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Afghanistan: Biden ha preso la decisione giusta?


La decisione di Biden di ritirare le truppe dall'Afghanistan entro l'11 settembre sta facendo discutere sulle eventuali conseguenze sulla stabilizzazione del Paese

Martino Mazzonis Martino Mazzonis
Giornalista e ricercatore, è autore di Come cambia l’America (con Mattia Diletti e Mattia Toaldo, 2009) e di Tea party (con Giovanni Borgognone, 2011).

Soldati statunitensi presso la base operativa avanzata Gamberi nella provincia di Laghman, Afghanistan, 11 dicembre 2014. REUTERS/Lucas Jackson
La decisione di Joe Biden di chiudere la più lunga guerra nella quale gli Stati Uniti siano mai stati impegnati, riportando a casa entro l’11 settembre tutti i militari di stanza in Afghanistan, sta facendo discutere la comunità di analisti di questioni di intelligence e militari. Una decisione che il Presidente democratico ha preso conscio dei rischi di qualsiasi opzione sul tavolo, ossia oltre al ritiro: rimanere con un contingente ridotto ma capace di mantenere un occhio sulla situazione, promettere il ritiro in uno scambio di concessioni verificabili con i Talebani. Biden ha invece deciso che ciascuna delle possibilità presenta rischi e non garantisce alcuna certezza sul risultato finale nel breve e medio termine.L’esperta di Brookings Institution, Vanda Felbab-Brown, scrive, dicendosi d’accordo con la decisione del Presidente: “Sostenere un dispiegamento militare fino al raggiungimento di un accordo di pace trascurerebbe il fatto che qualsiasi negoziato serio richiede che il Governo afghano ceda una quantità considerevole di potere ai Talebani. Il Governo afgano non ha intenzione di farlo, e quindi non ha fino a oggi avuto alcun interesse a negoziare seriamente. Finché c’era la prospettiva che gli Stati Uniti rimanessero militarmente e sostenessero il Governo, Kabul ha avuto poco incentivo a negoziare”. Senza ritiro, lo stallo o un’offensiva a bassa intensità talebana sarebbe stata la cosa più probabile.La decisione di Biden viene presa in relativo contrasto con i suggerimenti e le richieste dei militari, che sono preoccupati per la mancanza di personale sul campo in grado di monitorare in maniera efficace il ritorno in Afghanistan dei miliziani stranieri che hanno combattuto in vari fronti in questi anni (Iraq, Siria) o del riformarsi di reti terroristiche che abbiano come obiettivo quello di colpire personale e strutture americane nel mondo e negli Stati Uniti. Al Pentagono e negli Stati maggiori erano scontenti dalle modalità di lavoro di Trump, che annunciò il ritiro dalla Siria senza consultarli e stabilì una data per l’uscita dall’Afghanistan senza condizioni. La speranza dei generali era di trovare orecchie più attente in Biden. Il Presidente democratico li ha ascoltati ma ha anche valutato due cose, segnalate nel discorso in cui annunciava il ritiro: aspettare ancora non cambierà le cose come non è successo negli ultimi 18 anni, in questo momento storico i maggiori pericoli posti dalle reti terroristiche internazionali vengono dall’Africa e altri luoghi del pianeta.

Quale soluzione?

La verità è che non c’è una buona soluzione e che sia individuando un percorso meno netto che prendendo la decisione di ritirarsi, Biden lascia scoperti diversi fronti. L’altra verità è che, a parte la vittoria militare iniziale, la capacità degli Stati Uniti di imporre uno Stato centrale a un Paese con diverse grandi minoranze con aree di pertinenza geografica più o meno definite è stato un errore madornale. Qui, oltre alla democrazia, gli Usa di Bush immaginarono anche di esportare le forme istituzionali senza capire dove e come – errore commesso e parzialmente corretto anche in Iraq. Il vero disastro è stato però la mancata costruzione di un esercito e di forze di sicurezza credibili. Secondo quanto si legge, solo le truppe speciali afgane sono qualcosa che somiglia a un esercito in grado di combattere, ma senza l’assistenza americana, presto o tardi il materiale bellico che hanno in dotazione sarà inservibile. Per queste operazioni gli Usa hanno speso centinaia di miliardi di dollari, buttandoli sostanzialmente via.A settembre osserveremo i Talebani riprendersi la parte del Paese dove non comandano? Il Paese precipiterà in una nuova guerra civile? E che ne sarà dei diritti delle donne e delle minoranze, della possibilità di studiare qualcosa che non siano le leggi coraniche? Se davvero i Talebani dovessero ristabilire il loro controllo sul Paese, quello americano sarebbe un tradimento nei confronti dei civili. Ma d’altro canto, ogni sforzo bellico o diplomatico Usa fino a oggi è finito male. Biden si augura che con il ritiro americano e Nato, le potenze regionali, che tutte hanno un forte interesse a una stabilizzazione lavorino a dei compromessi. Alla Cina, alla Russia, all’Iran, al Pakistan non conviene avere un vicino in guerra e un potenziale hub per i gruppi terroristici attivi nella regione.

Una decisione che viene dal passato?

La decisione di Biden – lo abbiamo letto sui media americani, ma anche nella biografia presidenziale di Barack Obama – viene da lontano. Pur avendo votato a favore della guerra, l’allora senatore e poi vice Presidente, fino dal primo viaggio nel Paese si rese conto di avere di fronte un panorama che era allo stesso tempo un puzzle complicato e un domino. E quando Obama stava per decidere il surge, Biden lo mise in guardia: “Ti stai facendo mettere nell’angolo dai generali”, si legge in “A Promised Land”. Andrew Watkins, analista senior per l’Afghanistan all’International Crisis Group, conferma a NPR: “Biden è stato la voce in dissenso più autorevole contro la surge in Afghanistan. È rimasto della stessa idea per tutto il decennio: portare il numero delle truppe americane a poche migliaia e concentrarsi su attacchi mirati alle peggiori minacce alla sicurezza regionale e americana fosse l’unica cosa che gli Usa dovrebbero fare in Afghanistan”.Di fronte a questa serie di rebus difficili da risolvere, il Presidente Usa sceglie di ridurre i danni, risparmiare soldi e riportare le truppe a casa. Il succo di questa lunga vicenda lo concentra in poche frasi Tomas Friedman del New York Times, raccontando del suo viaggio con l’allora senatore in Afghanistan: “Lo sforzo valeva un tentativo; i nostri soldati e diplomatici cercavano di migliorare la situazione, ma non è mai stato chiaro che sapessero come o avessero abbastanza partner afgani per farlo. Forse andandocene la situazione peggiorerà, ma la nostra permanenza non è stata di grande aiuto. La nostra partenza potrebbe essere un disastro a breve termine, e nel lungo periodo, chissà, forse l’Afghanistan troverà l’equilibrio da solo, come il Vietnam. Oppure no. Io non lo so. Sono umiliato e ambivalente oggi come lo ero 20 anni fa, e sono sicuro che anche Biden lo sia”.
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