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Afghanistan: la rivincita dei warlord?

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La questione della legittimità statale ha sempre rivestito una posizione di assoluta centralità nel pensiero dei più grandi teorici della dottrina politica: da Sant’Agostino a Weber, passando per Hobbes e molti altri. Pur mancando una definizione univoca, la legittimità è da sempre considerata la condicio sine qua non per l’esercizio di una piena ed effettiva sovranità da parte di una entità statuale o non. La maggior parte delle crisi internazionali è in qualche modo riconducibile ad una assenza, totale o parziale, di legittimità dell’autorità costituita e può dirsi realmente risolta solo quando tale questione sia stata di fatto superata.

 

Il caso afghano non si sottrae a questa teoria, rappresentandone, anzi, uno dei più significativi esempi. L’assenza di un’autorità centrale legittima ha a lungo caratterizzato la vita dello Stato afghano. A tale mancanza, tuttavia, il Paese ha a lungo sopperito con un delicato equilibrio di potere interno reso possibile, tanto dalla non-ingerenza dell’autorità centrale negli affari delle comunità locali quanto dalla volontà dell’Impero britannico e di quello russo di utilizzare l’Afghanistan come una sorta di territorio “cuscinetto”, una solida frontiera utile a ridurre il rischio di scontri diretti.

L’invasione sovietica del ’79 ha rotto questo equilibrio, aprendo un vuoto di potere che, prima i Taliban e poi la comunità internazionale hanno tentato, in vari modi, di colmare. Tuttavia, la questione della legittimità dello Stato afghano è ancora oggi quanto mai preminente.

Ne è ben consapevole Ashraf Ghani, eletto lo scorso giugno alla presidenza della Repubblica Islamica afghana con la promessa di riabilitare l’immagine del governo agli occhi della popolazione, attraverso un maggiore impegno nel contrasto alla corruzione e un’ampia riforma dell’apparato statale, in buona sostanza mediante il superamento del sistema corrotto e clientelare che ha storicamente dominato il Paese. L’obiettivo di Ghani sarebbe, dunque, quello di fare dell’Afghanistan uno Stato moderno, non più ostaggio degli interessi di parte, nello specifico dei numerosi warlord che hanno approfittato del vuoto di potere di questi ultimi decenni per arricchirsi e rafforzare la propria posizione all’interno della società. A dire il vero, il Presidente afghano ha fatto mostra di un grande pragmatismo, oltre che di un certo cinismo, allorquando ha dato vita a un’alleanza elettorale con uno dei più noti signori della guerra afghani, l’uzbeko Abdul Rashid Dostum, attuale Vice-Presidente (in passato duramente criticato dallo stesso Ghani per gli abusi commessi ai danni della popolazione afghana). Tuttavia, Dostum è stato presto marginalizzato all’interno dell’esecutivo, al punto che, come raccontato pochi mesi fa in un articolo del New York Times, pare sia scoppiato a piangere durante un incontro del gabinetto di governo, lamentando proprio la scarsa considerazione accordatagli da Ghani e dai suoi più stretti alleati. Negli ultimi mesi, sono state mosse dure critiche al Presidente da altri mujaheddin che hanno a lungo dominato la scena politica afghana, tra i quali Ismail Khan (ancora molto influente nella provincia di Herat), il pashtun Abdul Rab Rassoul Sayyaf, il tagiko Atta Mohammad Noor (potente governatore della provincia di Balkh), l’hazara Mohammad Mohaqeq e il tagiko Ahmad Wali Massoud, fratello minore del “Leone del Panjshir”.

Segnali della resistenza opposta dai principali rappresentanti del tradizionale sistema di potere afghano alla foga riformatrice di Ashraf Ghani. Un vero e proprio scontro tra concezioni diametralmente opposte dello Stato: da una parte, l’idea dei warlord di uno Stato leggero, utile solo nella misura in cui è in grado di stanziare risorse per alimentare le tradizionali strutture del potere effettivo; dall’altra, la concezione più occidentale del Presidente afghano, quella di uno Stato efficiente, non disposto a convivere con centri di potere perifericiin grado di metterne in discussione il monopolio della forza e, dunque, la piena sovranità sul territorio nazionale.

La volontà riformatrice di Ghani si scontra, tuttavia, con taluni significativi ostacoli.

Le accuse di brogli e irregolarità che hanno contraddistinto il periodo delle elezioni presidenziali hanno certamente privato Ghani dell’autorità necessaria a chiunque governi un Paese. La sua vittoria non è stata mai sancita da dati ufficiali e l’incarico di Presidente è stato il frutto di un compromesso raggiunto solo grazie alla mediazione degli Stati Uniti. Ciò mina inevitabilmente la posizione di Ghani, rendendolo facile bersaglio di critiche e accuse.

In secondo luogo, il suo tentativo di dotare il Paese di efficienti e moderne strutture di governance trova un grave limite nella assoluta precarietà del quadro di sicurezza afghano, questione alla quale tutte le altre debbono essere necessariamente subordinate.

