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LA NOTIZIA DEL GIORNO

Africa, al via il trattato di libero commercio per 54 Paesi

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In Africa il primo gennaio parte ufficialmente l’African Continental Free Trade Area: difficoltà e sfide di un mercato potenzialmente ricco

Un mercato ad Adjame, un quartiere di Abidjan, Costa d’Avorio, 18 giugno 2020. REUTERS/Thierry Gouegnon.

L’African Continental Free Trade Area rappresenta una delle più grandi opportunità di sviluppo economico e sociale per le 54 nazioni firmatarie del patto. Dal primo gennaio 2021 entreranno in vigore le regole sottoscritte per l’area di libero scambio ma, tra difficoltà di carattere infrastrutturale sia fisiche che tecnologiche, le potenzialità dell’AfCFTA rimarranno tali finché non si colmeranno una serie di gap ancora esistenti.

I numeri dell’AfCFTA

Sono 54 i Paesi membri dell’AfCFTA, con la straordinaria cifra di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti parte della più grande area di libero scambio al mondo. Secondo la Banca mondiale, il Pil combinato di tutti gli Stati ammonta a 3.4 trilioni di dollari, con la potenzialità di portare fuori dalla fascia di estrema povertà circa 30 milioni di persone. Non solo: l’accordo commerciale, che parte dal prossimo anno, aumenterà gli introiti di quasi 68 milioni di cittadini africani che, ad oggi, vivono con meno di 5.50 dollari al giorno.

L’area di libero scambio del continente africano potrebbe avere ripercussioni estremamente positive per l’economia mondiale: si calcola che entro il 2035 potrebbe aggiungere 76 miliardi di dollari alla crescita globale e, per la sola free trade area africana, 450 miliardi di dollari, un +7% al Pil del continente. Grazie all’effetto moltiplicatore, sarebbero le donne quelle che gioverebbero maggiormente dei vantaggi dell’AfCFTA, con una previsione che vede per questa fetta di popolazione una crescita dei salari del 10.5%, che per gli uomini sarebbe del 9.9%

I punti deboli

Se queste sono le previsioni e le possibilità statistiche elaborate dai gruppi di ricerca, la realtà fattuale è ben diversa e porta a smorzare gli entusiasmi. Secondo Wamkele Mene, Segretario Generale dell’African Continental Free Trade Area, la maggior parte delle nazioni non sono pronte a implementare i termini previsti dall’accordo. Secondo Mene, su 54 nazioni appartenenti al blocco, tra i 33 Paesi che hanno già ratificato il trattato molti non possiedono procedure doganali né infrastrutture per facilitare l’area di libero scambio.

“Ci vorrà molto tempo. Se non hai strade, l’equipaggiamento adatto né le infrastrutture si perde il valore dell’accordo”, ha dichiarato al Financial Times il Segretario Generale. “Vogliamo allontanarci da questo modello coloniale che ci rappresenta come meri esportatori di materie prime che vengono lavorate all’estero”, prosegue Mene. “Vogliamo chiudere la stagione delle tariffe sui beni viste come entrate. Vogliamo che le tariffe siamo uno strumento per lo sviluppo industriale”.

Afreximbank, importante istituto bancario con sede in Egitto, ha stimato che nel 2019 solo il 14.4% dell’export ufficiale africano si è riversato verso altri Paesi del continente, diversamente dalle performance di altre realtà come quella asiatica (52% dell’export verso nazioni dell’area) e dell’Europa, con una quota pari al 73% di prodotti rivenduti a Stati dello stesso territorio.

Sono evidenti le potenzialità del continente africano, che paga ancora oggi il retaggio del periodo coloniale e che, come affermato da Mene, viene vissuto come modello dal quale distanziarsi. D’altro canto, ci vorrà del tempo prima che le singole nazioni si dotino degli strumenti infrastrutturali e giuridici per ottemperare alle norme previste dall’African Continental Free Trade Area. Intanto, si perpetuerà l’immagine di un continente ricco di materie prime e incapace di produrre beni per il mercato interno e per l’export.

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L'AUTORE

Matteo Meloni

Giornalista, si occupa di politica internazionale, comunicazione e giornalismo d’impresa. Collabora con eastwest e con il sito d’informazione Corriere dell’Economia.
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