Lo scorso marzo Wired Usa pubblicava in copertina un volto di Mark Zuckerberg tumefatto, metafora dei duri colpi che Facebook aveva dovuto incassare. Ma il round era ancora lontano dalla fine. Da allora sono arrivati altri colpi, con implicazioni sociali e politiche che hanno segnato profondamente questo 2018. Il caso Cambridge Analytica, le manipolazioni del consenso durante le elezioni statunitensi e il referendum per la Brexit, la campagna anti-Soros documentata dal New York Times. Quindi i danni reputazionali, le defezioni interne, i conflitti con gli investitori. Nell’ultimo trimestre il titolo di Facebook è crollato del 30% e Zuckerberg – così dice – ha pensato di chiudere baracca.

Un annus horribilis. Che ha però acceso un faro sulla questione della privacy in rete e dei rischi per la democrazia. Dimostrandoci, semmai ce ne fosse ancora bisogno, quale sia il potere dei colossi digitali. E quanto sia rimasta indietro buona parte della politica, capace di invocare il rispetto di regole che sarebbe tempo di scrivere davvero. In questo “Far West”, come l’ha definito Steven Spielberg, l’attenzione dei nostri rappresentanti, dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata su Facebook, ovviamente più esposto, quasi dimenticando l’esistenza dei suoi due fratelli: Google, che nel 2018 ha festeggiato il suo 20esimo compleanno, e Amazon, che vent’anni fa già sbarcava in Europa. Perché gli ultimi scandali sono solo la superficie dell’oceano in cui miliardi di persone stanno galleggiando.

Facebook ha 2,23 miliardi di utenti attivi ogni mese nel mondo, a cui vanno uniti il miliardo di Instagram, gli 1,5 miliardi di WhatsApp e gli 1,3 miliardi dell’app Messenger. Google ha YouTube e il sistema operativo mobile Android, utilizzati da circa due miliardi di utenti, oltre a sistemi come Gmail, Maps, Drive e Chrome, da almeno un miliardo ciascuno. Per Amazon parla l’economia: oltre due miliardi di prodotti venduti nel 2018 per la sola categoria “Prime” e il valore di mille miliardi di dollari raggiunto dal titolo a settembre. Questi numeri e la molteplicità dei servizi offerti ci danno un’idea della pervasività di queste tre aziende nelle nostre vite. Basti pensare che in Italia, secondo comScore, gli utenti internet mobile sono 30 milioni al giorno e l’80% utilizza applicazioni di Google e Facebook almeno una volta.

Le grandi piattaforme digitali sono diventate parte integrante delle nostre vite. E ci sono riuscite perché hanno saputo costruire una rappresentazione “virtuale” del mondo sempre più evoluta e aderente al “reale”, tanto da far perdere senso alla dicotomia in voga negli anni ‘00. Facebook ha riprodotto le nostre relazioni sociali facendo leva sul desiderio di condividere e ficcare il naso negli affari altrui attraverso i profili, le amicizie e i like. Google ha indicizzato le informazioni e la conoscenza di cui disponiamo rispondendo alla nostra necessità di sapere con i vari Google Search, News, Books, Maps. Amazon ha costruito il più grande negozio al mondo semplificando acquisti online e spedizioni. Così questi colossi, seppur in competizione tra loro, hanno trovato l’equilibrio in una tripartizione: ognuno ha il monopolio di un particolare settore dell’esperienza in rete e, insieme, costituiscono un triopolio che domina internet.