Nelle prime 15 settimane del 2015, le vittime tra le forze di sicurezza afghane sono aumentate del 70% rispetto allo stesso periodo del 2014 e quelle tra i civili hanno fatto registrato un incremento di circa il 16%. Si tratta di dati allarmanti, sebbene ampiamente prevedibili, alla luce del recente ritiro di gran parte delle truppe internazionali prima schierate nel Paese (sono rimasti in Afghanistan circa 13.000 soldati, con funzioni prevalentemente addestrative e di supporto alle forze locali) e, soprattutto, del ridotto supporto aereo offerto dagli USA e dalle altre forze NATO.Da quando ha avuto inizio la stagione dei combattimenti (essi si intensificano generalmente con l’arrivo della primavera, quando il miglioramento delle condizioni climatiche rende possibili gli spostamenti), il quadro di sicurezza nel Paese ha subìto un progressivo e preoccupante deterioramento, tanto da alimentare dubbi circa la tenuta dell’apparato di sicurezza afghano. A Kabul gli attentati si verificano quotidianamente e anche il nord dell’Afghanistan, un tempo relativamente più sicuro rispetto alle province meridionali e orientali, è oggi interessato da intensi combattimenti, con i Taliban oramai in controllo di significative porzioni della provincia di Kunduz e di altre aree limitrofe.

I soli Stati Uniti hanno speso in questi anni oltre 60 miliardi di dollari per l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze di sicurezza afghane, il cui numero si aggira attualmente intorno alle 350.000 unità (in realtà, come denunciato pochi mesi fa dallo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction, tale stima non sarebbe del tutto affidabile). Tuttavia, per stessa ammissione delle autorità afghane e dei vertici NATO, esse presentano ancora importanti limiti a livello operativo e mancherebbero delle risorse e delle capacità necessarie per sostenere azioni simultanee in diversi teatri di combattimento. Rispetto al passato, inoltre, esse si trovano a dover affrontare nuove e complesse minacce, in primo luogo quella costituita dallo Stato Islamico, la cui presenza nel Paese è stata ammessa anche dal Generale americano John Campbell, comandante della missione NATO “Resolute Support”. Un fenomeno per ora contenuto, ma che rischia di espandersi rapidamente, se non adeguatamente contrastato.

Timori che avrebbero spinto il governo a formare gruppi armati locali e a chiedere il sostegno di quegli stessi warlord che sino ad allora aveva tentato di estromettere dalle strutture del potere. Ciò si starebbe verificando in particolare nel nord del Paese, ove le forze di sicurezza sono state colte alla sprovvista dalla rapida avanzata dei Taliban, a sua volta favorita dall’afflusso di migliaia di militanti dalle aree tribali del Pakistan (ove sono in corso, ormai da quasi un anno, operazioni militari). Sebbene le autorità di Kabul si siano affrettate a dichiarare che il sostegno ai gruppi armati locali è controllato e non indiscriminato, limitandosi perlopiù alla fornitura di munizioni, il rischio evidenziato da più parti è quello di una rilegittimazione dei tradizionali centri di potere(oltre che di instabilità) afghani. Ciò potrebbe, inoltre, alimentare rivalità a livello locale, dando vita a uno scenario già visto negli anni Novanta, quando il Paese fu teatro di una guerra civile che provocò migliaia di vittime e pose le basi per l’ascesa dei Taliban. In ogni caso, tale politica ha come effetto quello di delegittimare ulteriormente l’autorità centrale.

La foga riformista di Ghani sembra, dunque, scontrarsi con la realtà dei fatti. La rischiosa strategia del Presidente afghano appare oggi appesa a un filo, ovvero alla capacità (e all’effettiva volontà) del Pakistan di convincere i Taliban a negoziare con Kabul. Ghani sembra aver puntato gran parte del suo credito politico proprio sul miglioramento dei rapporti bilaterali con Islamabad. Tuttavia, ciò ha indispettito ampi settori della classe politica afghana, tradizionalmente scettica, quando non apertamente ostile, nei confronti del vicino orientale. La firma, lo scorso 18 maggio, di un memorandum di intesa tra le agenzie di intelligence dei due Paesi ha fatto emergere con chiarezza quanto sia pericolosa la strada intrapresa da Ghani. I servizi pakistani, l’Inter-Services Intelligence (ISI), sono accusati di aver favorito l’ascesa dei Taliban e di sostenere altri gruppi armati attivi in Afghanistan (tra i quali, la cosiddetta “Rete Haqqani”). Per questo motivo, il memorandum del 18 maggio ha attirato dure critiche, non solo dall’opposizione, ma anche da vari membri del governo, in primis dal Chief Executive Abdullah Abdullah, il quale ha dichiarato di non essere stato messo a conoscenza dei dettagli dell’accordo. Lo stesso capo dell’intelligence afghana, Rahmatullah Nabil, si è rifiutato di apporre la propria firma sul memorandum, costringendo Ghani a rivolgersi al suo vice.

Qualora la scommessa del Presidente afghano non dovesse dare dei risultati concreti in tempi brevi, le tensioni sinora più o meno sottaciute rischierebbero di esplodere, con conseguenze estremamente destabilizzanti per il Paese e per il resto della regione. Ghani si gioca, dunque, il tutto per tutto, consapevole dell’assenza di vie intermedie per il raggiungimento della pace. Una sfida ardua e con scarse chance di successo, purtuttavia necessaria per la costruzione di un nuovo Afghanistan. 

@daniele_grassi_

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