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ITALIA CHIAMA EUROPA

Questa politica non ci piace

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Dal 1° gennaio 2020 è attivo il nuovo movimento globale NOW!. Andrea Venzon, uno dei fondatori, già co-fondatore di Volt, ne spiega la fisionomia e le motivazioni

Lo scorso dicembre la nuova Presidentessa della Commissione europea ha annunciato in pompa magna il lancio di una serie di ambiziose misure per contrastare il cambiamento climatico raccolto sotto il pomposo nome “European Green Deal”.

L’euforia è purtroppo durata molto poco, dato che nelle 48 ore successive il Consiglio europeo, l’organo che raccoglie i Capi di stato degli Stati Membri e tutt’ora fulcro nevralgico della politica europea, non è riuscito a ottenere l’unanimità sull’obiettivo più importante di tutti: il raggiungimento della carbon neutrality entro il 2050. Infatti la Polonia, l’economia dell’Unione con tasso di crescita maggiore e con l’80% della propria energia elettrica derivante dal carbone, si è rifiutata di approvare l’obiettivo nonostante un fondo da €100 miliardi promesso per supportare la transizione energetica delle economie più dipendenti dalle tecnologie inquinanti.

Due giorni dopo è stato l’esito delle negoziazioni della COP25 a Madrid (la Conferenza della Parti, l’organo decisionale della Conferenza per il Cambiamento Climatico dell’Onu, giunta alla sua 25esima edizione) a deludere profondamente: l’unico testo su cui i Paesi sono riusciti a raggiungere un accordo prevede che si propongano nuove misure per la prossima COP. In poche parole, un nulla di fatto.

Il motivo per cui disfatte di queste proporzioni su un tema che raccoglie grande interesse come il clima sono rimaste largamente inosservate – specialmente in Italia – non è dovuto solamente all’abilità dei diplomatici nell’incipriare opportunamente i risultati, ma alla disillusione delle persone nella capacità della politica di risolvere problemi.

Tralasciando l’esempio del clima, basta pensare al Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità: un fondo ad adesione totalmente volontaria a cui un Paese finanziariamente debole come l’Italia dovrebbe guardare come a una manna dal cielo. E invece no: la politica è riuscita a demonizzarne la riforma, a creare fazioni pro e contro, e infine ad accantonarlo lasciando che la storia faccia il suo corso. Ne risentiremo parlare durante la prossima crisi economica, quando ci sarà il solito scaricabarile.

Alitalia, Ilva, i ponti, le banche popolari, la Tav, la Tap se guardiamo in casa nostra, ma anche i migranti o le liste transnazionali se spostiamo lo sguardo al di fuori delle Alpi: la politica dei nostri nonni e dei nostri genitori sembra incapace di risolvere i problemi che incalzano, sempre di più, sempre più spesso. La bulimia comunicativa che ha travolto i partiti politici e i Governi e li rende incapaci di guardare oltre l’immediato sta mettendo a repentaglio tutto il continente. Nemmeno le democrazie più mature ne sono immuni, la vittoria di Boris Johnson sembra aver riportato tranquillità nel Regno Unito dopo tre anni di tensioni, ma molti dimenticano che solo qualche settimana fa il Brexit deal che il nuovo Primo Ministro intende portare avanti aveva sollevato grandissime preoccupazioni sul mantenimento della pace in Irlanda. Ancora una volta, si va avanti una crisi alla volta.

Questa lunga premessa è per presentare ampia evidenza che la politica così come è stata concepita nel dopoguerra non è più adeguata alla nostra società. I ritmi, i canali comunicativi e la complessità dei problemi – spesso originati a livello globali ma sentiti sulla pelle a livello ultra-locale – hanno causato la crescita del cosiddetto populismo. Una politica scevra di contenuti, polarizzata da leader forti e privi di soluzioni (vedi il nostrano Salvini, l’europeo Orbán o il ben noto Trump) e da movimenti di piazza, ma sempre senza soluzioni (il vecchio 5 Stelle, ma anche le nuove Sardine seppur mosse da valori più condivisibili).

E nel frattempo, il tempo sta scadendo. Da un lato ci troviamo ad affrontare temi come la crisi climatica, la proliferazione nucleare o il terrorismo che vanno al di là dei confini nazionali e dei calendari elettorali; dall’altro, l’Unione europea – baluardo della pace nel nostro continente – ha perso in un colpo la terza economia del continente, una delle sue due potenze nucleari e un seggio permanente nel consiglio si sicurezza dell’Onu. Infine, l’Italia è ormai fermamente in declino e deve affrontare una vera e propria emergenza migranti: non quella dal Nord Africa, ma quella dei 300.000 connazionali che scappano ogni anno in cerca di lavoro.

Un dipinto a tinte fosche, che non preclude però un barlume di speranza. La capacità dei giovani e di tutte quelle persone che sperano in una società aperta e moderna di mobilitarsi per portare avanti delle battaglie fondamentali, dei valori forti e delle soluzioni, anche complesse, alle sfide di oggi e di domani. Una rivoluzione dei contenuti, una mobilitazione di persone non volta a conservare lo status quo o posizioni acquisite, ma a riportare crescita e speranza.

Il nuovo El Dorado è alla portata di quei pionieri che riusciranno a convogliare l’energia dei milioni di persone che ogni venerdì marciano per chiedere vere risposte sull’emergenza climatica in un capitale politico volto a portare avanti legislazioni tanto necessarie come la rimozione dei sussidi sui combustili fossili o una tassa digitale armonizzata in tutta Europa per i giganti della tecnologia. NOW! (qui il sito) nasce per queste ragioni: per portare avanti referendum, per supportare candidati che si battano per i veri problemi ormai transnazionali di questa società, per promuovere legislazioni necessarie a salvare il nostro Paese e il nostro continente, se non oltre.

Un movimento di cittadini basato sul coinvolgimento di volontari e su metodi avanzati di campagna, per spingere in modo strategico e conclusivo soluzioni fondamentali per il futuro della nostra società e del mondo intero. Questo è il modo in cui possiamo spostare l’equilibrio verso una società la cui politica non pensi a domani, ma almeno agli anni a venire.

Un avviso ai naviganti: sarebbe inutile cercare di voler infilare i milioni che marciano per le strade in un partito politico, né tra quelli tradizionali, né tra quelli ridipinti a nuovo che stanno spuntando ultimamente in Italia. Se invece qualcuno riuscirà a fare in modo che le richieste (ormai, quasi grida di aiuto) di tutti coloro che non vogliono vedere un’Italia in caduta libera, un’Europa che si sgretola e una comunità internazionale incapace di prendere anche le più ovvie posizioni vengano ascoltate, beh, quel qualcuno cambierà il mondo.

@Venzon_Andrea

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Questo articolo è pubblicato anche sul numero di gennaio/febbraio di eastwest.

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