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RETROSCENA

L’Africa nell’occhio del ciclone

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In Africa il contrasto all’emergenza Covid-19 e il blocco delle esportazioni e di tutte le attività commerciali con la Cina hanno scatenato una tempesta economica

A Cape Town, durante il lockdown, un gruppo di religiosi prega prima dell’inizio Ramadan. REUTERS/Mike Hutchings

Dopo che il 31 dicembre 2019 le autorità sanitarie cinesi comunicarono all’Organizzazione mondiale della sanità di aver identificato un focolaio di polmonite misteriosa di natura virale nella città di Wuhan, nella provincia dell’Hubei, l’Africa è stata risparmiata per un mese e mezzo dalla diffusione del nuovo coronavirus Sars-CoV-2. Poi, lo scorso 15 febbraio, è stato confermato il primo caso in Egitto e tredici giorni più tardi in Nigeria è stato localizzato il primo contagiato anche nella vasta area sub-sahariana.

Nelle settimane successive, il virus ha esteso la sua letale presenza in quasi tutti gli Stati del continente, come attestano le rilevazioni quotidiane che giungono dal Centro africano di controllo delle malattie di Addis Abeba. Secondo i dati monitorati dall’agenzia dell’Unione africana, alla fine di aprile, l’epidemia di Covid-19 aveva già colpito quasi tutti i 54 Stati del continente, a eccezione del Lesotho e delle isole Comore.

I contagi

Il maggior numero di contagi si è finora registrato in Sudafrica, Egitto, Marocco e Algeria. Proprio quei Paesi che hanno un volume più elevato di traffico aereo e di scambi con l’Europa e che hanno condotto molti più tamponi e test sierologici rispetto ad altre nazioni sub-sahariane.

Nel complesso, alla fine di aprile, i casi confermati in tutto il continente sfiorano i 36mila e i decessi sono quasi 1.600. Numeri molto più contenuti di quelli registrati negli Stati Uniti e in Europa e di quelli inaffidabili giunti finora dalla Cina. Molti epidemiologi e virologi hanno cercato di trovare una risposta alla minore diffusione della trasmissione del virus nel continente africano e l’opinione prevalente è basata sul fatto che le persone anziane sono più vulnerabili al Covid-19.

Il contagio in Africa procederebbe quindi più lentamente perché la popolazione locale ha un’età media molto più bassa rispetto a quella del vecchio continente. Nello specifico, uno studio di Visual Capitalist calcola che l’età media degli africani sia 18 anni contro i 42 degli europei, mentre meno del 2% della popolazione dell’Africa supera i 65 anni (in Italia è il 23%). Tuttavia è altamente probabile che il numero dei contagiati sia molto più alto di quelli finora accertati, anche perché in molti giovani il virus si trasmette in maniera asintomatica.

Gli scienziati hanno espresso non poca preoccupazione sui rischi relativi alla diffusione del Sars-CoV-2 in Africa, anche riguardo la difficoltà di mettere in atto il distanziamento sociale in molti paesi. In alcuni casi, il blocco potrebbe innescare rivolte popolari, come avvenuto sei anni fa in Liberia, mentre stava raggiungendo il picco l’epidemia di ebola che tra il 2014 e il 2016 ha colpito l’Africa occidentale.

Lo stato d’emergenza

Nell’agosto 2014, dopo la dichiarazione dello stato di emergenza, venne assaltato un centro di isolamento per il trattamento dei pazienti affetti dal virus a West Point, una township della capitale Monrovia. La Presidente dell’epoca Ellen Johnson Sirleaf decise allora di istituire un cordone sanitario per mettere in quarantena gli 80mila abitanti della baraccopoli liberiana. Dopo solo dieci giorni, però, fu costretta a revocare il blocco per porre fine alla rivolta scoppiata all’interno del sobborgo, nel corso della quale la polizia uccise a sangue freddo Shakie Kamara, un quindicenne senzatetto.

È facile innescare una sommossa in Paesi dove molte persone vivono alla giornata, facendo affidamento su lavori saltuari per guadagnare un po’ di denaro che gli consenta di acquistare cibo per sfamare famiglie numerose. In un simile contesto, due settimane di blocco fanno la differenza tra tirare avanti o morire di fame. Per questo, nei molti Paesi dove la popolazione si trova già in difficoltà a causa della disoccupazione e della siccità, i governi dovrebbero assicurare misure emergenziali di assistenza sociale. Pacchetti di aiuti concreti per proteggere i tanti che hanno perso il lavoro o che non possono più contare sul denaro ricevuto dai loro famigliari emigrati in Europa e in America.