Questa storia inizia almeno vent’anni fa. Le piattaforme hanno cominciato offrendo servizi utili, efficienti e piacevoli che hanno conquistato gli utenti e sbaragliato la concorrenza. Sono penetrate gradualmente nelle nostre vite rendendosi necessarie. Con le loro interfacce hanno cambiato il modo in cui agiamo, interagiamo, pensiamo. Lo hanno fatto con il nostro consenso, a fronte di una (presunta) gratuità e con l’obiettivo di rafforzare sempre di più questo legame. Oggi è evidente: pensiamo a Google Maps, in cui sono ricreati digitalmente gli spazi in cui ci muoviamo per guidarci ovunque; alla realtà aumentata, la tecnologia impiegata nelle stories di Facebook e Instagram che sovrappone oggetti digitali a ciò che inquadriamo con la fotocamera dello smartphone; ai più recenti assistenti virtuali come Alexa di Amazon, un software con cui parlare. Applicazioni del genere permettono di sapere dove siamo e come ci spostiamo, quali domande ci poniamo, cosa vediamo. E qui viene il punto. Essere pervasivi significa conoscerci: leggere parte della nostra vita come fosse un libro. Conoscerci significa riporre ogni libro in un apposito scaffale: profilarci e metterci in relazione l’uno all’altro. Ogni attività che compiamo attraverso internet rilascia dati sui nostri interessi, gusti, inclinazioni e comportamenti: i mattoni della rappresentazione virtuale in cui siamo calati.

Il controllo esercitato da Facebook, Google e Amazon riguarda ciò che facciamo ma anche ciò che potremmo fare e forse faremo. Possedere dati e interpretarli consente di fare previsioni: su questo si fonda il modello di business dei tre giganti digitali, che mostrano agli utenti pubblicità, prodotti, informazioni e contenuti di ogni tipo sulla base di quello che sanno di loro, dando visibilità a ciò che potrebbero apprezzare di più e che potrebbe stimolare un’ulteriore azione (un like, un click, un acquisto, ecc.). Ecco perché Facebook e Google acquistano da terze parti dati sull’utilizzo delle carte di credito. Ecco perché Google “leggeva” i messaggi inviati con Gmail. Ecco perché Google e Amazon investono sui servizi di cloud computing a cui migliaia di aziende affidano i loro dati e sull’intrattenimento, dalla musica ai video.

Integrarsi sempre di più con la vita quotidiana delle persone e ricavare sempre più dati sul loro conto per conoscerle sempre più profondamente e soddisfarle al punto da spingerle a utilizzare ancora i loro servizi. Potremmo dire che, oltre a quella del profitto che accomuna tutte le aziende, il triopolio abbia una vocazione all’onniscienza. Perché “i dati rappresentano una cartografia della nostra psiche”, dice Franklin Foer, autore di World Without Mind: The Existential Threat of Big Tech. “Conoscono le nostre debolezze, le cose che ci danno piacere e quelle che ci causano ansia e rabbia. Usano queste informazioni per mantenerci dipendenti”. E tutto questo non potrà che aumentare con i progressi di intelligenza artificiale e apprendimento automatico. Immaginiamo quale livello di conoscenza sugli utenti si può raggiungere analizzando i dialoghi con un’assistente virtuale più evoluto di quelli odierni.

Dove arriveremo? Non è necessario ricorrere alla fiction per intravedere scenari distopici. Se quello che ha fatto Cambridge Analytica non fosse è già abbastanza inquietante, in Cina è da poco entrato in vigore il cosiddetto “credito sociale”: un sistema che attraverso la collaborazione tra le autorità governative e le piattaforme informatiche dominanti (Baidu, WeChat, Tencent, ecc.) attribuisce un punteggio pubblico a ogni cittadino in base ai suoi comportamenti online e offline. Difficile che qualcosa di simile avvenga in Occidente: dal 2017 le istituzioni sono più volte entrate in contrasto con Facebook e Google, e soggetti come editori o centri media hanno scatenato piccole ribellioni. Ma una questione c’è e andrebbe affrontata una volta per tutte: come controllare i colossi di internet e porre un freno al loro potere? La soluzione non è lo statalismo di Pechino, tanto meno il luddismo tecnologico predicato da alcuni. Servono politiche attive: regole al passo con i tempi e investimenti che non lascino a queste aziende l’esclusiva sulla ricerca e lo sviluppo tecnologici.

@FedericoSantori