Antisemitismo, l’odio che inizia dagli ebrei, non finisce mai con gli ebrei


“Mio zio David, malgrado la sua appartenenza ebraica, in giovane età era stato nominato docente di letteratura all’università locale. Era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva europeo, a parte i membri della mia famiglia o altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi.

“Mio zio David, malgrado la sua appartenenza ebraica, in giovane età era stato nominato docente di letteratura all’università locale. Era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva europeo, a parte i membri della mia famiglia o altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi.

REUTERS 

Gli unici europei di tutta l’Europa negli anni Venti e Trenta erano gli ebrei. (…) Oggigiorno l’Europa è completamente diversa, oggi è piena di europei da un muro all’altro. Fra parentesi, anche le scritte, sui muri, sono cambiate completamente: quando mio papà era ragazzo a Vilna, stava scritto, su ogni muro d’Europa: ‘Giudei, andatevene a casa, in Palestina’. Passarono cinquant’anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa, dove i muri gli urlavano addosso: ‘Ebrei, uscite dalla Palestina’”.

Probabilmente nessuno come lo scrittore Amos Oz nella sua autobiografia-capolavoro “Una storia di amore e di tenebra” (Feltrinelli, 2005) coglie in poche, acuminate parole la profondità del rapporto tra ebrei ed Europa. Una profondità fatta di attaccamento a una cultura e a una terra che il popolo ebraico ha portato con sé per secoli nel DNA quando le armi ancora risuonavano lungo frontiere incerte e mutevoli, ma anche di ferite inguaribili inferte dal continente che tradirà e distruggerà i primi sostenitori del suo progetto di unità, che si fonderà, all’indomani del secondo conflitto mondiale, proprio sulle ceneri di quella tragedia.

Bruxelles, Parigi, Copenaghen. Negli ultimi dieci mesi il terrorismo ha insanguinato l’Europa e riportato drammaticamente alla luce un problema che, in realtà, era già sotto gli occhi di tutti coloro che volevano guardare: la vigorosa riaffermazione del mostro a molte teste dell’antisemitismo.

Per tracciarne una fotografia oggi, oltre che sulla triste cronaca della scia di attacchi alle cose e alle persone, si può contare anche sull’ausilio di alcuni dati particolarmente significativi, come lo studio realizzato dall’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea sulla percezione dell’antisemitismo tra gli stessi ebrei. Ovvero il primo documento che tenta di raccontare come si sentono, cosa temono, cosa vogliono, gli ebrei d’Europa, nei vari paesi, quando, per esempio, accendendo la televisione scoprono che davanti alla sinagoga di Copenaghen, un giovane viene ucciso mentre si impegna ad assicurare che la festa di Bat Mitvah (maggiorità religiosa) di una ragazzina, si svolga senza paura.

I dati dello studio sono stati raccolti in realtà prima degli ultimi attacchi, alla fine del 2012, ma riescono comunque a dare conto dello sviluppo del fenomeno. I due terzi dei partecipanti al sondaggio, che ha coinvolto persone che si identificano come ebrei in otto stati (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Regno Unito, Svezia e Ungheria), considerano l’antisemitismo come un problema grave o abbastanza grave: il picco in Ungheria, dove la percentuale arriva al 90%, seguita da Francia (85%) e Belgio (77%), con l’Italia che si colloca poco al di sotto della media con il 63% (le minori percentuali si registrano invece in Lettoria – 44% – e Regno Unito – 48%).

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