Le misure adottate dai Governi

Per mettere in atto la quarantena, i Governi africani dovrebbero adottare misure specifiche al contesto trovando il modo per incentivare le comunità più vulnerabili a rimanere a casa ed evitare un’ulteriore diffusione della malattia, il cui costo in termini di vite umane sarebbe enorme. Senza contare, che oltre a tagliare i legami sociali, i blocchi minacciano anche di interrompere le catene di approvvigionamento di farmaci essenziali per il trattamento della tubercolosi, del morbillo, dell’HIV e di altre malattie.

A riguardo, il Sudafrica ha varato un piano di aiuti dal valore di 26,3 miliardi di dollari, equivalente al 10% del Pil, per cercare di attutire il colpo economico dovuto alla pandemia di Covid-19. Il Ruanda sta distribuendo cibo gratuitamente alla popolazione e l’Uganda ha già impegnato 1,5 milioni di dollari per aiutare i più bisognosi, mentre il Governo del Ghana ha annunciato che sospenderà il pagamento delle prossime bollette dell’acqua e dell’elettricità. Il Kenya ha invece adottato un nuovo programma di sostegno, noto come Covid-19 Support Stipend, per proteggere le fasce più povere della popolazione.

Il piano prevede lo stanziamento di 93 milioni di dollari destinati a supportare venditori ambulanti e abusivi, moto-tassisti e tanti altri che hanno perso un lavoro occasionale. Mentre gli abitanti della mega baraccopoli di Kibera, alla periferia di Nairobi, hanno ricevuto un aiuto una tantum di 19 dollari, che per questa gente stremata dalla miseria fanno la differenza. Tuttavia, c’è anche da considerare che, se non ricevono aiuti internazionali, molti Paesi africani non avranno fondi a sufficienza per sostenere questo tipo di misure.

Il sistema sanitario

Oltre alla grande difficoltà di mettere in atto il lockdown in vaste aree, un altro punto debole del continente è rappresentato dalla modesta capacità ricettiva degli ospedali e dall’esiguo numero di unità di terapia intensiva disponibili. Secondo una ricerca dell’Istituto di studi per la sicurezza di Pretoria, se l’Africa dovesse seguire la traiettoria di trasmissione del virus registrata in Cina, Italia, Spagna e Stati Uniti, sarebbe sufficiente meno di un mese per raggiungere 82mila casi simultanei. Un numero che potrebbe far collassare anche il sistema sanitario del Sudafrica, che per cura e prevenzione è il migliore di tutta l’Africa.

Tuttavia, c’è anche da tener presente che nei decenni molti Paesi africani hanno dovuto fare fronte ad altre gravi malattie infettive come l’ebola, la febbre di Marburg, il colera, il morbillo, la febbre di Lassa, la febbre della Rift Valley, l’oncocercosi, la febbre gialla o il vaiolo delle scimmie. Esperienze che potrebbe fornire strategie e informazioni utili per far fronte alla rapida diffusione del Covid-19.

Le conseguenze economiche

Oltre al contrasto dell’emergenza epidemiologica, il continente deve anche confrontarsi con le conseguenze economiche della crisi sanitaria che si prevedono gravi e di lunga durata, amplificate dall’elevata dipendenza dalle esportazioni di materie prime in Cina, dai deboli bilanci statali e dal cospicuo debito pubblico di molti Paesi africani, oltre che dal deprezzamento delle valute locali.

Dopo la diffusione della pandemia il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil mondiale e ha palesato il rischio di un’imminente recessione globale. Una congiuntura che rende difficoltoso mobilitare e dirottare adeguate risorse monetarie internazionali nel continente africano, al fine di contrastarne la diffusione del virus.

Allo stato attuale non sarà facile garantire lo stanziamento di questi finanziamenti, soprattutto dopo che nell’attuale contesto di estrema difficoltà, la nota benevolenza della Cina nei confronti dell’Africa sarà notevolmente ridotta. Senza dimenticare, che molte nazioni sono già presenti nel libro nero del Fondo monetario internazionale. Tutto questo renderà indispensabile la ricerca di percorsi di finanziamento alternativi, sempre più necessari per aiutare l’Africa a contrastare l’impatto della pandemia e le gravi ripercussioni economiche che sta generando.

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di giugno/luglio di eastwest.

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