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Kabul: né pace, né elezioni

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Due mesi dopo le elezioni le tensioni interne impediscono l’annuncio dei risultati elettorali. Una crisi che riflette le tante anime della società e il delicato dialogo con i Talebani

“Vedrà che la crisi politica non finirà con l’annuncio dei risultati delle presidenziali, quando e se arriveranno”. Lo scetticismo di Hamidullah Zazai, direttore dell’organizzazione Mediothek Afghanistan e volto noto della società civile, non è insolito qui a Kabul. Al contrario, è talmente diffuso da rappresentare un leitmotiv: “Sei qui per i risultati delle elezioni? Torna tra qualche mese”, ripetono in molti tra il divertito e lo sconsolato.

Dopo due mesi e mezzo dalle elezioni presidenziali del 28 settembre, la Commissione elettorale non è stata capace di annunciare un dato certo. Né quello relativo al numero dei votanti – oscillati vertiginosamente da 3 milioni a 2 milioni, su un corpo elettorale di circa 9 milioni e su una popolazione di 35 – né le preferenze accordate ai candidati. Come nel 2014, anche questa volta a contendersi l’Arg, il palazzo presidenziale di Kabul, sono il pashtun Ashraf Ghani, l’ex tecnocrate con una lunga esperienza all’estero, Presidente in carica che si presenta come uomo della continuità istituzionale e delle riforme, e Abdullah Abdullah, Primo Ministro e rappresentante del Jamiat-e-Islami, il partito a maggioranza tagica, oltre che ex braccio destro del “Leone del Panjshir”, il comandante Masud.

Nel 2014, i risultati erano stati contestati da entrambi, tanto da portare a una crisi istituzionale che rischiava di infiammarsi. Così da spingere a intervenire l’allora segretario di Stato Usa, John Kerry, che impose un governo di unità nazionale. “Oggi possiamo trarre il bilancio: quell’esperimento non ha funzionato”, nota Zazai, che elenca con disappunto le difficoltà di un Governo paralizzato dall’antagonismo tra Ghani e Abdullah. Rispetto al 2014, c’è una differenza importante. “Se allora le accuse di brogli erano arrivate dopo l’annuncio dei risultati, in questo caso sono partite già prima. È indicativo della crisi del Paese”, dichiara Ali Yawar Adili, ricercatore dell’Afghanistan Analysts Network, il più accreditato centro di ricerca di Kabul. Adili ricorda come “la questione tecnica di quali voti considerare validi e quali no è diventata presto politica”, e fatica a immaginare scenari futuri verosimili. “Siamo nel pieno di una complicatissima crisi politico-istituzionale. Fare previsioni sarebbe ingenuo”.

Anche per Zalmai Zabuli la crisi è acclarata, ma “le istituzioni reggeranno”. Ci riceve in un ampio salone all’interno del nuovo Parlamento, non lontano dal vecchio palazzo Darulaman fatto costruire dal re riformatore Amanullah Khan. Zabuli è a capo della Commissione del Senato per le lamentele. Tre giorni a settimana riceve delegazioni di cittadini da ogni angolo del Paese. “L’80% del Parlamento è corrotto, il 90% del ramo giudiziario è corrotto”, sostiene con foga dopo aver ascoltato le lamentele di un gruppo di contadini. Anche da qui deriva la scarsa partecipazione al voto. Così scarsa da far emergere dubbi: “E voi come giudichereste elezioni simili: legittime o meno?”, ci ha chiesto retoricamente il professor Sayed Ahmad Hashimi accogliendoci nel suo ufficio alle porte di Jalalabad, capoluogo della provincia orientale di Nangarhar, al confine con il Pakistan. Sono domande che rimbalzano da una parte all’altra del Paese. A Kabul le fa sue Najiba Ayubi, energica direttrice di The Killid Radio, network radiofonico con redazioni in diverse province. “La gente è disillusa, non ha fiducia nel Governo, nelle istituzioni, nell’intero sistema. Vede ovunque corruzione e ingiustizie e non ha mezzi certi per rivendicare i propri diritti. Il Governo è percepito come illegittimo”. Una diagnosi che spiega la scarsa partecipazione al voto. Almeno in parte. Ci sono infatti altre ragioni.

