La protesta dei commercianti, che lunedì hanno marciato verso il Parlamento, è un fatto raro in Iran. Pesa il crollo del rial, infragilito dalle sanzioni in arrivo. E spaventa il riformismo di Rouhani. Ma c’è chi vede l’ombra dei Pasdaran, pronti a una svolta epocale per non perdere il potere

Una donna iraniana passa davanti a un negozio di abbigliamento in un bazar a nord di Teheran il. REUTERS / Raheb Homavandi / TIMA
Una donna iraniana passa davanti a un negozio di abbigliamento in un bazar a nord di Teheran il. REUTERS / Raheb Homavandi / TIMA

Lunedì 25 giugno sarà ricordato come il giorno di una delle rare proteste che hanno avuto come teatro il bazar di Teheran: una protesta che ha coinvolto non disoccupati, lavoratori non pagati da mesi o risparmiatori mandati sul lastrico da finanziarie fallite – come accaduto nelle diffuse manifestazioni di fine dicembre e in altri episodi minori da allora - ma i commercianti. Quegli stessi che, ormai quasi quarant’anni fa, furono tra gli attori principali del processo che condusse alla rivoluzione contro lo scià e alla nascita della Rivoluzione islamica.

A scatenare la serrata l’ultimo record negativo toccato dal rial sul dollaro, in caduta libera da quando sono comparse all’orizzonte le nuove sanzioni Usa contro l’Iran: quel giorno, infatti, il tasso di cambio del dollaro sul libero mercato - ancora attivo nonostante sia stato recentemente dichiarato illegale dal governo – aveva toccato i 100 mila rial, contro i 42 mila del cambio ufficiale fissato ai livelli di fine 2017. Pochi giorni prima, il governo aveva anche ridefinito la lista dei beni di consumo non più importabili dall’estero: oltre 1200 nel nuovo elenco, dalle auto ai capi di abbigliamento.  

Lunedì i commercianti del bazar hanno dunque abbassato le saracinesche, sono scesi in strada e si sono diretti verso il Parlamento, innescando l’intervento delle forze dell’ordine con uso di lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Il giorno dopo, sono scattati gli arresti contro i presunti fomentatori delle proteste: elementi comunque estranei al mondo del bazar secondo il procuratore generale di Teheran Abbas Jafari Dowlatabi, citato dall’agenzia Tasnim.

«Gli Usa complottano per provocare disordini e disobbedienza civile in Iran imponendo pressioni economiche contro l’Iran», aveva detto lo stesso procuratore.

La Tasnim e la Fars, le due agenzie che fanno capo alle Guardie della rivoluzione o Pasdaran, hanno insolitamente coperto con grande attenzione le proteste dei commercianti e così ha fatto anche la tv di stato Irib, che risponde alla Guida suprema Ali Khamenei. Una copertura giornalistica che ha fatto eco al malcontento dei manifestanti contro il governo del conservatore moderato Hassan Rouhani, appoggiato dai riformisti, accusato di non saper far fronte alla crisi valutaria e al carovita.

Analogamente era accaduto all’inizio delle proteste antigovernative partite da Mashad a fine dicembre, poi sfuggite di mano a quegli stessi elementi ultraconservatori che le avrebbero scatenate, estendendosi a macchia d’olio in tutto il Paese. Stavolta la protesta è invece scattata nella capitale e ad innescarla – invitando, se non costringendo, i commercianti a chiudere bottega – sarebbero state persone giunte dalla locale moschea, secondo quanto riferito da fonti giornalistiche locali.

Il giorno prima erano stati i commercianti di beni elettronici - telefoni cellulari e materiali informatici - a chiudere in due diversi centri commerciali, dirigendo anche loro verso il Parlamento. Per l’elettronica in Iran si deve fare ricorso alle importazioni e serve dunque valuta straniera. In risposta alle proteste e in chiaro atto di trasparenza, il ministro competente per la Information technology, Mohammad Javad Azari Jahromi, ha reso nota una lista di importatori che avevano potuto acquistare dollari al cambio ufficiale di 42 mila rial, valendosi in questo del sostegno del governo: per loro, ha precisato il ministro, erano stati messi a disposizione 220 milioni di euro ma erano stati importati beni per 72-75 milioni soltanto.

Dove è finito il resto, è dunque lecito chiedersi, forse sul mercato della valuta illegale?

Interessante e articolata in proposito l’analisi di Esfandyar Batmanghelidj, fondatore del sito di informazione Bourse&Bazar e di EuropeIranForum, secondo il quale la chiusura del bazar di Teheran non riflette le spinte della società civile ma una rivalità interna all’elite commerciale: quella, appunto, del bazar e quella dei Pasdaran che negli ultimi anni hanno investito nei centri commerciali di tipo occidentale, un modello sempre più diffuso nella capitale.

Le elite del bazar, è la tesi, hanno cercato di “cooptare le voci e gli slogan di una popolazione frustrata ed economicamente insicura per indebolire i loro oppositori politici e frenare processi di riforma”, quelle per una liberalizzazione dell’economia voluta dal governo di Rouhani, che ne minacciano gli interessi.

Un’analisi basata sul presupposto che negli ultimi decenni il bazar ha perso la sua caratteristica originaria di “cuore della società civile” iraniana, per divenire invece un centro di interessi personali e di categoria sganciato da quella collettività.

E proprio questi interessi sarebbero stati alla base anche di altre benché rare proteste, registrate anche nel 2008 e nel 2010 e, ultima in ordine di tempo, nel 2012, l’epoca delle peggiori sanzioni internazionali contro il programma nucleare di Teheran, cui seguirono i negoziati che condussero all’accordo di Vienna del 2015.

Vi è un rischio reale, sottolinea ancora Batmanghelidj, “che le genuine frustrazioni della società civile siano strumentalizzate da elite che cercano di preservare quel tipo di economia predatoria che ha portato a tanta sofferenza economica tra gli iraniani”. Una considerazione che gli osservatori esterni, conclude , devono ben tenere a mente.

Ma c’è anche chi pensa che a far partire la manifestazione dei “bazari” possano essere  stati elementi fondamentalisti vicini ai Pasdaran, un potentato militare ma appunto anche economico – in campo industriale, commerciale e petrolifero -  che guarda con preoccupazione alle nuove sanzioni annunciate da Trump.

«Ormai tutti hanno capito in Iran che con gli Usa bisogna trattare e direttamente, come ha fatto il coreano Kim con Trump», ha detto a eastwest.eu una fonte iraniana che preferisce non essere citata. «L’importante è capire chi lo farà, se il governo Rouhani o un nuovo governo guidato dai Pasdaran».

Secondo questa ipotesi, questi ultimi punterebbero a far cadere il governo in carica per trattare direttamente con Trump al fine di salvaguardare i propri enormi interessi economici, con quale moneta politica di scambio ancora non è dato sapere. D’altra parte, la stessa Tasnim aveva riportato la dichiarazione di un parlamentare ultraconservatore, Hossein Naghavi Hosseini, secondo cui il governo Rouhani dovrebbe essere sottoposto a impeachement, e quella dell’ex comandante delle Guardie delle rivoluzione, Yahya Rahim-Safavi, secondo cui «Qualche volta, quando non vi è un governo, il Paese è governato meglio».  

La proposta di un negoziato diretto con Trump era già emersa nei giorni scorsi da una lettera di un centinaio di firmatari e attivisti di area riformista ma finora è stata ufficialmente rigettata da più parti. 

@lb7080

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