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Aladin, da Sana’a a Roma

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In fuga dallo Yemen, ha raggiunto Roma. Ora la sua arte è nelle città italiane.

Quando l’artista yemenita Aladin Hussain Al-Baraduni ha raggiunto l’Italia nel Natale 2004, le rivolte arabe erano ancora un miraggio e le dittature mediorientali ancora ben salde al potere. Aladin, all’epoca poco più che ventisettenne, si era fatto notare tra i pittori emergenti più importanti in Yemen.

Le sue opere raffiguravano soggetti scomodi: spazzini, minoranze etnico-religiose, uomini e donne dalla pelle scura, visti con distacco dall’élite del Paese e relegati ai margini della società yemenita. La sua sensibilità verso tali categorie gli ha consentito di diventare un artista apprezzato in un contesto socioeconomico marcato dall’assenza di spazi di libertà, dalle disuguaglianze e da una militarizzazione imponente della società.

Fin dall’inizio, Aladin si è scontrato con il regime autoritario del Presidente-dittatore ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, caduto poi nel febbraio 2012. Qualsiasi tentativo d’opposizione era represso con detenzioni preventive, sparizioni e uccisioni. Tutte le forme artistiche, dalla pittura alla poesia, erano controllate e i loro messaggi appiattiti dall’obbligo di diffondere un’immagine positiva del Paese. 

Aladin, già nel mirino della polizia a causa di alcune manifestazioni per cui era finito in carcere, ha continuato a disegnare gli “esclusi” che tanto imbarazzavano il governo di Sana’a finché, racconta, “la situazione non è diventata insostenibile e ho capito che avrei dovuto cambiare aria perché morire nella totale indifferenza dei governi e della gente non porta da nessuna parte”.

A fine 2004 il governo bandisce i suoi disegni, impedendogli di proseguire la sua attività di artista. Con l’aiuto dell’ambasciata italiana a Sana’a, Aladin ottiene un visto per l’Italia e si trasferisce a Roma, una città di cui ha letto e visto molto: “Roma e l’Italia le ho conosciute leggendo Moravia, Pasolini e guardando i film di Fellini. Oggi Roma non è più quella di Fellini e i posti di cui mi sono innamorato, come Trastevere, non sono più quelli di una volta. Il profitto ha trasformato quei luoghi ma Roma rimane ancora una delle città più belle al mondo”.

L’impatto con l’Italia non è stato facile. Aladin non conosceva la lingua, non aveva nessuno a cui rivolgersi ed è rimasto in clandestinità per quasi cinque anni prima di regolarizzare la sua presenza. “Per diverso tempo le autorità italiane si sono rifiutate di concedermi l’asilo politico perché non avevo i requisiti. Ma non c’era molto che potessi fare se non rimanere in Italia da clandestino”.

Nel 2010 un leader religioso yemenita condanna a morte Aladin per essersi dichiarato ateo. Questo fatto e la richiesta di restituzione di un premio in denaro, che l’artista aveva ottenuto dal governo nel 2004, spingono le autorità italiane a dare il via libera all’asilo politico. Aladin si è ritagliato uno spazio sui muri di Roma, Torino, Bologna, Napoli, ed altre città italiane. I soggetti dei suoi murales, così come le tele dipinte in Yemen, ruotano attorno alle lotte sociali, come il diritto alla casa, al lavoro o l’ambiente, per cui si è battuto fin da quando ha messo piede nella capitale. Uno degli elementi ricorrenti nei suoi disegni è la maschera antigas, indossata sia da uomini che da animali. “La maschera non è solo il simbolo di una lotta sociale – dice – ma ci ricorda anche come l’uomo stia distruggendo il pianeta e la natura che lo circonda”.

L’arte, secondo Aladin, dovrebbe essere vicina alla gente, rappresentarne la vita di tutti i giorni con le sue difficoltà e uscire dall’esclusività delle gallerie. “L’arte per l’arte, per il denaro e per la celebrità non m’interessa. Anch’io ho bisogno di soldi e vendo alcuni dei miei quadri, ma la soddisfazione più grande la ottengo quando disegno qualcosa che chiunque può commentare senza dover acquistare un biglietto”.  

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