EN

eastwest challenge banner leaderboard

L’Amazzonia è in fiamme!

Indietro

L’allarme ha portato l’attenzione della comunità internazionale sulla deforestazione del polmone verde del pianeta. Purtroppo, è una vecchia storia

Amazônia em chamas”. Amazzonia in fiamme. É questo il titolo che capeggia sui principali giornali brasiliani dall’inizio del 2019.

Da gennaio a ottobre 2019 sono stati contabilizzati oltre 161mila incendi nell’Amazzonia brasiliana. Il 45% in piú rispetto allo stesso periodo del 2018. Una percentuale che è arrivata all’84% nel solo agosto. Mentre il disboscamento è aumentato del 212% a ottobre rispetto allo stesso mese del 2018. Un’apocalisse ecologica. Con il numero degli indios uccisi nella regione amazzonica nel 2019, il maggiore in 10 anni.

Ma l’Amazzonia non ha iniziato a bruciare nel 2019: è messa a ferro e fuoco da decenni. Anzi, persino da prima che arrivassero i colonizzatori portoghesi, nel 1500. Dato che gli indios tradizionalmente bruciavano ampie porzioni di foresta per poter costruire i loro insediamenti. Erano le cosiddette queimadas, che rendevano le località campos, pronti per nuovi villaggi indigeni. Ancora oggi diversi di quei siti, divenuti città, portano questo nome tradizionale, come Campinas, Campos do Jordão, Campo Grande, ecc… E ancora oggi le queimadas vengono realizzate da agricoltori brasiliani per eliminare sterpaglie o per fertilizzare il suolo. Dal 1985 al 2018 il Brasile ha perso 89 milioni di ettari di aree naturali in tutto il suo territorio. Praticamente l’estensione dell’intero nord Italia. Quindi, nulla di nuovo dal punto di vista storico.

Dall’altro lato, bisogna considerare le dimensioni del fenomeno. Se gli indigeni si limitavano a bruciare porzioni ridotte di foresta, oggi, grazie a tecnologia e cherosene, le queimadas diventano veri e propri inferni di fuoco da rendere impossibile l’attività di contrasto delle autorità locali, che devono dislocarsi in un territorio grande quanto l’intera Unione europea: circa 4 milioni di km2.

Il Governo di Brasilia è accusato di fare poco, o nulla, per evitare che l’Amazzonia si trasformi in un cumulo di arbusti ardenti. Anzi, l’esecutivo guidato dal Presidente Jair Bolsonaro è accusato da più parti di essere connivente con questo scempio. Addirittura il quotidiano francese Liberation lo ha definito “Bolsonaro il piromane”.

Ma il Governo brasiliano non è in alcun modo complice diretto degli incendi in Amazzonia. Se è vero che Bolsonaro, assai distante dai concetti di diplomazia, ha più volte manifestato ostilità contro le Ong operanti nella regione, dall’altro lato non ha mai dichiarato che in Brasile si sarebbe potuto disboscare liberamente. Tanto che il codice forestale brasiliano, tra i più severi e restrittivi del mondo, continua a vigere senza alcuna modifica. E l’IBAMA, l’organo statale per la protezione della foresta Amazzonica, continua a operare.

C’è da dire che comunque Bolsonaro è stato eletto anche grazie all’appoggio dei ruralistas. Gli imprenditori agricoli e i possidenti terrieri che molto spesso disboscano per fare spazio a nuove piantagioni o pascoli per il bestiame. La sua elezione, insieme al discorso politico contro le organizzazioni a difesa dell’ambiente, che disprezza chiamando “ambientalisti sciiti”, potrebbe aver dato la percezione agli agricoltori brasiliani che i controlli si sarebbero allentati. E che quindi avrebbero potuto aggredire la foresta tropicale per aumentare le loro coltivazioni senza temere conseguenze.

Nondimeno, Bolsonaro ha nominato un Ministro dell’Ambiente, Ricardo Salles, che non sta dando prova di buona gestione. Questo sconosciuto avvocato di San Paolo, che ha perso tutte le elezioni a cui si era candidato negli ultimi 15 anni, è stato catapultato nel Governo quasi per caso.

