Afghanistan, l’evacuazione da Kabul spiegata


L’evacuazione dei collaboratori afghani dopo il ritiro degli Stati Uniti e degli alleati Nato ha dato luogo al più imponente ponte aereo della storia

Stefano Pontecorvo Stefano Pontecorvo
Già Ambasciatore italiano in Pakistan, dal 2020 è Senior Civilian Representative della Nato in Afghanistan. Ha gestito il traffico all’aeroporto internazionale di Kabul durante la crisi afghana.

L’evacuazione dei collaboratori afghani dopo il ritiro degli Stati Uniti e degli alleati Nato ha dato luogo al più imponente ponte aereo della storia

L’evacuazione dei collaboratori afghani a seguito della uscita dal Paese degli Stati Uniti e degli Alleati e partners della Nato ha dato luogo al più imponente ponte aereo della storia, seguito con il fiato sospeso dal mondo intero.

Essa ha riguardato, in via prioritaria, i cittadini dei nostri rispettivi Paesi o stabili residenti che si trovavano in Afghanistan per motivi di lavoro. Categorie piuttosto estese, dato anche l’alto numero di doppi cittadini, specie americani e inglesi nel Paese. Vi sono stati molti casi complessi, specie quando una parte della famiglia, generalmente il padre, aveva acquisito la cittadinanza straniera mentre gli altri membri della famiglia erano solamente cittadini afghani. In televisione si vedevano le file di persone e gli aerei. Non si vedeva quello che c’era dietro, cioè il lavoro consolare e migratorio delicato sempre e ancor più in emergenza. Vi erano aspetti migratori complessi, ad esempio quando si trattava di capi famiglia con due o tre mogli e figli da ciascuna.

Far partire dall’Afghanistan i nostri cittadini era un “dovere d’ufficio”. La loro sicurezza preoccupava nelle nuove condizioni in cui si trovava il Paese, ma coloro che rischiavano di più erano i cittadini afghani. Quelli che avevano lavorato per noi per lunghi anni e che avevano assistito la Nato e i suoi Stati membri nello sforzo bellico e che poi hanno sostenuto l’esercito afghano nella sua guerra contro i Talebani.

Perché era necessario evacuarli con noi? Perché, al di là delle dichiarazioni concilianti dei Talebani vittoriosi, una larga fascia di essi e dei loro aderenti, seguaci e simpatizzanti considerano chi ha lavorato per gli infedeli e contro la jihad non semplicemente nemici sconfitti, ma mussulmani fuorviati nella migliore delle ipotesi. E apostati nella peggiore, che devono pagare con la vita propria e dei propri familiari il peccato commesso e reiterato. Negli ultimi mesi di guerra i Talebani hanno proclamato periodicamente il perdono per tutti coloro che avevano lavorato per la Repubblica afghana o per gli stranieri ma i numerosi proclami sulla amnistia generale non hanno convinto nessuno. Pochissimi afghani hanno voluto assumersi il rischio di verificare la buona fede dei mullah.

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