“Le elezioni non hanno funzionato non solo perché la gente non si fida del sistema, ma anche a causa dell’insicurezza e perché fino a poco prima erano tutti concentrati sull’accordo di pace tra Talebani e Americani”, spiega Rohullah Lalpoorwal, membro della Training Human Rights Association for Afghan Women di Jalalabad. Si riferisce a un elemento cruciale: il lungo negoziato tra l’inviato di Donald Trump, Zalmay Khalilzad, e la delegazione talebana a Doha. Dopo quasi un anno di estenuanti discussioni era vicino alla firma quando il 7 settembre 2019 Trump l’ha mandato all’aria con un tweet. “Accordo firmato, elezioni annullate, pensavamo”, ma è avvenuto il contrario. Il negoziato è stato interrotto. E le elezioni a cui nessuno credeva si sono svolte, dopo una campagna elettorale in sordina, inaugurata da un clamoroso attentato dei Talebani all’ufficio di Amrullah Saleh, prima fiero oppositore di Ghani, poi suo vice nel ticket elettorale. Il Presidente Ghani “ha fortemente voluto le elezioni, anche quando gli Stati Uniti lo pressavano affinché vi rinunciasse in favore di un governo a interim. Cercava una legittimazione popolare per condurre il negoziato da una posizione di maggiore autorevolezza, ma i risultati gli sono avversi”, nota il ricercatore Ali Yawar Adili. Anche se Ghani venisse eletto, infatti, la legittimità del suo governo, e quindi la “forza contrattuale” al tavolo negoziale, sarebbero limitate. “Abbiamo detto e ripetuto che le elezioni sotto occupazione militare sono una farsa”, hanno avuto gioco facile a ribadire gli studenti coranici in un comunicato pubblicato su Voce del jihad subito dopo il voto.

Che sia proprio Ashraf Ghani a dover negoziare con i Talebani non è scontato. O almeno non lo era fino a metà novembre. Tra le cancellerie occidentali di Kabul, infatti, prima delle elezioni era cresciuto il malumore verso un uomo che cinque anni fa, nella campagna elettorale, si era speso in promesse roboanti, ma che “non è riuscito a ottenere stabilità di Governo, sicurezza né trasparenza”, nota con disappunto un alto diplomatico europeo che preferisce l’anonimato. L’Unione europea continua comunque a respingere, come Ghani, l’ipotesi di un Governo a interim o di coalizione. Una formula auspicata da Washington durante il negoziato con i Talebani e ancora oggi dall’ex Presidente Hamid Karzai, che invita Ghani a riconoscere lo stato di crisi. Ghani però ha tenuto il punto e, alla fine, incassato il sostegno di Washington.

Lo deve in particolare allo scambio tra 3 autorevoli esponenti della leadership talebana e due docenti occidentali. Sequestrati a Kabul nell’agosto 2016, lo statunitense Kevin King e l’australiano Timothy Weeks sono stati rilasciati il 19 novembre 2019 dai Talebani, seguiti poi da 10 soldati afghani. Il Presidente Ghani aveva annunciato in diretta televisiva lo scambio, intestandosi la paternità di una scelta avallata, poi capitalizzata. “Un boccone amaro” per favorire la pace, il dialogo diretto con i Talebani e un cessate il fuoco, così l’aveva presentato. Attirandosi comunque le critiche e le obiezioni da parte dei tanti afghani a cui risulta difficile vedere a piede libero i membri della rete Haqqani, l’ala più oltranzista e stragista dei Talebani.

“Ogni vita umana merita di essere salvata, ma i tre Haqqani sono responsabili dei più sanguinosi attacchi nelle aree urbane. Hanno le mani sporche di sangue: la società chiede giustizia, non impunità” spiega per esempio Orzala Ashraf Nemat, direttrice dell’Afghanistan Research and Evaluation Unit, accreditato centro di ricerca con sede a Kabul. Per altri la liberazione degli Haqqani è difficile da accettare, ma va valutata sul lungo-termine: “sarà legittima solo se produrrà risultati tangibili, se ridurrà davvero la violenza sui civili, con un cessate il fuoco, e aprirà al dialogo tra il governo e i Talebani”, dichiara Maryam Safi, direttrice della Organization for Policy Research and Development Studies (Drops), accreditato think tank di Kabul.

