Al-Kararim: il centro di detenzione in Libia dove finiscono i sogni dei migranti


Lungo la strada costiera che porta a Misurata, nella zona industriale, è facile vedere capannelli di africani in attesa agli incroci delle strade in attesa di essere caricati sui mezzi per andare a lavorare nei campi o nell'edilizia.

Lungo la strada costiera che porta a Misurata, nella zona industriale, è facile vedere capannelli di africani in attesa agli incroci delle strade in attesa di essere caricati sui mezzi per andare a lavorare nei campi o nell’edilizia.

 Lavorano anche per due o trecento dinari al mese (100/150 euro), ricevendo in cambio vitto e alloggio. Soldi che devono essere inviati in parte alle famiglie di provenienza e in parte per pagarsi un posto su un barcone diretto verso l’Europa.

Poco distante, lungo la strada che porta a Gioda, ex colonia italiana, si trova la scuola di Al-Kararim. All’interno ci sono più di ottocento persone: donne e uomini, bambini e minori compresi, presi a casaccio per le strade di Tripoli e portati qui per mancanza di spazio. Per molti di loro la meta finale è il confine tra Libia e Niger, per essere poi gettati in mezzo al nulla dall’altra parte della frontiera. Ma nel Paese c’è la guerra, e così attendono in questa specie di galera, il loro ineluttabile destino.

“La detenzione in questo locale è una tappa obbligatoria prima del loro rimpatrio, dice una guardia libica. “Cerchiamo di radunarli tutti insieme per comunicare poi con le loro ambasciate e vedere se si possono rimpatriare tramite convogli di autobus verso i confini. Certo, la guerriglia che avviene in molte zone del Paese ci ha messo in difficoltà perché non possiamo portare queste persone nel deserto per questioni di sicurezza. Preferiamo tenerli qui”.

‘Qui’ significa mesi di detenzione.

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