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La gara per diventare la capitale di Amazon

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La gara indetta da Amazon per la nuova sede americana trasformerà l’economia e il futuro del città vincitore cambiandone radicalmente il tessuto urbano. La multinazionale sceglierà chi offrirà l’ambiente più accogliente. Sotto ogni profilo. 

Il 7 settembre scorso è partita un’asta alla quale qualunque sindaco di una città media o grande vorrebbe partecipare. Una gara simile a quella per la candidatura dei giochi olimpici, ma, almeno in teoria, più interessante per l’economia e il futuro di qualsiasi centro urbano. Amazon cerca una sede per un quartier generale da aggiungere a quello di Seattle e ha lanciato una call for proposals. Una scelta non comune. Chi vincerà la gara per ospitare i 33 edifici previsti (quasi un chilometro quadro) può sperare di vedere crescere l’occupazione in città di circa 50.000 unità – questo il numero di dipendenti direttamente impiegati del supercolosso del commercio online e, ormai, di mille altre cose. I dipendenti Amazon sono solo una parte del potenziale. C’è il settore delle costruzioni e immobiliare che conoscerebbe un periodo di crescita sostenuta sia per la costruzione del quartier generale che delle case necessarie a ospitare tutta questa gente. E poi c’è l’indotto, quello tecnologico e di servizi avanzati e quello che accompagna la presenza di palazzi di uffici colossali in ciascuna metropoli: servizi di sorveglianza, pulizia, trasporti e così via. E poi ancora commercio, palestre, ristorazione (24 solo all’interno del quartier generale), alberghi per gli ospiti della multinazionale, che i millennials laureati impiegati da Amazon vogliono un contesto gradevole attorno.

La compagnia stima in 58.000 i posti di lavoro aggiuntivi creati dall’indotto, in 43 milioni di dollari di biglietti venduti in più per il trasporto pubblico locale e prevede un aumento dei redditi medi in città generalizzato. Le casse comunali godranno di un aumento imponente della base imponibile, tanti nuovi cittadini o vecchi cittadini il cui reddito cresce, che pagando le tasse rendono possibili politiche pubbliche, nuovi progetti in città.

Per capirsi, lo sbarco di Amazon in una città americana non avrebbe l’effetto (pur potente sul piano occupazionale) di quello di un centro smistamento come quello di San Giovanni Piacentino, dove lavorano 1500 persone tra chilometri di scaffali e muletti, ma trasformerebbe il tessuto cittadino. A meno che la scelta non cada su una grande metropoli, ipotesi forse difficile: i costi sono in ogni caso più alti per l’impresa. Quel che è certo è che le richieste di Amazon segnalano qualcosa di diverso da quel che avrebbe richiesto una multinazionale X che avesse voluto costruire una grande fabbrica: l’ambiente diverso, la qualità dell’istruzione superiore locale, il clima culturale vivace in città sono domande nuove, che tradizionalmente non sono incentivi per attrarre investimenti. Questa fase dello sviluppo negli Stati Uniti ci dice che le cose sono un po’ cambiate sebbene gli incentivi fiscali e le infrastrutture fanno sempre parte del pacchetto.

Cosa vuole l’ex venditore di libri online divenuto negozio di quasi tutto che ha di recente acquisito Wholefoods, la catena di supermercati un po’ bio e un po’ cool dove si sfamano giovani famiglie in carriera in ogni angolo d’America? Poche cose ma chiare: una città di almeno un milione di abitanti, disponibilità di metri quadri dotati di servizi, fibra di qualità per la trasmissione di una quantità colossale di dati, un grande centro universitario specializzato in tecnologia nelle vicinanze per reclutare manodopera e avviare progetti di ricerca e un mercato del lavoro vivace, un ambiente diverso e vivace per incentivare le persone migliori a trasferirsi in città, un aeroporto internazionale con voli quotidiani per New York, Seattle, San Francisco e un sistema di trasporti locale che arrivi nell’area dove è prevista la realizzazione del quartiere Amazon, potenti incentivi fiscali, autorità locali in grado di garantire la tempistica degli accordi presi in materia di tasse e di infrastrutture. Per decidere, Jeff Bezos e il suo management vogliono quindi un ambiente accogliente sotto ogni profilo. E decine di città sono pronte a fare di tutto per offrirne uno. Grandi e piccole, ricche e malmesse, ex corazzate industriali che cercano nuove strade e dinamici centri del West. Centri che hanno buone chance di farcela e aree disastrate che, a meno di una scommessa molto azzardata da parte di Amazon, non hanno nessuna possibilità.

Per farsi un’idea di quel che significa avere la presenza di un quartier generale di queste dimensioni negli Stati Uniti basta volgere lo sguardo a quanto capitato in altri centri, grandi e piccoli. Qualche esempio: FedEx, che ha sede a Memphis, occupa 30mila persone nell’area urbana su 650mila abitanti e Austin, Texas, sede di alcune compagnie tecnologiche è una delle città cresciute e cambiate di più negli ultimi decenni. Di casi ce ne sono molti altri e, al converso, gli effetti della chiusura delle fabbriche in alcune company town dell’età industriale sono sotto gli occhi del mondo: Detroit sarà anche un po’ migliorata dal salvataggio dell’industria dell’auto da parte di Obama in poi, ma resta un disastro urbano.