Lo scambio è servito a ricucire, il più in fretta possibile, lo strappo dell’interruzione dei colloqui voluta il 7 settembre 2019 da Trump. Il quale il 28 novembre ha fatto visita a sorpresa ai soldati americani nella base afghana di Bagram, annunciando la ripresa del negoziato. “I colloqui con i Talebani riprenderanno, noi pronti a ridurre le truppe, loro al cessate il fuoco”, così, in sintesi, il discorso del Presidente Usa. Che è sembrato dunque avallare la richiesta del governo di Kabul: un cessate il fuoco che dimostri la buona volontà dei Talebani. Uno dei temi al centro dei colloqui tra la delegazione degli studenti coranici guidata da mullah Abdul Ghani Baradar e l’inviato di Trump Khalilzad, ripresi ai primi di dicembre a Doha. Con una novità: il tentativo da parte di Khalilzad, il cui protagonismo è guardato con sospetto da buona parte del panorama politico afghano, di strappare ai Talebani qualche concessione in più. Qualche garanzia in più per Kabul.

Difficile però che i Talebani accettino un cessate il fuoco di un mese, come vorrebbe Ghani.  Sebbene concordato dalla Rabhari shura, la leadership politica del movimento, il passaggio dalle armi al negoziato non è esente da critiche interne. Una cessazione delle ostilità così lunga rischierebbe di far perdere il controllo sui militanti sul terreno. “La tregua di tre giorni del 2018 è stata un esperimento anche per i Talebani, che hanno temuto di perdere il controllo sulla rete di comando”, ricorda Orzala Ashraf Nemat. Anche per questo insistono nel dire che occorre ripartire dal testo in 4 punti già concordato in passato con Khalilzad: il ritiro delle truppe straniere – entro 135 giorni dalla firma, ritiro di 5.400 dei circa 13.000 soldati americani e chiusura di 5 delle 9 basi in cui operano – in cambio della garanzia di sciogliere ogni legame con i jihadisti internazionali; e poi, soltanto poi, un cessate il fuoco e la disponibilità a incontrare i rappresentanti del Governo Kabul. “Sono gli americani ad aver abbandonato il tavolo negoziale e ora la palla è nel loro campo – dipende da loro ritornare a parlare se vogliono risolvere la questione”, ha dichiarato Suhail Shaheen, portavoce della delegazione di Doha. Anche lui consapevole che, se l’accordo con gli americani si può trovare, più difficile sarà individuare la formula giusta per il tanto atteso (da Kabul) e più volte rimandato (dai Talebani) dialogo intra-afghano.

Sarà un lavoro lento, molto faticoso, nota Maryam Safi, la direttrice di Drops. “Affinché funzioni, occorre che il processo diplomatico dall’alto sia innervato dalle richieste dal basso, dei cittadini. Ma siamo già in ritardo su questo”. Si tratta, sostengono invece i Talebani, di rivedere l’intera architettura istituzionale, inclusa la Costituzione. C’è chi obietta preoccupato, e chi non si allarma troppo. “La Costituzione è scritta dagli uomini, non da Dio”, ci dice Mohammad Anwar Sultani, noto analista politico di Jalalabad. “Può essere riformata, rivista, trasformata, per dare rappresentanza a istanze diverse. A fare storie, a complicare le cose, è soltanto il Governo, con questa questione dei diritti umani e delle donne”, nota Sultani. Replica a distanza Najiba Ayubi, dal suo ufficio luminoso nella sede centrale di The Killid Radio: “in ogni negoziato si cede qualcosa e si ottiene qualcosa. I Talebani pensano di poter imporre e decidere, senza cedere nulla, ma non hanno ben chiaro quanto sia cambiata la società da quando erano al potere”, con l’Emirato islamico. “Possono stare certi: daremo battaglia fino all’ultimo”, dichiara Najiba Ayubi prima di congedarci per tornare a dirigere decine e decine di giornalisti in tutto il Paese.

@battiston_g

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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