne beneficiano abbiano tutto l’interesse a mantenerlo, basterà ricordare che alla 47° assemblea generale dell’Organizzazione degli stati americani di giugno il Venezuela è riuscito ad impedire l’approvazione di una risoluzione critica nei suoi confronti proprio grazie al sostegno dei paesi membri del Petrocaribe, l’alleanza petrolifera tra il Venezuela e diversi stati dei Caraibi nata nel 2005. L’apertura messicana potrebbe però servire ad avvisare sottilmente Cuba che, qualora il governo madurista crollasse e le erogazioni petrolifere dovessero interrompersi, Città del Messico sarebbe pronta a sostituirle con le proprie: Reuters scrive che l’amministrazione Peña Nieto starebbe ventilando proprio questa possibilità. Il Messico è il decimo produttore mondiale di petrolio e ne possiede la diciassettesima maggiore riserva; con la Riforma energetica del 2013 il governo ha messo fine al monopolio statale sul settore, risalente al 1938, e aperto completamente la porta agli investimenti privati ed esteri.

Per il Messico un commento critico da parte dell’Avana sulla crisi venezuelana sarebbe una grandissima vittoria, ma ad oggi una simile eventualità appare decisamente improbabile: soltanto un mese fa il Partito comunista di Cuba ha infatti ribadito la sua «irremovibile solidarietà» e l’«assoluto rispetto per la sovranità e l’autodeterminazione della Repubblica bolivariana del Venezuela».

La crisi diplomatica tra Messico e Venezuela, fatta di dichiarazioni ostili e delegittimazioni reciproche, va avanti in maniera continuativa da parecchi mesi e ha fatto del primo il capofila dei critici di Nicolás Maduro in America Latina. L’uomo che porta avanti maggiormente questa posizione è il già citato ministro degli Esteri Luis Videgaray, ma in realtà gran parte dei politici messicani – sia interni che esterni al PRI, il partito di governo – non lesina accuse di autoritarismo verso Maduro.

Si tratta di un atteggiamento tutt’altro che banale per la politica messicana, dato che l’approccio tradizionalmente adottato nei confronti degli affari esteri è il non-interventismo; un approccio che è stato sostanzialmente mantenuto anche verso Donald Trump, nonostante le sue numerose dichiarazioni offensive nei confronti del Messico e dei messicani durante la campagna elettorale. Per il PRI e il PAN (il più grande partito di opposizione) attaccare Maduro e rimarcare la grave situazione socioeconomica venezuelana costituisce un modo indiretto per attaccare Andrés Manuel López Obrador, il candidato cosiddetto populista della sinistra alle elezioni presidenziali del prossimo anno, alle quali è dato come favorito da praticamente tutti i sondaggi. L’equazione “López Obrador = Maduro messicano” è un topos ripreso in continuazione anche dall’ex-presidente Fox, che lo scorso 16 luglio si è recato in Venezuela per offrire sostegno alle opposizioni e definire Maduro un dittatore e un «pazzo»; è stato dichiarato persona non grata.

Il Messico non ha riconosciuto l’esito delle votazioni per l’Assemblea costituente del 30 luglio e ha deciso di appoggiare la decisione degli Stati Uniti di imporre sanzioni finanziare contro Maduro e gli altri funzionari del suo governo (sanzioni che prevedono il congelamento dei loro beni), ma ha rigettato l’opzione di intervento militare sollevata da Trump, pur denunciando la «rottura dell’ordine democratico» in Venezuela.

López Obrador, ovviamente consapevole del significato politico degli accostamenti a Maduro e Chávez, ha recentemente dichiarato che né lui né MORENA, il suo partito, hanno «niente a che vedere con il governo del Venezuela»; in realtà, una qualche forma di vicinanza o di “simpatia” potrebbe esistere. Comunque, il 64% dei messicani non vede di buon occhio l’intervento del proprio governo nella questione venezuelana.

@marcodellaguzzo

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