Salles ha iniziato il suo mandato dichiarando candidamente di “non essere mai stato in Amazzonia”. Un preludio a un percorso disastroso, tra errori di comunicazione, nomine mancanti in posti chiave del dicastero e licenziamenti in tronco di funzionari colpevoli di presentare dati ambientali allarmanti.

Il nuovo Ministro ha trasmesso la percezione all’opinione pubblica che la difesa dell’Ambiente non era più una priorità per Brasilia e ha respinto le risorse messe a disposizione da Norvegia e Germania per il Fondo Amazzonia: circa un miliardo di euro, che Oslo e Berlino versavano al Governo brasiliano per finanziare progetti a difesa della foresta tropicale. Risorse utilizzate – secondo Salles – per finanziare Ong ostili al Governo, e quindi il progetto è stato cancellato. Non a caso, gli incendi hanno iniziato a divampare con maggiore forza proprio a seguito di questa decisione.

Di fatto l’Amazzonia è in pericolo, così come lo è sempre stata negli ultimi anni, perché i Governi brasiliani che si sono succeduti sin dall’epoca del ritorno alla democrazia, nel 1985, non hanno saputo contrastare la deforestazione.

Esiste anche una questione psicologica che spiega questo comportamento. Il Brasile ha sempre considerato l’Amazzonia come la sua più importante risorsa. Avere il controllo del “polmone del mondo” aumenta il prestigio del Paese a livello internazionale. Quasi allo stesso livello di possedere una bomba nucleare. E per questo i brasiliani vivono nel terrore che i gringos gliela portino via. Episodi come la Disputa del Pirara, dove re Vittorio Emanuele III decise a favore del Regno Unito togliendo al Brasile una ricca porzione di Amazzonia, non sono stati dimenticati.

È per questo motivo che i militari, durante la dittatura, portarono avanti progetti faraonici per integrare l’Amazzonia al resto del Paese. “Integrar para não entregar”. Integrare per non consegnare. Era questo il motto che ha portato alla costruzione dell’enorme autostrada Transamazzonica, il polo industriale della Zona Franca di Manaus, o il progetto di sorveglianza aerea Calha Norte. La volontà di rendere quello che i militari chiamavano “inferno verde” una regione abitata, produttiva e difendibile ha portato i Governi brasiliani a tollerare, per troppi anni, l’avanzata di coltivazioni che hanno progressivamente tolto spazio alla foresta tropicale. Ma, in quel momento era più importante garantire il controllo del Paese che proteggere l’ambiente. Per questo motivo, quando Bolsonaro dice che “la deforestazione è incontenibile, perché è una questione culturale”, ha, purtroppo, ragione.

Inoltre, l’Amazzonia è la regione con le maggiori riserve di minerali preziosi del Brasile, oltre che di terre rare, e il bacino idrico più importante dell’America Latina. Tutto ciò fa gola a molti e i brasiliani ne sono perfettamente consci. Per questo motivo respingono qualsiasi tentativo di ingerenza straniera per quanto benintenzionato. Quando il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha dichiarato che l’Amazzonia è una “questione internazionale”, in Brasile si sono alzati gli scudi contro lo straniero (a maggior ragione contro un Paese di frontiera, dato che il Brasile confina in Amazzonia con il dipartimento della Guyana Francese).

Con tali affermazioni, il Governo Bolsonaro ha buon gioco a dire che le preoccupazioni espresse da Governi esteri sulla situazione in Amazzonia non sono altro che interesse per le risorse brasiliane. E anche la presenza di Ong straniere, con personale catapultato direttamente da Europa o Stati Uniti, che non parla portoghese e porta avanti un’agenda propria, non aiuta a rasserenare gli animi.

L’Amazzonia è in fiamme, ma il Governo Bolsonaro non è direttamente colpevole di questa situazione. La questione è molto più profonda: un problema radicato in parte della popolazione e dell’establishment brasiliani, che non riescono a percepire la gravità della situazione. Per invertire la rotta sarebbe necessaria una battaglia culturale, che durerebbe almeno due generazioni. E, nel frattempo, la foresta brucia…

@carlocauti

Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

Puoi acquistare la rivista in edicola o abbonarti.

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA