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Proteste in Algeria: Tebboune non convince

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In Algeria riprendono le proteste che la pandemia aveva bloccato. I tentativi dell’attuale Presidente per il cambiamento non sembrano convincere la popolazione

Una protesta ad Algeri, Algeria, 5 marzo 2021. REUTERS/Ramzi Boudina

Da settimane in Algeria sono riprese le grandi proteste contro i gruppi di potere di cui si era parlato molto nel marzo del 2019 e che la pandemia di coronavirus, con le limitazioni ai contatti e alle aggregazioni, aveva congelato ma non cancellato.

Venerdì scorso, come già quello precedente, migliaia di algerini hanno manifestato per chiedere l’uscita di scena del “potere” (le pouvoir), cioè quell’insieme di politici, vertici militari e imprenditori che governano il Paese. Le proteste di venerdì – sia nella capitale Algeri che in altre città – non sono state interrotte dagli agenti di polizia, comunque presenti in gran numero nelle strade. Ma le Nazioni Unite, attraverso l’Alto commissariato per i diritti umani, hanno detto che ci sono stati centinaia di arresti dal 13 febbraio e di aver ricevuto denunce di torture e violenze sessuali compiute contro i detenuti.

Nel 2019 il movimento di protesta – noto come Hirak – aveva “ottenuto” le dimissioni dell’allora Presidente Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999 ma malato e di fatto privo di controllo decisionale da tempo. Il suo ritiro era stato un gesto appunto simbolico, di facciata, che non aveva cioè modificato la sostanza del sistema politico algerino: il circolo di potere rimaneva al comando. E infatti il posto di Bouteflika è stato preso da Abdelmadjid Tebboune, che deteneva la carica di Primo Ministro e che dal dicembre 2019 è il nuovo Presidente del Paese.

Le dimissioni di Bouteflika non hanno ovviamente fermato le proteste, anche perché l’obiettivo dei manifestanti non è la singola persona ma l’intero status quo: e Tebboune non rappresenta una rottura, bensì una continuazione.

L’attuale Presidente dopo Bouteflika

L’attuale Presidente sta tuttavia cercando di ingraziarsi il movimento Hirak: lo ha definito “benedetto”, ha detto che ha “salvato l’Algeria” e il mese scorso ha ordinato la liberazione di circa sessanta membri detenuti.

Sempre con l’obiettivo di presentarsi come un rinnovatore e favorire l’appianamento delle tensioni, il 18 febbraio Tebboune ha annunciato lo scioglimento della camera bassa del Parlamento e convocato elezioni legislative anticipate “per costruire una nuova istituzione”: la camera bassa era infatti stata eletta nel maggio 2017 e composta in maggioranza da alleati di Bouteflika.

I tentativi di Tebboune per il cambiamento (presunto o reale) non sembrano però aver convinto la popolazione, almeno a giudicare dagli alti livelli di astensione al voto: al referendum costituzionale di novembre, ad esempio, l’affluenza è stata appena del 23%.

Oltre alle riforme politiche, Tebboune promette cambiamenti anche economici. L’Algeria ha bisogno di una diversificazione, vista la pesante dipendenza dal petrolio e dal gas: il settore vale il 60% del bilancio statale e oltre il 90% delle entrate legate alle esportazioni.

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L'AUTORE

Marco Dell'Aguzzo

Giornalista, scrive per eastwest, Il Sole 24 Ore e Aspenia. Si occupa di Messico e Nord America.
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