Il risultato del concorso di bellezza lo conosceremo il 19 ottobre del prossimo anno, dopo che le proposte, da inviare entro il 19 settembre, verranno studiate e le trattative verranno avviate. Ma chi è ben posizionato, in teoria, per vincere? Gli elenchi fatti da siti di notizie e specializzati sono quasi infiniti. Ci sono caratteristiche geografiche ed economiche, preferenze del management di Amazon che non conosciamo (Bezos è texano e in Texas si pagano anche poche tasse), capacità degli amministratori locali di inventare incentivi da offrire.

Tra le candidature che appaiono forti ci sono Chicago, Denver, Atlanta, Pittsburgh, Dallas, Toronto (il Canada può partecipare), Minneapolis. La metropoli dell’Illinois è di recente divenuta sede di altre compagnie, ha un sistema di trasporti coi fiocchi e molte delle caratteristiche cercate da Bezos. Ma forse è troppo grande. Denver è quasi perfetta, ma geograficamente un po’ isolata, Pittsburgh è una ex città industriale divenuta un hub tecnologico e all’avanguardia in materia ambientale, Minneapolis (con St. Paul, la città gemella), è piccola ma vivace. Poi ci sono i centri che Amazon trasformerebbe completamente, magari una città del Sud. Già, ma in molti fanno notare che per una compagnia che si vuole moderna e diversa, andare a Sud o in Stati dove le tasse sono basse ma i diritti e le differenza calpestate (segregazione, leggi ideologiche sui bagni per transgender e così via) sarebbe un errore: i modelli dell’hub tecnologico oggi sono le accoglienti San Francisco e New York, non Birmingham, Alabama. Il New York Times, usando i parametri di Amazon ha spuntato una ad una le metropoli e puntato i suoi due dollari su Denver. Per conoscere il vincitore dovremo aspettare, ma alcune cose sulle trasformazioni che una scelta del genere implicherà, possiamo già dirle. Quelle positive le abbiamo elencate all’inizio. C’è sempre un’altra faccia.

La California, modello perfetto dello Stato liberal, all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico, aperto e ospite della Silicon Valley e del suo boom è alle prese con una drammatica housing crisis: le case, in tutto lo Stato, costano troppo. Nella Bay Area, la culla della economia digitale, poi, non ne parliamo nemmeno. E New York City, che sotto la guida del sindaco Bloomberg ha prosperato dal punto di vista della sua capacità di farsi (rifarsi) globale e attrattiva, conta il numero più alto di homeless di sempre. Nonostante il boom. Anzi, proprio a causa di quello: capita infatti che i costruttori costruiscano come forsennati condomini di lusso e i proprietari di case facciano di tutto per sfrattare gli affittuari a canone bloccato. Risultato? Una crisi alla quale Bill De Blasio, sindaco che aveva promesso di mettere mano al problema e di rompere con l’era Bloomberg, non è in grado di mettere mano se non con dei palliativi perché lo impediscono le risorse a disposizione, la normativa e uno scontro permanente con il governatore Cuomo (suo stesso partito, sostenuto però da interessi diversi). I salari pagati agli impiegati di queste compagnie, alzano i prezzi, rendendo le città enclave di millennials felici e di fatto, tagliando fuori parti importanti della popolazione, comprese le decine di migliaia di persone necessarie a far funzionare la città stessa – cuochi e camerieri, conducenti di autobus e taxi, consegna pacchi, pulizie, portieri e vigilantes e così via. Le città, tornate a essere centrali nella vita americana dominata per 30 anni dai suburbs, stanno tornando centrali. Ma l’organizzazione dell’economia contemporanea le rende al contempo vive, attraenti, interessanti, competitive e segregate e inique. È il tema di The new urban crisis, l’ultimo volume di Richard Florida, che aveva anticipato questa crescita in positivo con The rise of the new creative class.

Un altro aspetto negativo generale, sollecitato dal presidente Trump, è la competizione tra Stati, città, contee: chi offre di più, chi cede di più in materia di costi, in benefici fiscali, in infrastrutture a proprio carico? Negli anni 80-90 l’industria automobilistica sindacalizzata e un po’ sclerotica del Nord è stata spazzata via o quasi dagli investimenti coreani e giapponesi negli Stati del Sud che tagliavano le tasse e regalavano permessi. È una logica sensata quella del dumping interno a uno stato nazionale? Infine, davvero Amazon non ha già scelto? E davvero i suoi nuovi quartieri generali trasformerebbero il volto di una città che ha già un mercato del lavoro vivace, una università all’avanguardia, istituzioni forti e un buon sistema di trasporto pubblico? Certo, ma come abbiamo visto, una vittoria comporterebbe anche dei danni – in alcuni casi, non questo, per entità, lo sgravio fiscale non ha prodotto benefici per le casse pubbliche né troppo per l’economia. Amazon farebbe una grande cosa se finisse a Detroit, New Orleans o in un’altra di quelle aree messe in ginocchio, segregate e con una middle class che annaspa. Ma quelli non sono posti per millennials che sviluppano app e software sorseggiando birra artigianale tra una lezione di yoga, un salto all’asilo a prendere i gemelli e una mostra fotografica sulla segregazione negli anni in cui loro non erano nati.

@minomazz

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