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ITALIA CHIAMA EUROPA

Cesare Romiti, il manager che sapeva guardare oltre

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Addio a Cesare Romiti, il maggiore rappresentante dei poteri forti e del capitalismo italiano. Instaurò un nuovo stile nell’industria e risollevò la Fiat. Ma sull’euro sbagliò

Addio a Cesare Romiti. Una ruota della Fiat Panda (REUTERS)

Reuters

Nel giorno in cui Mario Draghi pronuncia al Meeting dell’Amicizia tra i popoli di Comunione e Liberazione una sorta di discorso di investitura dedicato al futuro dei giovani, lascia questa terra Cesare Romiti, il simbolo dei poteri forti e del salotto buono del capitalismo italiano.

Lo impose infatti lo “gnomo” di Mediobanca Enrico Cuccia nel 1980 alla famiglia Agnelli, per salvare il salvabile di una Fiat che andava a rotoli, inaugurando una nuova stagione basata sulla leva finanziaria in appoggio all’economia industriale. C’è qualcosa che lega questi due protagonisti dell’economia? Forse la visione. Come tutti i grandi economisti, non si limitano a osservare il presente, ma guardano al futuro.

Se Draghi ha operato una provvidenziale distinzione tra debito “buono” e debito “cattivo”, dove il primo si basa su investimenti produttivi o di ricerca e sviluppo tesi a risollevare le sorti del Paese, il secondo aveva già messo in pratica 40 anni fa la distinzione.

Romiti raccontava spesso il suo primo viaggio da Torino a Milano, destinazione Mediobanca, in via Filodrammatici, dietro la Scala, per chiedere quei prestiti finanziari destinati a risollevare la Fiat, gigante dalle ruote di argilla. Prestiti “buoni” a ragion veduta, col giudizio storico di quasi mezzo secolo. Il Lingotto infatti si risollevò, grazie a modelli come la Panda o la Punto. Romiti certamente precorse i tempi anche quando impose ai sindacati un nuovo modo di concepire le relazioni industriali.

E lo fece sempre nello stesso anno. Quando gli operai degli stabilimenti Fiat entrarono in sciopero per sostenere la vertenza sindacale, Romiti tenne duro per un mese, fino a quando la celeberrima marcia dei 40mila quadri guidata dal ragionier Walter Arisio (manifestazione ovviamente incoraggiata anche dal manager, che la definì, più che spontanea, “spintanea”) mise fine alla “lotta di classe” in Italia.

E non dimentichiamo che ebbe il coraggio di licenziare 61 operai legati ai brigatisti rossi. Grazie a Romiti si passava a una nuova era nei rapporti tra le parti sociali. Un’era certamente europea, anche se, va detto a onor del vero, il manager romano non capì mai l’importanza dell’entrata dell’Italia nel sistema dell’euro.

Forse rimpiangeva la svalutazione della liretta, in grado di rendere competitive le sue automobili anche nei momenti più difficili insieme a quegli ammortizzatori sociali che consentivano agli Agnelli di riaffermare il vecchio slogan: privatizzare gli utili, pubblicizzare le perdite.

@f_anfossi

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